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Luce Piegata

NEON, di Joseph Kosuth, 1965

NEON, di Joseph Kosuth, 1965

Il Neon, gas nobile, è trasformato dalla ricerca illuminotecnica in luce. La lampada al neon è costituita da un tubo di scarica di varie lunghezze e conformazioni, generalmente di vetro o di quarzo, al cui interno è presente il gas rarefatto.

Alle estremità del tubo di scarica sono collocati due elettrodi, il polo positivo e quello negativo, a cui sono attaccati i conduttori elettrici. L’urto trà la carica elettrica e il gas presente nel tubo produce una tensione luminosa.

L’arte visiva ha sempre indagato il valore simbolico e concreto della luce.

La ricerca di una resa illusionistica dei valori luminosi ha rappresentato una delle maggiori sfide della pittura occidentale dal Rinascimento in avanti, da Masaccio e Jan van Eyck, ad esempio, a Tintoretto e Caravaggio, questi ultimi precursori di un uso teatrale ed espressivo del “lume” che avrebbe affascinato molti altri artisti nei secoli successivi.
Poi l’impressionismo, con Monet e Seurat,  raccolse gli esiti delle scoperte scientifiche in ambito ottico e percettivo ideando una nuova tecnica pittorica che mirava a rendere in modo diretto sulla tela la “sensazione luminosa”.

L’artigianalità della produzione distingue il neon dagli altri dispositivi di illuminazione elettrica per la sua capacità di “modellare” la luce in traiettorie, forme e segni nello spazio, due caratteristiche che a partire dagli anni trenta attirano l’attenzione degli artisti.
In Italia, Lucio Fontana è stato il primo ad aver usato il neon nell’arte, spiega Bartolomeo Pietromarchi, curatore con David Rosenberg, della Mostra ‘Neon’ al Macro di Roma. Al di là dell’interesse per “gli ultimi ritrovati della tecnica”, Fontana produce una poetica “spazialista”, nella quale il segno esce dal suo tradizionale supporto per investire l’ambiente stesso, lo spazio. Nella  Struttura al Neon, per la IX Triennale di Milano, un sottile tubo di vetro ripiegato in forma di voluta luminosa venne appeso al soffitto dello scalone del palazzo nel Parco Sempione; l’equivalente di un gesto che ha lasciato la sua scia tridimensionale a mezz’aria

Per Maurizio Nannucci, il neon consente di creare una “poesia concreta”, che trasporta il linguaggio verbale nella dimensione spaziale dove diventa al tempo stesso elemento scultoreo, luminoso e concettuale.

Per questi artisti l’uso del neon sollecita di volta in volta un rapporto con l’ambiente e le reali condizioni di leggibilità, utilizza le qualità evocative di luce e colore, o suggerisce dimensioni poetiche attraverso l’uso del linguaggio.

A differenza dell’approccio concettuale e prettamente linguistico delle contemporanee ricerche minimal e concettuali che utilizzano il neon, da Kosuth a Flavin, è dunque possibile rintracciare in Italia una “linea” che da Fontana giunge a Nannucci, Merz e Calzolari, in cui l’approccio al medium, avviene simultaneamente sui versanti simbolici, oggettuali e linguistici.

Mostra ‘Neon- La Materia Luminosa dell’Arte‘ al MACRO di Roma,

dal 21 Giugno al 4 Novembre 2012,

A cura di Bartolomeo Pietromarchi e David Rosenberg.

Nella foto, ‘Neon’ di Joseph Kosuth, 1965.

Melissa Pignatelli

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