Commenti, Cultura, Italia
Leave a comment

Antonio Gramsci, il Rivoluzionario Dimenticato

Antonio Gramsci, Rivoluzionario Dimenticato

Antonio Gramsci, Rivoluzionario Dimenticato

Severo con i bolscevichi nel 1926, Antonio Gramsci non esita a distanziarsi da Stalin nel 1930 sul tema della rivoluzione mondiale. Il VI Congresso del Comintern ha prefigurato la catastrofe imminente dei regimi capitalistici e il passaggio del proletariato al potere senza interludi democratico-borghesi. Un’ipotesi irrealizzabile nell’Italia fascista e che Gramsci contrasta nelle sue conversazioni con i compagni nel carcere di Turi. Per questa sua devianza dalla linea ufficiale del partito, viene isolato, è combattuto, subisce umiliazioni.

Antonio Gramsci è stato condannato a venti anni, quattro mesi, cinque giorni dal Tribunale speciale fascista ed è morto  il 27 aprile del 1937, avendo espiato undici anni di carcere.

“I suoi legami con il mondo del passato si sono spezzati nella sfera del politico; ma non solo”, spiega Fiori nella prefazione a Vita Attraverso le Lettere di Einaudi. “Della moglie Julca, fragile di mente, riceve poche lettere, a intervalli discontinui, e sono lettere affrettate, scritte a lapis sul primo pezzo di carta che capita. Ha il sentimento di essere abbandonato anche dai compagni, e questo spiega la terribile lettera del 27 febbraio 1933 dove scrive che, sulla base di certi fatti, riassunti simbolicamente nella lettera di cui gli parla il giudice istruttore di Milano: ‘io sono stato condannato il 4 Giugno 1928 dal Tribunale Speciale Fascista, cioè da un collegio di uomini determinato, che si potrebbe nominalmente indicare con indirizzo e professione nella vita civile. Ma questo è un errore. Chi mi ha condannato è un organismo molto più vasto, di cui il tribunale speciale non è stato che l’indicazione esterna e materiale, che ha compilato l’atto legale di condanna. Devo dire che tra questi ‘condannatori’ c’è stata anche Julca – credo, anzi sono fermamente persuaso, inconsciamente – e c’è una serie di persone meno inconscie“.

L’unica persona con la quale ha un rapporto epistolare regolare è la cognata Tatiana, alla quale si rivolge affettuosamente.

“Cara Tatiana, scrive Antonio Gramsci alla cognata, il 15 Dicembre 1931, non voglio ancora scrivere a Giulia; voglio prima ricevere una sua lettera e avere da lei notizie sulla sua salute. Del resto, penso che tu continui a mandarle tutte le mie lettere, anche quelle che sono scritte a te personalmente. Se le invii anche questa, leggerà di questo mio desiderio, che risponde a una vera esigenza psicologica che non riesco a superare. Sarà perché tutta la mia formazione intellettuale è stata di ordine polemico; anche il pensare ‘disinteressatamente’ mi è difficile, cioè lo studio per lo studio. Ordinariamente mi è necessario pormi da un punto di vista dialogico o dialettico, altrimenti non sento nessuno stimolo intellettuale. Come ti ho detto una volta, non mi piace tirar sassi nel buio; voglio sentire un interlocutore o un avversario in concreto; anche nei rapporti familiari voglio fare dei dialoghi. Altrimenti mi sembrerebbe di scrivere un romanzo epistolare, che so io, di fare della cattiva letteratura.

Certo mi interesserebbe sapere ciò che Delio pensa del suo viaggio, quali impressioni ne ha ricevuto, ecc. Ma non mi sento più di chiedere a Giulia che spinga Delio a narrarmi qualcosa. L’ho fatto una volta; ho scritto una lettera a Delio, forse ricordi, ma tutto è caduto nel nulla. Non so pensare perché è stato nascosto a Delio che io sono in prigione, senza riflettere appunto che egli avrebbe potuto saperlo indirettamente, cioè nella forma più spiacevole per un bambino, che incomincia a dubitare della veridicità dei suoi educatori e incomincia a pensare e a fare da sé nella vita. Ma sapendo della sensibilità nervosa di Delio esito a prendere delle iniziative nei suoi confronti. Cosa te ne pare? Perciò bisognerebbe stimolare Giulia a scrivermi con maggior spirito di sistema o magari a suggerirmi ciò che devo scrivere, e bisognerebbe convincerla che non è né giusto né utile tener nascosto ai bambini che sono in carcere.

Io penso che sia bene trattare i bambini come esseri già ragionevoli e coi quali si parla seriamente anche delle cose più serie; ciò fà loro un’impressione molto profonda, rafforza il carattere ma specialmente evita che la formazione del bambino sia lasciata al caso delle impressioni dell’ambiente e della meccanicità degli incontri fortuiti. E’ proprio strano che i grandi dimentichino di essere stati bambini e non tengano conto delle loro proprie esperienze; io per conto mio, ricordo come mi offendesse e mi inducesse a rinchiudermi in me stesso e a fare vita a parte a ogni scoperta di sotterfugio usato per nascondermi anche le cose che potevano addolorarmi. Ero diventato, verso i dieci anni, un vero tormento per mia madre, e mi ero talmente infanatichito per la franchezza e la verità nei rapporti reciproci da fare scenate e provocare scandali. Carissima ti auguro buone feste e ti abbraccio teneramente,

Antonio”.

“Sfioriti e pallidissimi, racconta Massimo Caprara (1922-2009), segretario di Palmiro Togliatti dal 1944 per 20 anni, i figli Giuliano e Delio, si muovevano come gemelli, inermi e spauriti, incuriositi spasmodicamente di tutto, ma con timore. Me li avevano affidati. Era l’aprile del 1947 e partecipavamo ad una commemorazione del padre al teatro Adriano a Roma. Parlavano a stento l’italiano e si stringevano a Rita Montagnana, la prima moglie di Togliatti, che conoscevano dall’Hotel Lux di Mosca, tana dei comunisti stranieri. Mi chiesero di accompagnarli a piedi, una mattina di quell’aprile, per vedere il palazzo di via Trapani, dove il padre aveva abitato con la madre, Julca Schucht, nell’autunno del 1925. All’improvviso, come per un impulso irrefrenabile, per una domanda a lungo repressa, mi strinsero entrambi il braccio e Giuliano urlò: «Perché mio padre vi ha tradito?».
Io non capii. Balbettai con voce incolore: «Che state dicendo?». E feci per liberarmi da quella stretta imprevista che mi pesava anche sul cuore in modo insostenibile. Delio allora aggiunse tutto d’un fiato: «Mio padre vi ha traditi. L’ha detto e lo dice il partito bolscevico». Trasecolai perché allora non sapevo niente, o forse troppo poco. Guardavo ora l’uno, ora l’altro. Si fece strada in me, con sofferenza, l’idea che il padre, non conosciuto se non attraverso i racconti interessati e i sospetti della loro madre e delle zie, fosse per loro una memoria perversa, equivoca. Il partito bolscevico lo considerava oscuramente un infido dissidente e loro stessi erano “Ftp”, Familiare di Traditore della
Patria, come erano definiti istituzionalmente dal regime.

Vedo ora, Olga, figlia di Giuliano Gramsci: bionda e delicata, sofferente, turbata, come lo erano il padre e lo zio. Perdura ancora, evidentemente, il peso della tragedia umana che, per colpa del regime bolscevico e dei suoi corrispondenti italiani, ha devastato la loro vita.«Per mio nonno provo pena», ella mi dice, «perché è stato perseguitato per le sue idee, ma anche perché quelli che dovevano essere i suoi compagni hanno pensato più alla ragion di partito che all’uomo sofferente che forse poteva essere salvato, trattando la sua liberazione dal carcere”.

Su Antonio Gramsci, conclude Massimo Caprara in Vinto e vittorioso, sul leader del Partito comunista d’Italia,  anziché riverberare la gloria amara d’una lunga detenzione a opera del Fascismo, pesa una contemporanea disumana oppressione da parte dei Servizi spionistici del Partito bolscevico e dei suoi manovratori italiani”.

E nel commiato di Giuliano Gramsci, morto a Mosca a luglio 2007 a 81 anni,  nelle Lettere a mio Padre per Laterza, c’è una nota bruciante: “Studiato in tutto il mondo tu sei stato quasi dimenticato in Italia. Forse oggi anche la sinistra italiana non ama più il pensiero, forse anch’essa è salita sul carro della cultura intesa come esibizione e spettacolo”.

Antonio Gramsci è uscito dal carcere il 21 Aprile 1937, è morto 6 giorni dopo.

© Melissa Pignatelli 2012
Teoria Sociale e Analisi, corso del prof. Stefan Helmreich, Elting E. Morison Professor of Anthropology al M.I.T (Massachussets Institute of Technology). Descrizione: Major theorists and theoretical schools since the late 19th century. Marx, Weber, Durkheim, Bourdieu, Levi-Strauss, Geertz, Foucault, Gramsci, and others. Key terms, concepts, and debates. Link qui.
Melissa Pignatelli

Rispondi