Cultura, Donne
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Il Dominio Maschile

Il dominio maschile, Vincenzo Matera, foto di Gabblog.it uomo-che-piange

Il mondo è attraversato da un conflitto. Non un conflitto locale, contingente, ma uno globale, basato su una motivazione fondante il nostro vivere sociale. Mi riferisco al conflitto generato dal fatto che una metà del genere umano da sempre e ovunque domina l’altra metà.

I dati parlano chiaro. Senza spingersi troppo in là nel tempo o nello spazio, per esempio, metà delle donne assassinate a Parigi negli ultimi anni è stata uccisa dal coniuge. In Gran Bretagna ci sono dati che parlano di una donna uccisa ogni tre giorni. La sequenza di fatti di cronaca avvenuti in Italia in cui un uomo uccide una donna è incessante (una ogni tre giorni, siamo a 134 dall’inizio del 2013). Per non dire delle violenze fisiche e psicologiche non mortali, le cui percentuali sono impressionanti.
Si tratta di un conflitto senza confini e costante nella storia dell’umanità. Basti pensare, per limitarsi a un solo esempio, alla pratica del delitto d’onore, diffusa in tutta l’area del Mediterraneo, ma anche in Brasile, in Uganda, in Israele, in Libano. Si calcola (fonti ONU) che ogni anno più di 5000 donne sono uccise nel mondo da padri, mariti, fratelli, figli, cugini perché accusate di aver disonorato la famiglia con comportamenti illeciti (reali o presunti poco importa).

Tali dati trovano conferma nel Rapporto, pubblicato pochi mesi fa dalla WHO (World Health Organization), intitolato “global and regional estimates of violence against women, link qui” . Nel mondo, denuncia il Rapporto, il 30% delle donne impegnate in una relazione ha subito violenza dal partner; percentuale che sale al 38% in alcune aree. Quasi il 40% delle donne ammazzate su scala globale è stato ucciso da una persona (maschio) a loro vicina.
E’ un rapporto importante, che avrà (ci auguriamo) nei prossimi mesi grande risonanza. Ben vengano quindi l’attività della WHO, il fermo invito ai governi a rafforzare le politiche di prevenzione e i servizi di supporto per le vittime, gli auspici: “Che questo rapporto serva come un appello all’azione per coloro che operano per un mondo senza violenza contro le donne”.
Tuttavia, il rapporto inquadra il fenomeno entro la cornice istituzionale della WHO, e si ferma infatti sulla soglia, senza entrare dentro il problema, che è sì un ovvio problema di “salute pubblica globale”, ma ha una matrice culturale.

La violenza contro le donne, infatti, è una conseguenza della gerarchia maschile/femminile, una gerarchia protetta da un’impalcatura culturale, eretta “in nome di un principio simbolico conosciuto e riconosciuto dal dominante come dal dominato”, come ha scritto un grande studioso in un classico del tema – Pierre Bourdieu, Il dominio maschile, Feltrinelli, 1989 – un’impalcatura che ognuno di noi, uomo o donna, in molti casi senza esserne consapevole, contribuisce a sostenere e riprodurre con le parole, i comportamenti, i consumi, lo stile di vita.

Combattere la violenza contro le donne, dunque, richiede una lettura delle sue componenti culturali, per arrivare a snaturalizzare una gerarchia che appare viceversa come la più naturale dell’ordine sociale, e a smascherarne il principio in nome del quale si esercita. Per una tale lettura, occorre (ri)percorrere alcuni itinerari concettuali importanti. Il primo conduce al superamento della diffusa convinzione che le persone sono maschi o femmine, punto.

La celebre affermazione di Simone de Beauvoir – «non si nasce donna, lo si diventa» (Il secondo sesso, ed. or. 1949, prima ed. it. Il Saggiatore, 1961) – cela già l’intuizione, da parte della grande “ragazza perbene”, del concetto di genere. In termini più ampi, del fatto che la gerarchia fra uomini e donne è radicata culturalmente e non nella differenza sessuale. Tale affermazione, nel pensiero femminista “della differenza”, è interpretata come un invito a riabilitare la specificità femminile e a farne il principio sovversivo. Diventare “autenticamente” donne è la strada che porta alla liberazione dal dominio.

L’interpretazione si inserisce in un quadro psicanalitico. La visione di Freud della donna è in termini di “carenza” rispetto alla “completezza” dell’uomo. Le donne sarebbero uomini castrati, soffrirebbero della famosa – e oltremodo, diciamo, abusata “invidia del pene” – e di un complesso di inferiorità. Nell’ordine patriarcale (si veda Luce Irigaray, per esempio Io tu noi. Per una cultura della differenza, Bollati Boringhieri, 1992; e, più di recente, Speculum. L’altra donna, Feltrinelli 2010) la donna è priva di parola e di pensiero a causa della frattura radicale del legame figlia-madre provocata dal padre. L’amore della figlia per la madre non ha trovato (non trova) forme per esprimersi: è un legame non contemplato nell’ordine della dimensione culturale patriarcale di dominio. L’identità di genere delle donne è per questo monca, muta, dominata, quella maschile è piena, tonante, dominante perché si alimenta della continuità del legame figlio-madre. Spezzare il dominio richiede la costruzione di un ordine simbolico che esprima l’esperienza femminile, nuove parole, nuove modalità di relazione, nuove epistemologie (Luisa Muraro, Il dio delle donne, Il Margine, 2004; più recente Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, 2011). Non un’omologazione al maschile, come invece è richiesto da altre correnti, più politiche che culturali, del movimento femminista.

Il pensiero della differenza mette in luce dunque un difetto culturale, ciò che questo produce e la potenziale alternativa, il come le donne potrebbero diventare, se non fossero sopraffatte – in un infinità di modi, anche ovviamente violenti – dagli uomini.

Un’interpretazione successiva del “donne lo si diventa” ci porta a fare un altro passo. Sulla scorta delle riflessioni dei maestri del post-modernismo, Derrida (l’omogeneità del mondo è una maschera della discontinuità), Lacan (la non univocità del Sé), Foucault (la stabilità delle categorie è un effetto del potere), emerge la fragilità di tutte le categorie in precedenza pensate come omogenee e compatte, per così dire, fra queste anche di quella di genere (o uomini o donne): si può nascere femmine, ma voler diventare uomini, o viceversa; il passo è verso la decostruzione del genere, al centro delle riflessioni di Judith Butler (per esempio in Scambi di genere, 2004, Sansoni, e La disfatta del genere, Meltemi 2006).

Sesso, vita sessuale, genere sono costruzioni culturali che vivono perché prodotte e riprodotte dall’agency – l’agire degli individui secondo gli orientamenti contingenti della società. Maschile e femminile non sono categorie fisse, che lo siano è un’illusione imposta dal dominio, teso a dividere nettamente i modi di diventare umani per riprodurre un sistema di differenze gerarchico e perpetuarsi. Questa struttura denigra il femminile e idealizza il maschile. Così la società “normalizza” culturalmente la vita sessuale e il genere, ed esclude, bolla come individui contro natura, chiunque esprima una differenza trasversale rispetto ai generi imposti.

Tuttavia, dietro le apparenze, i “valori della famiglia”, ci sono le vite reali delle persone, complesse, disordinate, in trasformazione; l’agency degli individui è lacerata, paradossale, è quella di un io disgregato e molteplice, che dipende dalle norme sociali e dai principi culturali, ma al contempo si sforza di trasformarli.

Questa complessità, è importante sottolinearlo, è stata riconosciuta, prima e in modo molto più intelligente rispetto ad altri, da Papa Francesco, che di recente ha finalmente anteposto la “persona” alla categoria che le è imposta: non più categorie, non peccatori o individui contro natura, ma “persone”. Chissà se il buon Giovanardi saprà fare lo stesso. La portata culturale delle parole del Papa potrebbe essere enorme. Molto più vasta e profonda del Rapporto della WHO.

Arriviamo così al terzo e ultimo itinerario concettuale. Sempre secondo Bourdieu, mostrare il carattere paradossale della gerarchia richiede il punto di vista dell’antropologo “capace insieme di rendere al principio della differenza tra il maschile e il femminile così come la (mis)conosciamo il suo carattere arbitrario, contingente, e con ciò, simultaneamente, la sua necessità sociologica”.
Françoise Héritier, etnologa francese, si è dedicata allo studio dei rapporti fra maschile e femminile. La sua lunga riflessione (avviata con Maschile e femminile, Laterza, 1997) rende esplicita la matrice a un tempo simbolica e materiale del dominio maschile, un’invariante della condizione umana, che emerge sempre e ovunque anche se nella variabilità di forme e contenuti.

Il punto di partenza di Héritier, infatti, che anch’ella chiama il pensiero della differenza, non è una riabilitazione della specifica umanità femminile come alternativa a quella maschile, ma qualcosa di più inclusivo, ossia il modo in cui la differenza fra i sessi, che sul piano biologico non comporta alcuna gerarchia, è stata pensata fin dall’origine. Disponiamo di un’ampia documentazione storica e etnografica che conduce ineluttabilmente a una scoperta: ovunque e in qualunque epoca gli uomini hanno concettualizzato la differenza e l’hanno tradotta in una gerarchia. Perché l’umanità ha sviluppato sistemi di pensiero che valorizzano il maschile e svalutano il femminile, mettendoli poi in pratica in azioni e situazioni (di violenza, di controllo, di segregazione, di sfruttamento ecc.)?

Leggere il libro successivo di Héritier (Dissolvere la gerarchia, Raffaello Cortina, 2004), significa intraprendere un appassionante percorso intellettuale, sostenuto da un solido impianto teorico e metodologico, attraverso una molteplicità di sistemi ideologici rintracciabili al cuore di pratiche, istituzioni, usanze, modi di parlare, ma anche di speculazioni filosofiche, universi letterari, leggi, risoluzioni politiche, concezioni religiose, ciascuno dei quali mostra una costante nel legittimare il dominio maschile. Quanto messo in luce dal pensiero femminista, di cui ho schematicamente detto sopra, costituisce un esempio di come, accanto a e a sostegno di sistemi sociali di appropriazione delle donne da parte di padri e fratelli (i matrimoni combinati, per dirne una), esistano sistemi concettuali che legittimano quelle pratiche. Spossessano la donna della capacità di pensiero razionale, relegandola nell’ambito dell’irrazionale e dell’emotivo (lo affermava già Aristotele) e la attribuiscono all’uomo, o della sua capacità pura e semplice di procreare, attribuendo all’uomo il ruolo principale nella fecondazione.

Ci avviciniamo così alla matrice della gerarchia, che Héritier colloca in una conseguenza delle osservazioni primordiali fatte dai nostri lontani antenati. Osservazioni fondate su ciò che era possibile allora percepire attraverso i sensi, nell’ambiente circostante. Il pensiero nascente, durante i millenni della formazione di homo sapiens, ben prima e in maniera ben più estesa delle analisi freudiane, e soprattutto anche entro forme parentali molto lontane dal modello patriarcale, si sviluppa a partire dall’operazione cognitiva di base che consente di mettere ordine nel mondo, e che consiste nel classificare gli oggetti in base alle loro caratteristiche.

Che cosa osserva homo sapiens? Innanzitutto se stesso e i suoi congeneri nella loro varietà individuale e tutti gli animali visibili a occhio nudo da cui è circondato. Uno stesso dato si impone: tutte le specie sono divise da un elemento costante, inconfutabile: la differenza sessuata. “Essa è al centro di tutti i sistemi di pensiero in tutte le società, […] noi penseremmo probabilmente in modo diverso se non fossimo sessuati e sottoposti a quella particolare forma di riproduzione che è la procreazione”. Tra le osservazioni primordiali c’è che le donne – diverse dagli uomini – mettono al mondo esseri identici a loro stesse, non solo, ma hanno anche il potere esorbitante di produrre corpi diversi dal loro. Ecco dove si cela il motore della gerarchia: nell’appropriazione di questo potere esorbitante delle donne e nella sua spartizione fra gli uomini.

Per riprodursi nell’identico a sé l’uomo deve passare per un corpo di donna; è questa carenza biologica ciò che i maschi hanno colmato culturalmente – vale a dire simbolicamente – appropriandosi delle donne. Questa appropriazione segna il destino dell’umanità femminile. Torna qui ancora l’affermazione di Simone de Beauvoir: “non si nasce donne, lo si diventa” secondo un destino culturalmente legittimato e socialmente tracciato, in modi e forme diverse ma ugualmente segnate dalla gerarchia; è questa la necessità sociologica di un dominio del tutto contingente e arbitrario, come afferma Bourdieu.

Oggi che sono comparsi i gameti e i geni, l’umanità dispone delle conoscenze per cambiare i rapporti simbolici fra il maschile e il femminile. Tuttavia, la forza della simbolizzazione elaborata dai nostri antenati nel corso del processo di ominizzazione è ancora preponderante.

Se è tale la matrice del dominio maschile, si fa presto a individuare il meccanismo per sottrarsi allo spossessamento: il diritto alla contraccezione, la libera scelta, agisce al cuore del meccanismo con cui si è realizzato il dominio. Il passo successivo allora è che le donne si liberino dal dominio maschile attraverso il diritto di poter disporre del proprio corpo. Il resto, (riabilitazione della specificità femminile o rivendicazione di parità politica, di pari accesso all’istruzione e al lavoro, di parità salariale ecc.) non potrà sortire alcun significativo risultato se tutte le donne non avranno prima realizzato la piena libertà di disporre del loro potere esorbitante.

E’ questo che porta Héritier a affermare che è sbagliato sostenere politicamente le donne in quanto donne, le misure legislative finalizzate a promulgare la parità elettiva (come le quote rosa e simili) non valgono a dissolvere la gerarchia: “fondare sulla differenza sessuata l’uguale capacità degli uomini e delle donne di essere eletti vuol dire riconoscere ufficialmente, anche se apparentemente a contrario, la validità dell’uso simbolico che ha escluso in maniera duratura le donne dal diritto di accedere alla capacità di rappresentanza”. Il che vuol dire che la lotta contemporanea per dissolvere la gerarchia va condotta dalle donne insieme a uomini sensibili alla necessità e all’urgenza di un riequilibrio politico, intellettuale e simbolico delle categorie che fondano il sociale in direzione di una situazione più coerente con le nostre conoscenze attuali.

Fa piacere che anche la WHO se ne sia accorta, sancendo nella Prefazione al rapporto che la violenza contro le donne non è un fatto nuovo, “ciò che è nuovo è il riconoscimento crescente che gli atti di violenza contro le donne non sono eventi isolati ma piuttosto formano un modello di comportamento…”. Un modello di comportamento si regge su configurazioni simboliche. E’ bene esserne consapevoli. Certo la consapevolezza critica non è una formula magica, ma ci può indicare la strada.

Va peraltro ricordato che accanto a quella simbolica esiste una dimensione materiale, che vincola la libertà di modificare il simbolico. Tanto più che quello di equilibrio è un concetto astratto che in natura non esiste, che nelle interazioni fra gli uomini (e le donne) è molto raro e che, infine, è molto difficile da concepire una prospettiva politicamente neutra, in cui maschile e femminile siano null’altro che i due poli di un’umanità in armonia e non in conflitto, differenziata sessualmente ma non ideologicamente.

La posta in gioco è la capacità riproduttiva dell’umanità, il potere esorbitante delle donne in mano agli uomini, in un futuro fatto anche di fecondazione assistita, di clonazione, di ingegneria genetica, di cellule staminali, di forme di famiglia complesse, disordinate, trasversali: non proprio un dettaglio.

 © Vincenzo Matera

Professore Associato di Antropologia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Milano Bicocca.

Fotografia: dall articolo di Gabriele D’Amato “Uomini che piangono e uomini che fingono di essere tali” Gabblog.it 

Vincenzo Matera

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