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Riflessioni su Charlie Hebdo e la Guerra dei Simboli

Charlie Hebdo, analisi, guerra dei simboli, TV5 Mondo by Justin Tallis AFP

Questo articolo si propone di decostruire le logiche di quelle che Annamaria Rivera ha chiamato “le retoriche sull’alterità, vale a dire le strategie discorsive attraverso le quali il noi europeo maggioritario enuncia e definisce gli altri, solitamente nel tentativo di esorcizzarli, addomesticarli, esorcizzarli, subordinarli o dominarli”.

Perché oggi più che mai “le strategie simmetriche e complementari della guerra e del terrorismo su scala globale, insieme alle ideologie che le sostengono, militano in favore di una crescente moltiplicazione di barriere e confini, evocando la mostruosa utopia negativa dello “scontro di civiltà“.

Diventa dunque veramente necessario, “provare a rinverdire la propensione verso l’incertezza e la critica di sé e del proprio particolare, che è stata uno dei portati più fecondi del pensiero europeo”.  

Se il saggio del 2005 della Rivera, antropologa e docente all’Università di Bari, prende come situazione concreta la disputa francese sul velo islamico, le sue riflessioni si presentano utili oggi per visualizzare analiticamente le dinamiche poste in atto dai fatti di Parigi, ovvero l’attacco a Charlie Hebdo, settimanale satirico, irriverente.

Il pensiero occidentale contemporaneo, che sta ritrovando una vena universalista davanti alle sfide delle migrazioni, sta finendo per offuscare, sottolinea la Rivera, “il grandioso progetto di emancipazione e la straordinaria promessa di liberazione che l’Illuminismo conteneva”.

E prosegue “non si tratta di invocare il diritto alla differenza o di accontentarsi di rispettare le particolarità, né di compiacersi di un relativismo culturale, pigro, muto, sterile. E’ opportuno invece compiere un salto epistemologico per ri-pensare unicità/particolarità in forme  più adeguate al presente e offrire così un contributo alla prospettiva di un universale policentrico e transculturale”.

La realtà è che siamo una società in crisi. Il problema non è la libertà di stampa, il diritto di osare e ridere dei valori di altri; il problema piuttosto è vedere il quadro geo-politico allargato all’interno del quale prendono forma movimenti violenti sia dell’occidente “progredito” e delle sue “missioni di pace”, sia delle risposte organizzate dai paesi dove si muovono militari occidentali.  E’ quindi utile ricordare che nella memoria di altri esistono casi come Abu Ghraib, e che la faccia dell’Occidente non è ingenua e priva di interessi.

Nella crisi che viviamo ha preso forma un laicismo radicale guidato dalla cultura di massa e dei consumi, nel quale non si sentono più freni né pudori. Alberto Maria Cirese, uno dei padri dell’antropologia culturale italiana, diceva sempre di avere vergogna quando in televisione venivano pubblicizzati prodotti intimi femminili. In un certo tipo di educazione la sfera intima e quella sacra erano oggetto di un altissimo senso del pudore e del rispetto. La generazione degli anni ’60, che ha lottato per maggiori libertà di coscienza, ha contribuito anche a deritualizzare la vita quotidiana.

Possiamo dunque credere che l’uso del corpo femminile nella comunicazione non sia un gesto di libertà, ma una forma di cultura sessista. Rappresentiamo il nostro mondo come il massimo della libertà, ma in realtà è anche il massimo di forme di patologia della sfera etica e sociale. Il giornalismo ne è coinvolto. La politica ne è coinvolta. Si vanta una libertà che non corrisponde alle pratiche della vita.  Chi ha lottato contro l’ingerenza della Chiesa nella vita sociale e nella propria invasa dalla religione e dai religiosi a tutti i livelli scolastici, sente la laicità dello stato e della politica come fondamentali. E sente che nel laicismo ci deve essere però etica e cultura del rispetto, non della violazione delle etiche altrui.

Si capisce dunque il disagio di tanti migranti di varie provenienze religiose all’impatto con la nostra società. Spesso a lezione di antropologia culturale si raccontavano testimonianze per far capire anche come si sta definendo e ri-definendo la nostra cultura, nella negazione della propria storia migratoria, dell’individualismo e della perdita di solidarietà. Non siamo ‘i migliori del mondo’, non esiste quest’assunto universalistico dal quale lanciare enunciati. Ma molto spesso il giornalismo di massa parte da questo presupposto infondato, come se ‘noi’ fossimo ancora quelli di ‘liberté egalité fraternité’.

Per questo la concezione delle culture come bunker simbolici dietro le quali si maschera l’egemonismo occidentale non può essere funzionale a una società che si vuole “moderna” o “progredita”. Per concepire un’universalità policentrica, realmente fondata sull’uguaglianza, valida per tutti gli esseri umani  occorre passare attraverso le pratiche negoziate della traduzione, dell’interpretazione e dello scambio fra culture diverse.

E’ per questo che molti di noi non vorrebbero che il mondo si riducesse a questo assurdo scontro che strumentalizza i simboli, facendoli diventare quasi dei totem dietro ai quali coalizzarsi. Vorremmo che le zone di mezzo vincessero, che transiti fossero possibili, che logiche meticce si mettessero in atto. 

E che non fossero i “razzisti”, i finti difensori del cristianesimo, ad avere l’egemonia su un movimento di critica dei limiti dell’Europa.

 

Melissa Pignatelli con Collettivo DEA

Ques’articolo è il risultato di una discussione tra antropologi che si sono interrogati su come la nostra materia può ingaggiarsi nel dibattito contemporaneo. DEA è l’acronimo accademico per le materie Demo-Etno-Antropologiche.

Testo citato: Annamaria Rivera, La Guerra dei Simboli. Veli postocloniali e retoriche sull’alterità. Dedal0, 2005. Disponibile all’acquisto qui.

Fotografia:  Justin Tallis, AFP, su  TV5 Monde.

Melissa Pignatelli

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