Ambiente, Nutrimenti, Sociologia
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Biodiversità, Industrializzazione e Costi Ambientali

 

L’agricoltura industriale è la prima responsabile dell’inquinamento atmosferico e del riscaldamento climatico, della desertificazione e della distruzione dei suoli, del danneggiamento irreversibile delle riserve di acqua e dell’estinzione della biodiversità. E se pensiamo di ottenere qualcosa in cambio, basta gettare uno sguardo sulla qualità dei cibi prodotti per capire che non è così.

Se sommiamo all’allevamento intensivo il trasporto di alimenti, otteniamo la principale causa di emissioni di CO2 nell’atmosfera su scala mondiale. Pensiamo spesso che rinunciare all’automobile sia l’atto ecologico per eccellenza. Invece si tratta soltanto della piccola parte emersa di un iceberg, costituito sostanzialmente dall’attuale sistema “agroinsediativo”, ovvero della combinazione tra il sistema agroalimentare e le nostre modalità abitative. Che cosa può significare questo concretamente? Un esempio molto semplice: 250 milioni di anni fa, un innalzamento di 6 gradi della temperatura terrestre portò all’estinzione del 95% delle specie viventi [1].

Considerando il suolo come mero supporto, si prediligono le pianure e si abbandonano colline, montagne e terrazzamenti per facilitare il transito dei trattori. Trattiamo alla stessa stregua suoli argillosi o calcarei, sabbiosi o ricchi di humus. Ognuno si questi supporti viene arato con veemenza fino a distruggere le forme di vita che ne generano la fertilità, per poi irrorarlo di sostanze fertilizzanti di sintesi. L’agricoltura oggi consuma un miliardo di tonnellate di idrogeno [2] e 40 milioni di tonnellate di fosfati [3] l’anno. In questo modo la terra si impoverisce in modo quasi irreversibile: ci possono volere anni ed anni, quando è ancora possibile, per recuperare la sua fertilità naturale. Tale processo porta con sé l’erosione, e la progressiva desertificazione. Inoltre è alla fonte della maggior parte dei problemi di dissesto idro-geologico, nonché della perdita di quei paesaggi organizzati in terrazzamenti, fossi, siepi e filari che avevano anche una preziosa funzione di conservazione del patrimonio geografico.

L’agricoltura industriale inoltre fa un uso smodato di acqua, prelevandola senza criterio dalle falde acquifere. L’esempio più spettacolare dei danni ambientali provocati da queste pratiche è risultato da un programma di industrializzazione agricola (2 milioni di ettari di coltivazioni di cotone) portato avanti in URSS, che in poco più di 30 anni ha prosciugato il quarto mare interno del pianeta, il mare di Aral.

Non solo, ma i pesticidi, i diserbanti ed i fertilizzanti, che sono tossici (in particolare i nitrati), penetrano nel terreno fino alle falde acquifere, cosicché molte riserve di acqua sono ormai inquinate, e persino l’acqua minerale è più rischiosa da consumare di quella del rubinetto

Negli ultimi 12.000 anni, da quando è nata l’agricoltura, i contadini hanno pazientemente selezionato varietà di semi che si dimostravano particolarmente adatte e resistenti, particolarmente gustose, in ogni singola vallata, in ogni singolo paesello e regione del mondo. Ogni anno venivano riprodotti, conservati e ripiantati questi semi. La farina usata in Liguria non era la stessa di quella che si usava nel Lazio, ciascuno coltivava delle varietà di grano che si adattavano meglio alle condizioni del terreno, alle condizioni climatiche ed alla cultura degli abitanti di questi luoghi. L’avvento dell’agricoltura industriale sta scardinando molto rapidamente sia le sapienze contadine legate a queste colture, sia il legame tra il cibo ed il territorio. Per quanto riguarda le sementi infatti esiste oggi una “banca mondiale dei semi”, ed in molti paesi è stata vietata ai contadini la riproduzione dei propri semi. Non sono autorizzati nemmeno a scambiarsi i semi tra loro. L’idea è che li debbano comperare ogni anno dalle grandi multinazionali che li vendono (come la famosissima Monsanto).Questo significa che così in Cina come in Toscana o nello Zimbabwe, gli agricoltori vengono incitati a coltivare le medesime varietà di grano. Perché queste varietà sono state “selezionate”, e brevettate dall’agroindustria in quanto sono più produttive, oppure perché resistono meglio ai pesticidi, incoraggiandone l’uso, o nel caso delle mele, perché sono più rosse e più lucide, a prescindere dal sapore e dai nutrienti…[4] Persino la FAO (Organizzazione Mondiale per il Cibo e l’Agricoltura) ha consigliato a molti paesi poveri di coltivare queste varietà “più produttive”, con il pretesto di sfamare più bocche[5]. È così, tra lampi di genio degli ingegneri agronomi e slanci di buona volontà delle organizzazioni internazionali, che abbiamo perso completamente moltissime varietà vegetali che erano state portate avanti faticosamente per millenni: “C’era una volta un agronomo che aveva fatto una ricerca in Anatolia, identificando in quell’area oltre 1500 varietà di grano selvatico. Poi era stato assunto alla FAO, ed era tornato sul posto per lavoro 5 anni dopo. Rimaneva una sola varietà di grano, una varietà argentina prodotta dalla Kellog’s, che permetteva una maggiore produttività ed era stata imposta per “combattere la fame” [6]. Dall’inizio del secolo scorso, il 75% della “biodiversità” delle colture agricole è andata perduta ed il 90% non viene più coltivata.

La cosiddetta Rivoluzione Verde ha intaccato definitivamente il meccanismo biologico millenario della variazione naturale, una diversificazione ed un equilibrio che era il frutto infiniti e delicati processi di adattamento da parte del mondo vegetale e dei contadini stessi. Il controllo delle sementi è stato consegnato nelle mani di 5 multinazionali che rivendono ogni anno questi semi. Le varietà di piante che stiamo perdendo rappresentavano un patrimonio prezioso, non solo in termini di gusto. Se fosse arrivato un parassita in grado di distruggere una certa varietà di mais ad esempio, le altre varietà si potevano salvare. Oggi che abbiamo solo 2 o 3 varietà predominanti nel mondo e che ne abbiamo perduto definitivamente molte altre, se venissero colpite da una malattia, saremmo tutti nei guai. I contadini toscani piantavano fino a 15 varietà diverse di ulivi nello stesso uliveto: questo gli garantiva il raccolto, poiché c’era l’albero che resisteva al caldo, l’albero che resisteva al freddo e quello che resisteva alla siccità. Tutti insieme, assicuravano una produzione media minore ma costante. 

Il prodotto che risulta da questi nostri metodi di coltivazione scellerati è povero e spesso contaminato. Le verdure hanno 50% di vitamine e sali minerali in meno [7], la carne è a rischio (diossina, BSE – Afta Epizootica…), i prodotti da forno contengono grassi vegetali idrogenati che otturano le arterie, e la maggior parte dei prodotti pronti sono pieni di grassi di cattiva qualità, zuccheri e amido di mais. Hanno tante calorie e pochi nutrienti, in poche parole fanno ingrassare senza nutrire. Infatti chi è meno fortunato, chi ha un reddito più basso, nelle periferie delle grandi città, non potendosi permettere di meglio, va incontro a gravi problemi di salute. L’obesità tra i bambini più poveri dei paesi europei è diventata un vero e proprio problema di salute pubblica [8].

Ma al di là di queste esternalità negative, questo tipo di agricoltura ha un impatto di ordine strutturale ancor più profondo poiché ha contribuito a modificare il senso stesso del nostro rapporto con la natura, ovvero l’equilibrio di quel sistema agroinsediativo che si era cristallizzato storicamente nella diade città-campagna. La combustione del petrolio ha generato delle città ipertrofiche ed una campagna “esternalizzata”, che si relazionano perlopiù attraverso la mediazione di grandi gruppi di distribuzione… Possiamo realmente parlare di seconda rivoluzione agroinsediativa? Chi trae vantaggio dalla situazione attuale? E soprattutto in che misura questa filiera alimentare fondata sulle reti lunghe determina la forma, le relazioni ed i contenuti delle metropoli contemporanee?

Dafne Chanaz

Fonte: Dafne Chanaz, Università di Firenze, Tesi di Dottorato in Progettazione Urbanistica e Territoriale XXII° Ciclo, Aprile 2010
Titolo: Topi di Campagna e Topi di Città.

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Fotografia: © Olivia Magris, Panni di Roma, 2015.

[1] Hulot N., Le syndrome du titanic, Calmann Lévy, 2004

[2] Glass A., Nitrogen Use Efficiency of Crop Plants: Physiological Constraints upon Nitrogen Absorption, articolo pubblicato nella rivista Critical Reviews in Plant Sciences n. 22, 2003

[3] Vance; Uhde-Stone & Allan, Phosphorous acquisition and use: critical adaptations by plants for securing a non renewable resource, articolo pubblicato nella rivista New Phythologist n. 157, 2003

[4] Saint Amour di Chanaz G., Cosa mangia il pollo che mangi? Dal mercato globale al buon cibo locale, Arianna Editrice, 2007

[5] Purtroppo, data l’iniqua distribuzione della proprietà fondiaria, il passaggio a questi metodi implica l’ampliamento delle aziende agricole ed il passaggio da un’agricoltura di sussistenza (nella quale i contadini erano poveri ma mangiavano) ad un’agricoltura di mercato (nella quale i contadini non sono certi di trovare lavoro, e comunque hanno un reddito insufficiente per garantirsi un’alimentazione adeguata). Questo spiega per quale motivo, nonostante si produca di più, la fame aumenta. E questo ha determinato un cambiamento di linea dei vertici della FAO: nel 2014 il presidente José Graziano Da Silva, dopo aver integrato l’idea che l’agroecologia potrebbe essere l’unica vera soluzione per nutrire il pianeta, ha dichiarato “oggi si apre una finestra in quella che per 50 anni è stata la cattedrale della Rivoluzione Verde”

[6] Relazione dell’agronomo Riccardo Bocci in occasione del corso di cucina critica organizzato a Firenze dall’Associazione ConsumAttori, 2008

[7] Lawrence F., Not on the Label, Penguin Books, 2004

[8] Saint Amour di Chanaz G., Ibid.

La Redazione

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