Moda, Scienze Sociali, Sociologia
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Moda: Lavori in Corpo.

La moda, come spazio espressivo di ogni profilo, di ogni aspetto del sé, coinvolge stili e generazioni diverse, interscambiabili nell’uso di codici ed abitudini del vestire, imponendo ai corpi di tutti una docilità forzata dai ritmi che la comunicazione costante richiede.

Le generazioni che sfilano negli spazi del salone appena concluso di Pitti Immagine Uomo  (12-15 Gennaio 2016), mettono insieme chi produce (padre e figlio che producono insieme), chi visita il salone per comprare (padre e figlio in commercio insieme), chi visita il salone per individuare tendenze (giornalisti), chi lo visita per far diventare tendenza creazioni storiche e makers (blogger): un grande momento di scambio e d’interazione che si agglomera a tempo attorno alle collezioni presentate, per poi disgregarsi di nuovo nelle scelte del quotidiano di ognuno.

L’industria della moda, oltre a dar lavoro ad una importante filiera della nostra economia e della  nostra identità di Italiani nel mondo, è fatta di dettagli e ricerche che sperano di diventare segni distintivi della qualità di ognuno dei produttori. Certo la creatività e la novità a tutti i costi a volte sembra ingabbiare uomini (e donne) a ritmi e tempi forzati. Ma tant’è: l’obbligo del reinventarsi costante sembra imporsi ad ogni livello di un processo industrializzato completamente dipendente dalla comunicazione di massa.

Se, spiega Sebastiano Benasso dell’Università di Genova, il vestire garantiva un codice di appartenenza che connotava chi lo portava specificandone definizioni e ruoli, oggi l’accento sembra porsi sull’annebbiare i contorni, sfidare i limiti di ogni connotato acquisito per reggere il confronto del “corpo esposto al pubblico”, di un sé volontariamente messo a disposizione di giudizi ed alla critiche, pur temendone il confronto. Oggi, dietro tanto lavoro per apparire, s’intravede una società fragile.

Goffman, si legge nel saggio di Benasso, sottolineava come «il vestito sia un elemento fondamentale nel contesto dell’interazione dove l’attore definisce che tipo di persona desidera essere, scegliendo liberamente una tra le “identificazioni multiple”, o, meglio, selezionando quale autoidentificazione privilegiare in quella particolare situazione » (cit. in Bovone e Crane, 2006). Relativamente alle dinamiche di incorporazione, il vestito permette di “abitare” alcuni simboli prodotti dalla cultura di riferimento, esplicitando la partecipazione a mondi particolari e, in alcuni contesti, liberando spazi fruibili ai fini dell’espressività individuale.

Il vestito ha quindi una doppia valenza nel limitare e, al tempo stesso, favorire l’interpretazione personale, localizzando il rapporto individuo – gruppo. In termini più generali, il corpo-vestito rappresenta una natura che, nel coprirsi di cultura, contiene la propria specificità, ma il rapporto si potrebbe rovesciare nella misura in cui la dimensione del corpo costruito/progettato/modificato promuove la fusione di pelle e abito in una nuova epidermide che trasuda identità.

In senso metaforico, la vetrina può essere considerata come luogo simbolico di connessione di un privato (il retroscena produttivo che espone la propria merce) ad un pubblico (la strada-ribalta e gli sguardi dei passanti). Codeluppi (2007) utilizza la metafora della vetrina per descrivere l’erosione delle barriere che separano ribalta e retroscena. Il processo di vetrinizzazione che investe gli ambiti del privato comporta la spettacolarizzazione e la valorizzazione di ambiti di vita e di pratiche che, in un recente passato, godevano del “diritto” di invisibilità.

Anche nella dimensione del privato sembra crescere la necessità di adesione a canoni estetici particolari: «le immagini mediatiche in movimento e il nuovo narcisismo stanno coinvolgendo l’intera cultura della vita quotidiana trasformandola in comunicazione. Sembra che l’individuo contemporaneo non abbia una dimensione soggettiva, familistica o amicale se non mediata da immagini visuali» (Canevacci, 2001, p. 251). Esposto all’ingrandimento delle luci della vetrina, il corpo individuale accentua le proprie divergenze dalla definizione teorica del “bello” e l’abito è suo complice solo in presenza di determinate precondizioni.

A livello macro la definizione dello stile appare connessa alla riproduzione delle distanze simboliche (e non) tra gruppi sociali, mentre a livello micro la personalizzazione del proprio aspetto risulta profondamente intrecciata ai processi di costruzione identitaria e alle dinamiche di embodiment delle istanze culturali che abbracciano l’attore sociale.”

Una serie di connotati che si perdono dunque volontariamente nello spazio condiviso da padri e figli, ossessionati dalla volontà di distinguersi nella comunicazione ma vincolati dai processi produttivi che impongono a tutti gli stessi ritmi. Incoerenze e contraddizioni di un’epoca complessa, fragile, violenta, che obbliga ognuno a farsi vetrina di se stesso per catturare la stanca attenzione dei partecipanti al fantastico mondo della contemporaneità.

Melissa Pignatelli

Fonte citata: Sebastiano Benasso, Corpo-vestito-corpo in  Lavori in Corpo. Pratiche ed estetiche di identità, a cura di Luisa Stagi, FrancoAngeli, 2010, link all’acquisto qui. .

Fotografia in copertina:  Catalogo Mühlbauer Hutmanufaktur Online, nel percorso Makers del Salone Pitti Immagine Uomo 89, Firenze, Gennaio 2016.

Melissa Pignatelli

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