Antropologia, Cultura, Famiglia, Infanzia
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L’Accudimento e la Genitorialità

L’accudimento dei figli è un tema sul quale riflettere alla luce del dibattito in corso sulle possibili definizioni e ridefinizioni del concetto di “famiglia”. Se poi ci domandassimo quanti bambini riempiono gli orfanotrofi del mondo, non potremmo non pensare a quanti di loro desidererebbero il calore ovattato di un qualsiasi genere di nucleo familiare, del quale diventare magari il centro affettivo.

Spostando l’osservazione della famiglia in un’altra società, com’è prassi nel lavoro di ricerca degli antropologi, Kathleen Barlow ha osservato che tra i Murik della Papua-Nuova Guinea, l’accudimento dei figli non è una prerogativa esclusiva della madre biologica e questo ci conduce a ripensare il concetto di genitorialità.

Perché se molto peso è dato in Italia al ruolo della madre nell’opinione pubblica, la complessità della realtà ci mette di fronte a madri lavoratrici, a mamme adottive, a mamme single, a mamme costrette (e dalle quali ci si aspetta) al multi-tasking, e che per giunta molto spesso si sentono in colpa per qualche imprecisata mancanza alla quale una certa idea quasi onnicomprensiva della mamma le vincola.

La realtà consta però anche di uomini che desiderano figli, a cui piace occuparsi dei bambini, che li accudiscono con amore, senza per questo sentire che potrebbero essere derisi o sminuiti. La realtà consta infine di figli e bambini adottivi, ridefinendo così socialmente la realtà biologica dei fatti.

Per “modernizzarsi” dunque, basterebbe aprirsi al contemplare la realtà dei fatti e ad altri modi di vivere l‘idea di genitorialità, magari cambiando la prospettiva con la quale in occidente di pensa al ruolo della madre.

Perché in definitiva, spiega l’antropologa Kathleen Barlow in un saggio, si può concepire il ruolo di madre svincolandolo dalla relazione madre-figlio come predominante. Se adottassimo l’ottica nella quale si accetta che, come tra i Murik, la mamma assiste i figli soprattutto per fargli apprendere come relazionarsi all’interno e all’esterno del gruppo sociale, allora potremmo pensare al ruolo della mamma come ad una guida, un’accompagnatrice.

Perché, nell’osservazione della Barlow, la cosa più importante dell’educazione tra i Murik è aspettare che il bambino inizi a comunicare con il mondo esterno per poi assecondarlo nell’apprendimento del “linguaggio”, dei modi di vivere, del rapportarsi all’interno della società nella quale vive per lasciarlo andare alla sua vita adulta, nella quale diventa una persona indipendente.

Osservare altri tipi di organizzazione sociale ci aiuta a riflettere ai nostri, a quelli di appartenenza, ed è tipico del lavoro di ricerca etnografica, una sorta di “esperienza di laboratorio” di altre situazioni socio-culturali, per poi elaborare ed accrescere la nostra conosceva, la nostra “intelligenza”.

In quest’ottica rinnovata la donna in quanto mamma non è più l’unica reponsabile dell’educazione dei figli ma anche i padri ottengono un ruolo attivo. E con i padri, altre donne ed altri uomini che accompagnano la vita dei piccoli accudendoli come nonni, nonne, zie, zii, cugine, cugini, persone care, vicine, tate, amiche, amici, compagni di vita di quel bambino che va curato e cresciuto.

In quest’a prospettiva, tutto il peso dell’insegnamento della vita e dell’adattamento sociale non grava più sulle mamme che hanno portato in grembo il bambino o la bambina. La donna non è più rinchiusa nella sua occupazione solitaria, come accade spesso nelle società occidentali o avanzate, bensì tutte le persone del gruppo sociale allargato sono idonee alla cura del bambino, perché ognuna può insegnare a crescere, ognuno può essere una guida, un supporto, un freno, una spalla.

Così da quest’argomento, e dalla spinta alla relatività che porta con sé, riscopriamo come al centro dell’accudimento ci siano molte complementarità tra le persone che si prendono cura delle necessità dei bambini, e come queste possano essere svincolate da una comprensione puramente biologica delle relazioni genitoriali.

Melissa Pignatelli

Fotografia: Sophie Calle, Voir la Mer, 2011, Still da Video. 6 fotografie colorate senza video, durata approx 5’00 min. Direttrice della fotografia : Caroline Champetier. Fonte: Arndt Fine Art, link qui.

Fonti:

Katheleen Barlow,  Achieving Womanhood  and the Achievements of Women: Cult Initiation,   Gender Complementarity and the prestige of Women in Gender Rituals, p.85, in Female Initiation in Melanesia,  a cura di Nancy Lutkehaus e Paul Roscoe, Routledge, 1995, link attivo.

Kathleen Barlow, Critiquing the “Good Enough” Mother: A Perspective Based on the Murik of Papua New Guinea, Ethos, Vol. 32, No. 4, Theme Issue: Contributions to a Feminist Psychological Anthropology (Dec., 2004), pp. 514-537, link attivo.

(Una versione precedente di questo articolo è stata pubblicata il del 2 Dicembre 2011 con il titolo “Mamme Sollevate”).

Melissa Pignatelli

4 Comments

  1. Anonimo says

    Non capisco pienamente l’articolo e mi piacerebbe approfondire. Se da un lato mi trova pienamente d’accordo ed in linea con la realtà di oggi e cioè che la genitorialità non è un rapporto riservato esclusivamente ai legami strettamente biologici bensì attiene ad un mondo ben più ampio fatto di relazioni affettive che si costruiscono nel tempo, dall’altro leggo come rapporti citati esclusivamente quelli di natura biologica, come nonni, zii, cugini etc. Prima delle baby sitter personalmente avrei annoverato quello stuolo di uomini e donne che dopo essere stati al fianco di persone con figli crescendoli ed amandoli hanno maturato il diritto, come prevede la legge oggi in esame al parlamento, di adozione in quanto finalmente ritenuti depositari di diritti e doveri come terzo genitore. E ciò dovrebbe meritare un ruolo più importante nell’articolo che seppur molto interessante ed anche attuale cade nella banale e stereotipata dinamica mamma, babbo, nonno e zio. La madre moderna è colei che prima di essere madre è donna realizzata con se stessa e come tale non teme il proprio ruolo di madre ben consapevole della propria solidità e centralità nella vita dei figli che, aperti al mondo e senza pregiudizi né filtri, instaurano altre serene e felici relazioni affettive che arricchiscono il loro mondo di amici, conoscenze, abitudini, tradizioni ed opportunità.

    • La ringrazio per il suo commento, che mi permette di spiegare meglio qualche passaggio. Cercare di rendere attuale e pertinente alla situazione italiana uno studio condotto sui Murik della Nuova Guinea non è un’operazione semplicissima e mi rendo conto che delle parti possano rimanere in ombra o cadere nello stereotipo.
      L’operazione principale nel presentare questo lavoro è quello di cercare di svincolare il concetto di maternità da quello puramente biologico. Così facendo si apre uno spazio di riflessione nel quale chiaramente chi accudisce i bambini sono le persone che li crescono, come chi sta accanto ai genitori biologici, così come avviene in altre popolazioni dove i bambini vengono accuditi dal gruppo di persone di cui fanno parte.
      Della “realizzazione” delle madri moderne, spesso precarie e penalizzate dalla maternità nella realtà del mondo del lavoro, non sono così convinta. Il suo commento mi permette di far luce sull’idea che svincolare la società dalle aspettative costruite sul multi-tasking femminile, condividere il processo di accudimento e permetterebbe proprio alle donne di ritrovare una solidità fatta di maggiori sfumature e minori aspettative.

  2. Anonimo says

    La ringrazio della sua risposta che ho apprezzato. La precarietà e la penalizzazione dell’essere madri, circostanze queste senz’altro reali, spesso tuttavia diventano la nostra peggior nemica perché in essa ci sentiamo intrappolati finendo per vivere nel pensare e non nel fare. Per essere madri serene dobbiamo prima di tutto essere donne felici orgogliose della nostra voglia di fare e lavorare. La saluto cordialmente.

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