Arte, Filosofia
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Nel Segno di Eco

Il nome deIla rosa e la semiotica di Eco” è un saggio interpretativo di Janos Kelemen, nel quale lo studioso Ungherese unisce indizi del romanzo tematico e indici accademici per fare luce sulla posizione dello studioso Italiano rispetto alla sua stessa teoria semiotica, che vediamo rintracciata in filigrana del racconto. Ecco dunque riportati i passaggi più significativi dell’analisi di Kelemen (riferimenti in calce), una sorta di disegno per i non specialisti, in memoria del grande lavoro intellettuale compiuto da Umberto Eco.

“Il romanzo di Eco non è meramente un „romanzo a tesi” e non è soltanto un „bestseller accademico.”

L’unicità del libro consiste nel fatto che esso, ovviamente, non è un lavoro teoretico nel senso di un commento all’opera letteraria dell’autore, ma non è nemmeno un’illustrazione di certe tesi filosofiche o scientifiche. Si tratta invece di un vero racconto che, proprio tramite questa veste narrativa, rappresenta un commento all’opera scientifica dell’autore.

La formulazione della mia tesi è la seguente: Il nome della rosa è il romanzo di Eco, del semiotico. Come tale, esso è un commento alla semiotica di Eco, scritto dallo stesso Eco, dal narratore. Nelle sue postille anche l’autore disserta sul titolo, sottolinea quanto esso sia arbitrario e fortuito. Sostiene che

 „la rosa è una figura simbolica così densa di significati da non averne quasi più nessuno” e afferma, infine, che „un titolo deve confondere le idee, non irreggimentarle”.

Probabilmente le postille devono fare lo stesso. Nel dissertare sul titolo, Eco sospinge la nostra attenzione, eccessivamente, sulla „rosa”, nonostante riconosca la connessione tra il titolo e l’esametro di Bernardo Morliacense (pur lasciandola in una sospensione ambigua).

Ma oltre a „confondere le idee” il titolo di un romanzo ha anche altro da fare: ha, cioè, altre funzioni. Una funzione è, innanzitutto, la denominazione. Il titolo è il nome del romanzo, è dunque un nome proprio che svolge l’ufficio di identificare il libro in questione, di fare cioè riferimento ad esso (affinché lo si possa catalogare, trovare in libreria, e così via). Per quanto riguarda questa sua funzione di riferimento esso è infatti arbitrario, privo di significato.

Che cosa narra, quindi, Il nome della rosa, se non dice che questo libro tratta del nome della rosa? Non della rosa, ma del nome della rosa. A questo punto facciamo attenzione a quanto sia insolito questo titolo e, in corrispondenza ad esso, a quanto sia insolito il libro stesso.

Siamo dunque costretti a „compitare”, cioè ad interpretare, poiché la verità non si manifesta faccia a faccia, ma solo per opera di segni.

Adso, essendo un osservatore ingenuo degli avvenimenti, senza averne una vera comprensione, lascia „a coloro che verranno […] segni di segni.” Il mondo (qui va anche questo sottinteso) è un tessuto di lettere o segni, e le nostre parole sono, anche per tale ragione, segni di segni. Da qui nasce il potere delle parole, cioè „il potere dei nomi propri”.

Il titolo tratta difatti ciò che ci suggerisce: tratta del nome, del potere del nome, della relazione tra nomi e cose, tratta, cioè, di problemi semiotici.

Ma cosa significa la rosa? Di questa questione non dobbiamo curarcene. Le postille a questo riguardo non ci inducono in inganno. Si può, al massimo, rovesciare quello che dice Eco („la rosa è una figura simbolica così densa di significati da non averne quasi più nessuno”): „la rosa è una figura simbolica così priva di significati da significare quasi tutto”, così come le cose. Questo rende ancora più chiaro il fatto che nel titolo sia il „nome” a dover essere sottolineato. Il nome della rosa tratta del nome di „quasi tutto”: del nome delle cose.

Si è dunque autorizzati a leggere il romanzo come un’opera dell’Eco semiotico. Per poter fare ciò si ha evidentemente bisogno di ricapitolare, a grandi linee, l’opera teoretico-scientifica dell’autore,

opera nella quale possiamo rilevare tre motivi principali: l’idea dell”’aperto”, la „socialità” (cioè l’idea della determinazione sociale dei sistemi segnici e linguistici) e l’autocritica continua.

Per esprimerci più semplicemente potremmo anche dire che da Il nome della rosa si ricava una storia della semiotica medioevale”. Venendo alla trama narrativa, prosegue Kelemen “l’azione del romanzo si svolge nell’abbazia, ma il luogo principale di essa è ovviamente la biblioteca. La biblioteca come labirinto (o il labirinto come biblioteca) è, nello stesso tempo, anche il protagonista del romanzo, così come nella novella di Borges (Biblioteca babelica) a cui sembra ispirarsi Eco.

„L’universo (che altri chiamano una biblioteca) […]”: con queste parole esordisce la novella di Borges. Anche la biblioteca di Eco è un universo. Da un lato è un universo nel senso che costituisce un tutto chiuso in sé stesso, dall’altro anche nel senso che ci costringe a porre l’angosciosa questione se esista in esso un ordine o se, invece, sia dominato dal disordine.

Ovviamente esiste in esso un ordine: ha un disegno decifrabile; nelle stanze e negli armadi di libri regna un’uniformità penosa. Lo stesso vale per la biblioteca di Borges. Ma così come si scopre, nel racconto di Borges, soltanto „il disordine divino” dietro al numero infinito di gallerie esagonali che costituiscono l’ordine della biblioteca-labirinto, anche Guglielmo deve congetturare che, nell’universo, non ci sia ordine di nessun genere.

L’ordine è un ordine „che la nostra mente immagina”, è „come una rete, o una scala”: se per mezzo di esso raggiungiamo il fine dobbiamo buttarlo via „perché si scopre che, se pure serviva, era priva di senso” (Il nome della rosa, p. 495)

Entro i limiti delle possibilità Eco sfrutta, sia sul piano del microtesto sia su quello del macrotesto, la metafora della biblioteca e le associazioni che ne derivano.

La biblioteca de Il nome della rosa è identica, con tutto ciò che in precedenza è stato menziona- to per definire il concetto dell’enciclopedia: è la „libreria delle librerie” (perché, secondo il romanzo, è la libreria più ricca), è un „archivio” (perché conserva i ricordi di tutte le epoche della storia), così è anche un thesaurus del „già detto”.

La „libreria delle librerie” (la biblioteca-universo), per sfogliare e parafrasare ancora una volta Borges, „è completa”: sui suoi ripiani s’incontrano tutte le combinazioni, pur numerosissime ma non infinite, dei circa venti segni ortografici, cioè tutto ciò che è esprimibile e si trova in tutte le lingue.

Tutto: la storia minuziosa del futuro, l’autobiografia degli arcangeli, il catalogo preciso della biblioteca, migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità dei cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo vero, il vangelo gnostico di Basilide, il commento del vangelo, la relazione vera sulla tua morte, la traduzione di tutti i libri in tutte le lingue, le parti interpolate di tutti i libri in tutte le lingue, i brani interpolati di tutti i libri in tutti i libri, il trattato che Beda avrebbe potuto scrivere ma non aveva scritto sulla mitologia dei sassoni, i libri persi di Tacito. Aggiunge Borges: la certezza che tutto è già scritto ci distrugge o c’imbaldanzisce.

Ecco, dunque, il thesaurus perfetto del „già detto”, la biblioteca in cui tutto è già scritto.

A questo punto siamo ritornati al paradosso del codice: se tutto è stato detto, se la nostra competenza consiste nel „già detto” allora dobbiamo, infatti, riconoscere che è la lingua che ci parla.

Eco, il teoretico della semiosi aperta e infinita, evita tale conclusione dimostrando (sulle orme di Wittgenstein) che è impossibile, sia sul piano tecnico sia su quello di principio, decomporre il mondo dell’esperienza in unità semantiche, elementari e ultime: è impossibile, cioè, che tutto sia, una volta per sempre, messo in codice.

In fin dei conti, tutti i codici (e tutte le enciclopedie funzionanti come codici) sono arbitrari: sono modi diversi di articolare e organizzare il mondo e dipendono da punti di vista e prospettive necessariamente particolari. Il „già detto” non chiude il nostro universo.

Il tema dell’ultimo dialogo tra Guglielmo e Adso è il „segno” che è inseparabile dal problema dell’ordine del mondo.

Dice Guglielmo: „Non ho mai dubitato della verità dei segni, Adso, sono la sola cosa di cui l’uomo dispone per orientarsi nel mondo” [p. 495].

I segni hanno, dunque, la loro verità, ma tale verità appartiene solo a noi perché essa non è radicata nella certezza ultima dell’ordine del mondo. L’errore, come la verità, appartiene a noi e riguarda i segni.Ciò che io non ho capito (ecco l’ultima confessione di Guglielmo) è stata la relazione tra i segni”.

 

Selezione analitica dello studio di Kelemen di Melissa Pignatelli,

in memoria di Umberto Eco.

Fonte: “Nel nome della Rosa e la semiotica di Eco” in Janos KELEMEN, Profili ungheresi e altri saggi, Rubbettino, Soveria Mannelli 1994, 111–126. Fonte qui.

Janos Kelemen, filosofo, biografia qui.

Umberto Eco, Il Nome della Rosa, Bompiani, 1980, link all’acquisto qui.

Melissa Pignatelli

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