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Le architetture luminose di Ilaria Ortensi

In un presente saturo di immagini e senza centro, viene spontaneo pensare che nonostante
le assillanti promesse di possibilità illimitate, si brancoli in fondo nel buio, sommersi da stimoli di ogni genere e intimamente mossi da un profondo desiderio di chiarezza, di comprensione e di pace.

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Cosi Calvino lanciava un appello per tutelare e riconoscere tutti coloro che non smettono mai di cercare, i Marco Polo della contemporaneità, quelli che partono con poco bagaglio e poche certezze e non smettono di porsi domande che scuotano le fondamenta del mondo, né di frugarne le rovine alla ricerca di città invisibili.
Tra questi spiccano tutti gli scienziati e gli artisti che dedicano la propria vita alla ricerca, nella speranza di riuscire a molare qualche tessera di un futuro auspicabile. In questa esplorazione di senso e di conoscenza, scienziati e artisti percorrono i sentieri della ricerca, mossi da una febbre di curiosità, da una cieca fede nell’ignoto.
In un saggio su Schopenhauer, Lucian Krukowsky sottolinea come per Hegel la principale conquista dell’artista sia quella dell’anticipazione, del riconoscimento di quelle configurazioni ancora troppo fugaci per essere registrate dall’occhio comune.
L’ artista a cui si riferisce Hegel, non è la celebrità che vende a caro prezzo le proprie opere, ma fa parte piuttosto di quella comunità operosa e apolide di artisti che vivono in ogni parte del mondo e che dedicano la propria esistenza all’esplorazione e all’immaginazione dei possibili volti che assumeranno le nostre magnifiche sorti e progressive.

Il lavoro di Ilaria Ortensi, giovane artista Italiana che vive a New York, reca con se le cifre di questo tipo di impegno e di ricerca.
Partendo dall’osservazione del paesaggio urbano e residenziale di Roma – stratificato e denso di rovine, ma disseminato anche di architetture sorte di recente che appaiono come anomalie effimere eppur minacciose – le fotografie di Ilaria Ortensi creano un ponte immaginario e poetico tra architettura, fotografia e scultura, rivolgendosi al più vasto territorio delle esperienze urbane Europee e Americane e riflettendo su come l’architettura possa influenzare l’immaginario contemporaneo attraverso l’esperienza diretta e la proliferazione delle sue immagini.
Ciascuna serie fotografica, partendo da un caso-studio specifico, prevede la costruzione di un set all’interno dello studio. Questo viene poi rappresentato fotograficamente sotto diverse condizioni e infine distrutto. L’intensa sperimentazione e la natura precaria di questi set fotografici genera momenti di forte intensità, confondendo la soglia tra progetto ed accidente, tra intenzione e realtà.

In Variations (2015) la ricerca sull’idea di spazio virtuale, intangibile, sospeso tra luoghi immaginati o creati al computer, si spinge sino ai confini della fotografia. Ispirandosi a un disegno di Piranesi dalla serie Carceri d’Invenzione (1745-50), l’artista ha costruito un’architettura frammentaria fatta di materiali di scarto che ha fotografato servendosi di esposizioni multiple e di luci colorate. Il risultato è quello di aver impresso sul negativo un’architettura luminosa e disabitata che non può essere percepita a occhio nudo. Lo spazio così costruito sul negativo è uno spazio “sequenziale”, che esiste cioè nel tempo. La fotografia coglie in questo modo lo sviluppo di una forma attraverso un processo di decostruzione della forma stessa.

Le immagini emerse da questo processo sono esse stesse architetture ma anche ritratti collettivi di quell’assenza di stabilita – e di casa – che descrive un modo d’essere dell’uomo contemporaneo. Homelessness è forse la parola che meglio esprime questo stato, questa privazione del riparo sicuro che tutte le migrazioni impongono.

Le architetture luminose di Ilaria Ortensi stemperano i colori elettrici delle promesse di felicità con le ombre bianche delle rovine e riportano alla mente le spirali ascendenti di Boccioni. L’immagine del flusso incessante di energia di tutti coloro che sono in movimento fanno pensare ad una nuova città che sale, che accumula volumi e forme uno sopra l’altro, senza curarsi della gravità né del peso dei corpi che trascina con sé.

Luca De Gaetano

Luca De Gaetano

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