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Migrazioni: Una Storia Cinese tra Prato e Wenzhou

I numeri e la scienza antropologica parlano chiaro. Non c’è nulla di casuale nella scelta che negli ultimi trent’anni ha portato decine di migliaia di cinesi a spostarsi, lavorare e vivere a Prato. La migrazione verso la città toscana di quelle persone – provenienti da un’area geografica e socioeconomica specifica della Cina – è frutto di fattori precisi, di compatibilità culturali, di vantaggi complementari e vicendevoli fra la comunità locale e quella orientale. Un amalgama fatto di comuni interessi e aspirazioni legittime, oltre che di quelli che la scienza non chiamerebbe mai ‘modi di essere’ simili. È del tutto evidente che la Storia, quella con la ‘s’ maiuscola, ha in qualche modo incoraggiato e indirizzato questo percorso di unione. Nulla di ciò che è accaduto a Prato può essere letto in maniera indipendente da ciò che è accaduto nello stesso periodo nella municipalità di Wenzhou, nel sud-est della provincia costiera del Zhejiang. Tuttavia, alla fase di scoperta e insediamento della comunità cinese realizzata a Prato alla fine dello scorso secolo, ne è seguita una di conflitto: resistenza, diffidenza, contrasto. Una fase dimentica del ‘comune crescere’ che ha costituito la possibilità di questo insediamento, una fase che ha mischiato le fisiologiche tensioni interne a ciascuna delle comunità a quelle strumentali di una ‘lotta tra diversi’. Che diversi non sono. A oggi, quella fase di contrapposizione non si è conclusa. Del resto, intuire cosa riservi il futuro a questo processo rappresenterebbe un mero esercizio di stile qualora non si analizzassero i motivi di una migrazione di successo economico (per gli uni e per gli altri), qualora non si approfondissero le caratteristiche di sviluppo di questa migrazione cinese a Prato.

Pionieri di guerra, esploratori di pace

Una vicenda sconosciuta e poco analizzata dalla storiografia rivela che fu l’industria della guerra a far giungere i primi gruppi di cinesi in Italia. Durante il primo conflitto mondiale, dal 1914 al 1918, la Francia aveva richiesto mano d’opera cinese a basso prezzo da impiegare nelle sue industrie svuotate di personale. Ci fu un vero e proprio accordo fra le due nazioni. La storica francese di origini cinesi Ma Li, docente all’università del Litorale (Pas-de-Calais), ha pubblicato nel 2012 uno studio del Centro nazionale francese della ricerca scientifica che ne racconta i particolari, soffermandosi sul fatto che «le fonti […] parlano di 93.000 lavoratori». Al termine della guerra, molti di questi immigrati cinesi, con la perdita del lavoro, si diressero in altre città europee e alcuni di loro si stabilirono proprio a Milano. Si tratta di numeri esigui. I migranti orientali sono soprattutto uomini, ex operai che nel capoluogo lombardo si reinventano come venditori ambulanti, principalmente commercianti di cravatte di seta o di perle. Questa è la prima vera comunità straniera immigrata che si insedia in Italia, giunta precedentemente all’emanazione delle leggi razziali del ventennio fascista. Il gruppo si calcifica nel momento in cui alcuni degli ex lavoratori sposano donne emigrate in città dalle campagne lombarde. Il riferimento storico è importante per comprendere l’evoluzione dell’epopea cinese in Italia, senza dimenticare che l’azione migratoria di questo primo nucleo di persone non è in alcun modo legata al fenomeno di spostamento massiccio che seguirà negli anni a venire: quella che dagli anni ottanta del Novecento porterà alla formazione della comunità cinese più importante e impattante d’Europa, a Prato. Dopo questa ondata migratoria legata alla Prima guerra mondiale c’è un lungo stop. Lungo quanto il dominio di Mao Tse-tung, dagli anni quaranta alla metà dei settanta, che com’è noto governava un Paese nel quale emigrare era impossibile. Persino avere un parente che aveva fatto questa scelta precedentemente era da considerarsi un’onta per chi viveva in patria. Questo è lo spartiacque fra la prima e la seconda migrazione cinese in Italia, due fenomeni distinti e slegati. Il dato tecnico della differenza tra la prima e la seconda ondata è confermato da un assunto linguistico – dunque per eccellenza culturale – che si riscontra proprio nell’idioma cinese: i primi sono Huaqiao (traduzione: cinesi d’oltremare), i secondi sono Xin Yimin (traduzione: nuovo migrante). Sono questi ultimi, esploratori di un Paese che si apre ‘all’esplorazione’ del mondo dall’inizio degli anni ottanta, a essere la comunità fondativa da cui si genera quella pratese.

Il grande incontro

I motivi della seconda ondata migratoria di cinesi in Italia – e dunque a Prato – sono legati ad un processo politico-economico che riguarda la Cina quanto l’Italia. Spetta al leader riformista del Partito Comunista Deng Xiaoping, per un perverso gioco del destino, compiere la vera ‘rivoluzione’. Il politico cinese, negli anni ottanta, sancisce nel suo Paese il passaggio dalla pianificazione centralizzata all’economia di mercato: atti che portano immediatamente alla riapertura delle frontiere cinesi verso l’esterno e che danno il via alle migrazioni (sia dalle campagne alle città, sia verso mete internazionali). Nello stesso periodo i distretti manifatturieri industriali italiani, organizzati su base prevalentemente provinciale, conoscono i loro maggiori momenti di crescita. Non basta certo questa equazione a produrre il risultato che abbiamo sotto gli occhi, ovvero quello di una comunità strutturata e stratificata nella città di Prato. Tuttavia, il primo tassello è la possibilità di un collegamento, che si realizzerà di lì a poco. Già nel 1975 si era realizzato un primordiale contatto tra la Cina e Prato: nell’estate di quell’anno una delegazione dell’ambasciata della Repubblica popolare guidata dall’addetto economico Meng Chaokai visitò il lanificio cittadino Twintex (Riccardo Cammelli, Tra i panni di rosso tinti, Carmignano, 2014). Ma è solo dieci anni più tardi che si realizzano i primi veri viaggi di cittadini cinesi verso la Toscana. In due borghi dell’hinterland fiorentino, a Brozzi e a San Donnino, alla fine si forma un primo nucleo di orientali figli della ‘nuova’ possibilità e della necessità di andare a cercar fortuna fuori dal proprio Paese. È la fine degli anni ottanta. Si tratta di uomini e donne che cercano e trovano lavoro nell’industria della pelle bisognosa di manodopera. Nulla, in questa fase, è armonioso. L’impatto di queste poche centinaia di cinesi sull’esigua popolazione dei due borghi è immediatamente negativo. Si verificano episodi di velato razzismo e astio (Anna Marsden, Cinesi e fiorentini a confronto, Firenze, 1994). Al fattore sociale di ostilità, inoltre, si somma quello economico della mancanza di spazi utili alla produzione e alle necessità abitative dei migranti. Per questi motivi, nel 1990, si verifica il primo punto di discontinuità: uno spostamento della comunità cinese verso altre mete vicine. Le nuove destinazioni sono Empoli, la frazione industriale fiorentina dell’Osmannoro e soprattutto Prato. Qui nascono i primi laboratori gestiti da cinesi, che si cimentano in ambiti marginali del distretto tessile pratese (che produce quasi esclusivamente tessuti), come la maglieria e la confezione di indumenti. Si tratta di settori con importanti margini di sviluppo e una bassa barriera d’accesso. Nel 1991 le anagrafi pratesi registrano la presenza di qualche centinaio di cinesi: è la prima volta. In città si realizza rapidamente il fenomeno della ‘delocalizzazione in loco’: il basso costo della mano d’opera e la flessibilità degli orientali inducono gli imprenditori pratesi a commissionare ai nuovi laboratori un segmento del proprio lavoro. Comincia l’epoca della collaborazione e dell’insediamento.

I destini incrociati di Prato e Wenzhou

C’è molto più di una convergenza temporale di interessi nelle vicende che uniscono Prato a questi migranti. Il numero di cinesi in città cresce a dismisura nel giro di dieci anni – dai 500 del 1990 si passa ai circa cinquemila dell’anno 2000 – e raddoppia di nuovo nella metà del tempo, arrivando a sfiorare quota diecimila nel 2005 (Sara Iacopini, Unpublished research paper, 2014). Sintomo di una cinghia di trasmissione che funziona e che comunque mostra punti deboli di cui la società pratese tende a non dar peso. Primo fra tutti il lavoro sommerso. La grande flessibilità e il basso costo di mano d’opera cari agli imprenditori locali sono la conseguenza del diffuso ricorso alla pratica del lavoro nero, senza orari né contratti, da parte dei cinesi. Ma i pratesi conoscono molto bene questa abitudine. E nel momento di crescita comune non pensano nemmeno lontanamente a stigmatizzarla. Al contrario, si può ipotizzare che l’habitat naturale per questo modus agendi lavorativo sia proprio Prato. E si può persino supporre che al di là della convenienza economica sia stato un atteggiamento incoraggiato. Molti anni prima, nel 1980, quando non c’era l’ombra di un cinese in città, un reportage pubblicato da una giornalista francese su Le Monde descriveva Prato come il regno della mancanza di regole nel lavoro. Un passaggio era particolarmente illuminante: «Alcuni operai guadagnano anche un milione di lire al mese, ma lasciano troppo spesso che un polmone finisca bruciato da vapori d’acido, che un dito se ne vada mangiato da una carda. Che l’udito – l’80% dei pratesi è sordo – si perda. Autosfruttamento, la parola, sembra, l’hanno coniata loro, i pratesi» (Riccardo Cammelli, Tra i panni di rosso tinti). Il titolo dell’articolo era profetico e legava sommariamente i destini di Prato a quelli della Cina: «Hong Kong all’italiana». La giornalista di Le Monde aveva sbagliato di pochi chilometri. I migranti cinesi che sarebbero giunti di lì a poco, infatti, sono tutti originari dalle campagna di Wenzhou, una municipalità all’estremità est della nazione, che in mandarino si traduce letteralmente con ‘distretto caldo’. Nel periodo maoista Pechino isola questo territorio perché i suoi abitanti sono considerati ‘irriducibili capitalisti’ con attitudine al commercio. Anche questa particolare attitudine rende i wenzhounesi simili ai pratesi, senza considerare il fatto che negli stessi anni in quella porzione di repubblica popolare si organizzano distretti territoriali del tutto compatibili con quelli italiani. Deng Xiaoping fa diventare Wenzhou avamposto di sperimentazione e rilancio: si creano dei mercati specializzati e nelle campagne intorno al capoluogo i meno abbienti si rendono conto di dover trovare un modo per arricchirsi. Comincia così una forte spinta migratoria, un processo sociale endemico che si autoalimenta, una strada che conduce molti di loro a Prato. Questo percorso si rivela essere un’operazione win-win per tutte e due le comunità (di italiani e di cinesi) e il vantaggio economico di entrambe si realizza in un ambiente culturale del lavoro ideale per i nuovi arrivati che vi si stabiliscono.

Il conflitto

La comunità cinese di Prato conta attualmente ventimila residenti regolari. La quota di coloro che sono giunti clandestinamente in città è andata diminuendo nel tempo grazie alle numerose sanatorie che i governi italiani hanno concesso. Tuttavia le stime, compiute grazie allo studio del livello di consumi energetici, fissano tra i cinque e i quindicimila la quota dei cinesi non regolari. Questo significa che in città, in totale, ci sono circa treyamila cittadini cinesi. Come quantità assoluta si tratta della più numerosa comunità cinese in Italia, mentre se si considera il numero dei migranti orientali in rapporto ai residenti della città – poco meno di centonovantamila – si può parlare dell’impatto più alto di una comunità cinese tra tutte le città d’Europa. Tanti uomini quante donne. I migranti cinesi di Prato rappresentano una delle collettività maggiormente bilanciate in relazione al genere. È un segno del carattere ‘familistico’, e quindi stabile, della loro migrazione. (Sara Iacopini, Unpublished research paper). Tutti fattori che concorrono a rappresentare una descrizione fluida di questo insediamento, con almeno una generazione di cinesi che sono nati e vissuti a Prato. Questi ragazzi e ragazze hanno studiato per lo più nelle scuole pratesi e a differenza della prima generazione di migranti conoscono la lingua italiana. Pur avendo abbattuto questo essenziale ostacolo culturale, nondimeno, i ‘cinesi pratesi’ si sono ritrovati a crescere in un clima di ostilità rispetto alla comunità locale. Un fenomeno che si è sviluppato negli ultimi quindici anni, originato da un atteggiamento economico che ha partorito numerosi equivoci. All’inizio del nuovo millennio, molti degli operai whenzhounesi giunti a Prato hanno compiuto la prima fase della propria parabola economica. Hanno messo da parte il denaro e le competenze sufficienti per tentare di risalire la filiera produttiva: alcuni cominciano a fondare ditte e diventare veri imprenditori nella confezione e nella maglieria, settori dove da due decenni lavoravano nei propri laboratori per ‘conto terzi’. L’inclinazione al mondo degli affari, del resto, era loro propria sin dal principio. «Il povero cerca il lavoro, il wenzhounese cerca l’affare», recita uno dei proverbi più noti in Cina. Il successo di queste attività si palesa immediatamente, soprattutto per via dell’ostentazione materiale della ricchezza che alcuni nuovi industriali cinesi mettono in essere con i propri guadagni. Macchine di lusso sono parcheggiate a Chinatown a fianco di capannoni industriali in pessime condizioni. Questa contraddizione alimenta verso la comunità orientale un vero e proprio odio sociale, una bomba a orologeria che di lì a poco cambierà persino la storia politica della città. Di fatti l’inizio degli anni Duemila coincide fatalmente con l’origine della più profonda crisi che il distretto tessile pratese – quello che esisteva da un secolo in città – abbia mai vissuto. Le nuove regole della globalizzazione penalizzano in maniera letale la produzione italiana di tessuto. Inoltre il modello produttivo su base familiare entra in crisi e non si verifica nelle fabbriche quel ricambio generazionale che avrebbe dovuto dare nuova linfa alle storiche manifatture. Da quando i cinesi divengono ‘imprenditori finali’ cambiano i rapporti di subalternità economica e sociale nei confronti della comunità italiana. Salta un sistema di relazioni consolidato nei quindici anni precedenti e la crisi economica del distretto pratese induce al conflitto e agli equivoci. Il più grande si realizza nel sospetto che la concorrenza cinese stia scalzando e uccidendo la produzione di tessuti italiana. Nonostante i primi a sapere che le due produzioni non sono in concorrenza siano gli imprenditori pratesi – che conoscono bene il settore – si produce e si consolida nella società questo falso mito. A cui si accompagna un improvviso astio per il dilagare dell’illegalità fiscale a cui ricorrono molti imprenditori migranti. Ora l’atteggiamento viene condannato e stigmatizzato dall’opinione pubblica. La cittadinanza reagisce in maniera feroce, assecondando gli appetiti della politica che offre ricette di ‘tolleranza zero’ verso la comunità cinese: nel 2009, per la prima volta nella storia della città, una coalizione di centrodestra vince le elezioni amministrative. Gran parte della campagna elettorale della compagine salita al potere si fonda sulla condanna al sistema di ‘economia illegale cinese’ che starebbe affossando l’economia della città. L’esperienza amministrativa si conclude nell’arco di un mandato (cinque anni) con la bocciatura degli stessi pratesi, che nel 2014 non rieleggono il sindaco di centrodestra. E con un nulla di fatto sul tema delle regole non rispettate. Intanto avanza con drammaticità il vero buco nero dell’illegalità cinese: quello legato alla mancanza di rispetto delle regole sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. I dormitori e le cucine che sorgono all’interno delle fabbriche sono una mina vagante che minaccia le vite degli operai orientali. Una bomba che talvolta scoppia irreparabilmente. All’alba del primo dicembre del 2013 sette operai cinesi rimangono uccisi nell’incendio che distrugge la Teresa Moda, una ditta del Macrolotto industriale. L’emergenza arriva drammaticamente all’evidenza mondiale: i media nazionali e internazionali si occupano della vicenda, mentre la Regione Toscana appronta un piano (tutt’ora in corso) per intensificare i controlli in tutte le ditte del distretto. Questo episodio affievolisce in qualche modo l’astio accumulato dalle due comunità in città, dando corso a una nuova fase di dialogo. Le seconde generazioni di migranti cinesi si affacciano alla partecipazione attiva, alcune associazioni orientali fanno sentire la propria voce circa l’annoso tema della violenza subita a Chinatown: con una regolarità sconvolgente, infatti, gli abitanti di quel quartiere vengono presi di mira dalla criminalità per furti e rapine. Ne scaturisce una manifestazione con duemilacinquecento persone. Per la prima volta i cinesi di Prato scendono in piazza. Sono diventati i pratesi di Cina.

Giorgio Bernardini

Immagine di Copertina: LIU XIAODONG, Chinatown 1, 2015, olio su tela, 200 x 180 cm, Courtesy the artist and Massimo De Carlo, Milano/London/Hong Kong

Studio pubblicato sul catalogo cartaceo della mostra Liu Xiadong-Migrazioni/Migrations edito da Marsilio.

 Liu Xiadong-Migrazioni/Migrations, Strozzina, Palazzo Strozzi, Firenze dal 22 Aprile al 29 Giugno 2016.

Per tutte le informazioni sulla mostra cliccare qui Liu Xiadong: Migrazioni, Palazzostrozzi.org o telefonare al +39 055-2645155

Giorgio Bernardini

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