Antropologia, Rifugiati
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Il Razzismo Debiologizzato

Mentre assistiamo alle immagini di chiusura dei confini, ai discorsi di rimbalzi di responsabilità per l’accoglienza di esseri umani in fuga guerre di altri sul loro territorio, mentre scorriamo video sulla distruzione di vite, identità e relazioni, non possiamo non pensare a come l’impermeabilità politica (e umana) dei cittadini che si considerano al culmine della scala dello sviluppo si stia trasformando in qualcosa di diverso.

O forse è indice di un grande ritorno di un elemento che ha caratterizzato parte della storia della civiltà occidentale, ovvero il razzismo. Tolti i connotati “genetici” di riferimento ai colori epidermici, evoluto nel linguaggio e politicamente corretto, il rifiuto all’accoglienza di esseri umani e l’incapacità di comprendere i drammi umani da chi dovrebbe governare, non possono essere altro che indici di quel razzismo debiologizzato teorizzato dal sociologo francese Pierr-André Taguieff.

In proposito pare utile rileggere la definizione di parole chiave fatta da Anna Paini in uno studio sull’altro pubblicato nel 2009 dalla Fondazione Intercultura.

“Sappiamo che i gruppi umani tendono a elaborare definizioni positive del sé, mentre producono definizioni negative dell’altro. Ma quando nella contemporaneità si arriva a distinguere tra verità naturale, universale e discorsi e pratiche “contro natura” allora ci troviamo di fronte a forme, più o meno velate, di razzismo. Come sostiene Clara Gallini (1996) “i confini tra etnocentrismo e razzismo ci appariranno come mobili, rinegoziabili, pericolosamente labili …” (p.8), esattamente come la linea che separa esotismo e razzismo.

Se il razzismo classico si reggeva su una visione che gerarchizzava i gruppi umani in “razze” – collegando determinate caratteristiche morali e intellettive a caratteri morfologici, indicativi di una inferiorità – la sua riedizione moderna è il “razzismo debiologizzato” (Taguieff, 1994) o razzismo culturale (Fabietti 1995). Il concetto di “razza”, abbandonato non solo dalle scienze sociali ma anche dai genetisti (si veda tra gli altri Cavalli Sforza), è tuttavia ancora radicato nel linguaggio comune. Va anche sottolineato come l’uso di questo concetto assuma significati diversi nei vari paesi, come “parte di un discorso di dominio” oppure di “non-discriminazione” (sul diverso uso del termine, per esempio in Italia e in Gran Bretagna si rimanda a Maher 1994).

Si continua a ritenere che il razzismo abbia come oggetto le “razze” nel senso di gruppi umani connotati anche fenotipicamente; nella pratica sappiamo che “qualunque gruppo umano può essere razzizzato, indipendentemente dalla visibilità fenotipica e perfino dalle peculiarità culturali e sociali (Guillaumin 1972). Lo stigma applicato a certe categorie di persone può prescindere da qualsiasi differenza oggettiva, essendo l’esito di un processo di costruzione sociale e simbolica.” (Rivera 2007).

Quando si fa leva su certi aspetti che diventano marcatori dell’alterità in un contesto di intolleranza e conflittualità nei confronti di appartenenti a gruppi diversi, si scivola chiaramente in forme di razzismo. Un conto è pensare in termini di “parti” di umanità un conto in termini di “scarti” di umanità; come sostiene Francesco Remotti “per la modernità non si tratta di imporre una cultura su un’altra, ma di far prevalere una verità universale e naturale sulla miriade di società, caratterizzate e condizionate dai loro costumi particolari, spesso considerati non solo strani e bizzarri, ma assurdi e senza senso.” (2008, p. 65). Atteggiamenti razzistici vecchi e nuovi dunque convivono nella società contemporanea ed emergono anche nel lessico che viene utilizzato per parlare di “altri”.

Un quadro teorico che incarna bene la realtà drammatica dell’indifferenza che stanno vivendo sulla loro pelle milioni di persone in fuga, ferme sui confini, in attesa di definizione.

Melissa Pignatelli

Fonte: Etnocentrismo/Esotismo/Razzismo, parole chiave definite da Anna Paini per lo studio L’altro tra noi della Fondazione Intercultura, Onlus, a cura di Debora Aquario, Antonella Castelnuovo, Alberto Fornasari, Anna Paini, Maria Chiara Spotti, Alessio Surian, Stefania Zamparelli, pubblicato nel 2009, lo studio integrale è disponibile qui.

Fotografia: © Bernardo Ricci-Armani, la fontana del museo d’arte contemporanea, Baku, Azerbaijan, Photographing Around Me.

Melissa Pignatelli

1 Comment

  1. Anonimo says

    Inoltre non si possono accettare TUTTI quelli che si mescolano con i siriani….afgani,maliani e cosi’ via … Si onvita solo un backlash dove sofriranno proprio i siriani !

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