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L’umanità nella poesia di Philip Schultz

“Esattamente un anno fa,
l’11 settembre scorso,
uno scroscio scintillante
di scariche di elettroshock
sibilò attraverso
l’etere sorpreso
della rosea elasticità del mio cervello.
Mi svegliai fluttuando
nel reparto psichiatrico del Saint Vincent,
su un fondale roccioso,
una ghianda inerte, sotto
una tenda di lenzuolo, qualcuno
all’altro capo del tempo
cantava l’aria
di Madama Butterfly
come andava cantata.

È così che
ci si sente da morti, mi chiesi,
un falso alleluia,
un turbinare, guizzare
e traboccare,
non cercare più
di essere qualcosa di più o di meno di
un inizio,
un centro, o una fine?

Poi, quasi
subito dopo,
mi buttarono fuori
sulla strada.
Ci servono i letti,
dissero i dottori.
C’è una grande emergenza.”

Cadono come un ronzio squarciante le parole erte di  Philip Schultz, parole sempre alla ricerca di raffigurare quella congiuntura particolare che unisce il nostro essere al mondo esterno.

Un mondo preordinato e con delle regole che paiono pesare come cornici non richieste a tele che fluttuerebbero volentieri senza definizioni.

Il mondo di Philip Schultz emerge da una vita vissuta come attraverso una coltre di silenzio, di smarrimento e di incomprensione per quel che succede attorno. Una vita che scorre, con un linguaggio suo, con un senso che si raccoglie nelle piccole cose e nelle interrogazioni profonde che l’essere umano si fa, prendendosi il tempo per farlo.

Però i tempi dell’autore non combaciano con quelli esterni, con i limiti necessari che vengono dunque imposti, come quadri pesanti,  tra elettroshock ed ospedali psichiatrici.

Emergono dei personaggi, delle figure di genitori, violenti, astratti, abrutiti, stanchi, rumorosi, ma si perdono nel racconto poetico come le sagome mosse delle ombre negli specchi deformanti. Le presenze fluttuano, onnipresenti nel racconto, nella mente dello scrittore, che li crea e li vede solo una volta esternalizzati con le parole.

Così da questo libro emerge tutta l’umanità semplice di un’America fragile, simile a tutti i paesi, con i cani da portar fuori, i parchi invece delle famiglie, i soprusi, le ingiustizie, la borghesia falsa, le aiuole scarne, la legge del più forte.

Vincente davvero è solo la scrittura ed il potere di cura che contiene, la forza risonante che le parole di altri hanno su noi, i mondi nascosti che riescono a farci vivere le descrizioni, le visioni che fanno nascere, avvicinando nel loro ultimo sforzo quegli esseri umani che, senza di esse, rimangono smarriti, erranti, senz’ali.

Melissa Pignatelli

Link al libro: Philip Schultz,  Erranti senz’ali, Donzelli Editore, Roma, 2016. Il libro è uscito a cura di Paola Splendore. Traduzione di Maria Adelaide Basile, Fiorenza Mormile Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli e Paola Splendore.

Il libro è stato presentato a Mantova in occasione del Festival della Letteratura, alla presenza dell’autore, dettagli qui.

Fotografia di Bernardo Ricci-Armani, 9-11 Memorial, New York City, scopri di più su Photographing Around Me.

Melissa Pignatelli

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