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Neruda: “Confesso che ho vissuto”

Viajero inmòvil, un’intellettuale con la vocazione per il movimento: così è stato definito Pablo Neruda, un’ottimista di maniera, un uomo senza una vita regolare né prevedibile, un uomo che confessa di aver vissuto con piacere e con felicità: piacere del sesso, piacere dell’amore, piacere del cibo, del vino, dell’amicizia, della politica. Felice di avere nemici, di sapersi parte attiva di una grande narrazione, di poter condividere questa felicità con personaggi portentosi con i quali condivide l’astio per le discussioni astratte, per “le questioni letterarie” discusse nei circoli e nelle istituzioni culturali: Pablo Neruda con Paul Eluard, con Picasso, con Arthur Miller, con Rafael Alberti, con Diego Rivera, con Ilya Ehrenburg, con Federico Garcìa Lorca, con Louis Aragon esce a cena e va a bere e far baldoria (Riera Rehren, nell’introduzione a Confesso che ho vissuto, Einaudi).

Un personaggio che ha ispirato il regista cileno Pablo Larraìn e che lo racconta in maniera giocosa nel film Neruda (Distribuito da Good Films) in uscita nelle sale il 13 Ottobre 2016, ricreando un personaggio che probabilmente il pubblico non si aspetta:

“Pablo Neruda è stato un creatore talmente complesso e vasto, praticamente infinito, che è quasi impossibile collocarlo in una singola categoria, o raccontarlo in un solo film, capace di capire e definire la sua personalità o la sua opera, in maniera immediata e rapida.
E’ per questo che abbiamo scelto la storia della sua fuga, delle indagini e della leggenda letteraria. Per noi, Neruda è un falso biopic (film biografico, ndr). E’ un biopic che non è veramente un biopic perché non ci siamo assunti il compito di fare un ritratto del poeta che fosse totalmente serio. Semplicemente perché ciò è impossibile. Piuttosto, abbiamo deciso di costruire un film mettendo assieme elementi inventati e giocosi. In questo modo, il pubblico potrà librarsi assieme a lui nella sua poesia, nella sua memoria, e nella sua ideologia comunista, tipica della Guerra Fredda.

Abbiamo inventato un mondo, esattamente come Neruda ha inventato il suo. Il film che abbiamo fatto è più un film “Nerudiano” che un film su Neruda; o forse è entrambe le cose.
Abbiamo creato un romanzo che ci avrebbe fatto piacere che Neruda leggesse.

Mentre era in fuga Neruda ha costruito un tomo letterario che parla della guerra, della rabbia e della poesia, che ci ha aperto le porte su un’indagine selvaggiamente immaginaria, perché – come il poeta e la sua opera – il film crea una confluenza tra arte e politica, da un punto di vista cinematografico e letterario”.

E così nell’opera finale che Pablo Neruda mette insieme alla fine della sua vita, poi pubblicato postumo nel 1974 con il titolo Confesso che ho vissutoritroviamo qualche elemento della fuga raccontata nel film, che il poeta stesso descrisse così:

“Poiché il nostro itinerario era segreto e proibito, anche il segno più labile era essenziale. Non c’erano tracce, non esistevano sentieri, e io e i miei quattro compagni a cavallo, con un’andatura ondeggiante – aggirando alberi imponenti, fiumi impossibili, immensi massicci, nevi desolate – cercavamo il sentiero della mia libertà. Coloro che mi accompagnavano si orientavano bene nella fitta vegetazione, ma per sentirsi più sicuri segnavano con un colpo di machete, ora qui ora là, le cortecce dei grandi alberi, lasciando tracce che li avrebbero guidati al ritorno, quando mi avrebbero lasciato solo con il mio destino.

Dovevamo attraversare un fiume. Quei piccoli torrenti, nati sulla vetta delle Ande, precipitano, scaricano la loro forza vertiginosa e travolgente, si trasformano in cascate, rompono terre e rocce con l’energia e la velocità che hanno portato con sé dalle altezze più insigni: ma quella volta trovammo una gora, un grande specchio d’acqua, un guado. I cavalli vi entrarono, perdettero il contatto con la terra e nuotarono verso l’altra riva. Ben presto il mio cavallo fu sommerso quasi interamente dalle acque, io cominciai a dondolare senza appoggio, i miei piedi andavano alla deriva mentre la bestia lottava per mantenere alta la testa. Guadammo il fiume in quel modo. E appena arrivati sull’altra riva, le guide, i contadini che  mi accompagnavano, mi chiesero con un certo sorriso:

-Ha avuto paura?

-Molta. Ho creduto che fosse venuta la mia ultima ora, – dissi.

– La seguivamo con il laccio in mano, – mi risposero.

Più oltre, sul punto ormai di  attraversare le frontiere che mi avrebbero tenuto per molti anni lontano dalla mia patria, giungemmo di notte alle ultime gole delle montagne. Vedemmo all’improvviso una luce accesa, indizio sicuro di un’abitazione umana e, quando ci avvicinammo, trovammo delle costruzioni sconnesse, delle baracche sconquassate apparentemente vuote. Entrammo in una di esse e, tra i bagliori del fuoco, vedemmo dei grandi tronchi che ardevano al centro della stanza, corpi di alberi giganteschi che ardevano giorno e notte, lasciando sfuggire dalle fessure del tetto un fumo che vagava in mezzo alle tenebre come uno spesso velo azzurro. Vedemmo grandi mucchi di formaggi accumulati da quelli che li avevano fatti cagliare fra quelle cime. Accanto al fuoco, ammucchiati come sacchi, giacevano alcuni uomini. Nel silenzio distinguemmo le corde di una chitarra e le parole di una canzone che, nascendo dalle braci dell’oscurità, ci portava la prima voce umana che avevamo incontrato lungo il cammino. Era una canzone d’amore e di separazione, un lamento d’amore e di nostalgia rivolto alla primavera lontana, alle città dalle quali venivamo, all’infinita estensione della vita. Essi ignoravano chi eravamo, non sapevano niente del fuggiasco, non conoscevano né la mia poesia né il mio nome. O forse lo conoscevano, ci conoscevano? La realtà è che giunti presso quel fuoco cantammo e mangiammo, e poi ci muovemmo dentro quell’oscurità verso le stanze primigenie. Vi scorreva dentro una corrente termale, un’acqua vulcanica nella quale c’immergemmo, un calore che si staccava dalla cordillera e ci accoglieva nel suo seno.

Vi sguazzammo felici, liberandoci, ripulendoci del peso di quell’immensa cavalcata. Ci sentimmo freschi, rinati, battezzati, quando all’alba percorremmo gli ultimi chilometri della giornata che mi avrebbe separato dal quell’eclisse della patria. Ci allontanammo cantando sulle cavalcature, pieni di un’aria nuova, di un’energia che ci spingeva verso la grande strada del mondo che mi stava aspettando. Quando volemmo dare (ne ho un ricordo vivissimo) a quei montanari qualche moneta di ricompensa per le canzoni, per i cibi, per le acque termali, per il tetto e per i letti, cioè per l’inatteso rifugio che ci era venuto incontro, rifiutarono le nostre offerte senza un gesto. ci avevano reso un servizio e nient’altro.

E in quel “nient’altro”, in quel silenzioso nient’altro, c’erano molti sottintesi, forse il riconoscimento, forse gli stessi sogni”.

Passaggio riportato da: Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto, Einaudi, introduzione di Jaime Riera Rehren, prima pubblicazione in spagnolo 1974, link al libro in italiano qui.

Immagine del Film: Neruda di Pablo Larraín, con Luis Gnecco, Gael García Bernal e Mercedes Moràn, distribuito da Good Films.   RICHIEDI  QUI  IL TUO BIGLIETTO RIDOTTO  NELLA SALA  BIOGRAFILM DELLA TUA CITTA’ .

La Redazione

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