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Un populista al potere negli Stati Uniti

L’8 Novembre 2016 gli Stati Uniti d’America hanno eletto un demagogo e misogino senza alcuna esperienza politica, con scarso rispetto per i valori liberal-democratici, un temperamento che si dice irascibile e quasi nessuna conoscenza degli affari internazionali alla più alta carica politica del paese e alla più potente del mondo.

E’ sorprendente? Si. Ma solo perché quasi tutti gli opinionisti e sondaggisti (spiazzati un’altra  volta!) avevano anticipato una vittoria della Clinton. D’altra parte, nella sua campagna, Trump sembrava invischiato in troppi scandali morali e finanziari, si era messo in antagonismo e aveva offeso troppi gruppi e troppe parti dell’elettorato, anche all’interno del suo stesso partito Repubblicano, per vincere.

Ma Trump ha saputo sfruttare e mobilitare magistralmente le profonde tendenze protezionistiche ed isolazioniste che hanno dominato sia la politica economica sia la politica estera degli Stati Uniti fino alla Seconda Guerra Mondiale, e che sono rimaste sopite per quattro decenni dalla Guerra Fredda contro il Blocco Comunista Sovietico. Donald Trump ha poi cavalcato la crescente ondata di populismo (l’esaltazione di un ‘popolo’ etnicamente e culturalmente omogeneo contro un – presunto – establishment corrotto), che ha acquistato slancio per poi dilagare nel mondo occidentale, compresa l’Europa, da quando è finita la Guerra Fredda.

La crescita del populismo è stata alimentata da due tendenze. La più antica delle due è un contraccolpo culturale: contro i diritti delle donne e contro i diritti delle minoranze di ogni tipo,  etniche, religiose o di orientamento sessuale, e in particolare contro l’immigrazione e il multiculturalismo. La più recente è un contraccolpo economico: contro il precariato, le disuguaglianze e le conseguenze (reali o percepite) della globalizzazione economica, il tutto aggravato dalla Crisi Finanziaria Globale. La coincidenza della crisi finanziaria con l’austerità fiscale (in Europa), il rapido aumento del numero di rifugiati e la crescente minaccia del terrorismo – che i partiti politici tradizionali hanno fatto fatica a controllare – hanno creato le condizioni ideali per far fiorire la contro-rivoluzione populista.

Come andrà a finire? A livello internazionale, se Trump è fedele alla sua parola, il protezionismo americano rischia di provocare guerre commerciali che, sul modello del 1930, possono far precipitare l’economia mondiale in una recessione. Un ritiro dell’ombrello di sicurezza che gli Stati Uniti hanno fornito all’ Europa e all’Asia orientale dalla fine del 1940 creerebbe probabilmente dei  vuoti politici destabilizzanti con un aumento della probabilità dei conflitti militari.  Inoltre senza il sostegno americano l’azione internazionale coordinata per far fronte ai cambiamenti climatici, argomento a cui Trump è ostile, può fallire.

O forse, come si presume che Trump abbia detto “a microfoni spenti” ai giornalisti, la sua retorica in campagna elettorale è stata progettata solo per vincere la poltrona ma non per guidare le sue azioni da Presidente. In questo caso, però, scontenterebbe pesantemente la parte più anziana e maschile della classe operaia americana che lo ha messo alla Casa Bianca, che scoprirebbe così che un multimiliardario immobiliarista non è poi così capace di rappresentare i loro interessi.

Nel frattempo, giusto per essere avvertiti, noi del resto del mondo potremmo fare di peggio forse che leggere il romanzo di Sinclair Lewis, Qui non è possibile (1935), che descrive uno scenario in cui il fascismo prende piede negli Stati Uniti. Non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, i paralleli tra le tendenze di oggi e quelle del 1930 sono ormai abbastanza simili per essere profondamente inquietanti: disoccupazione di massa o molto alta in diversi paesi, soprattutto tra i giovani; austerità fiscale, inesorabile, imposta dall’esterno in alcune parti dell’Eurozona  (che ricorda la sfortunata politica di pareggio di bilancio del Cancelliere tedesco Brüning nei primi anni ’30); diffusa insicurezza economica, la rapida crescita nel sostegno a movimenti populisti e/o a partiti politici radicali di destra – e di sinistra quasi ovunque in Occidente, il logoramento della democrazia liberale (Polonia, Ungheria, Turchia, ecc), la crescente influenza internazionale degli stati autoritari (Russia e Cina), il numero crescente di crisi internazionali (Medio Oriente), e il declino dell’autorità dei regimi e delle organizzazioni internazionali.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, al di là del romanzo di Lewis, fu Franklin D. Roosevelt e non un populista autoritario, che vinse le elezioni presidenziali del 1936. Ora invece ha vinto un populista potenzialmente autoritario. Dovremo allacciare le nostre cinture politiche di sicurezza. Il viaggio negli Stati Uniti e nel mondo per i prossimi quattro anni, almeno, potrebbe diventare molto turbolento.

Douglas Webber

Douglas Webber è Professore di Scienze Politiche all’INSEAD Business School, Fontainebleau.

Immagine: Una locandina degli Anni 30 per il romanzo di Sinclair Lewis, Qui non può succedere, pubblicato nel 1935.

Leggi l’articolo in Inglese qui.

Douglas Webber

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