Cinema, Storie d'Altri
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La forza sottile di Danielle Arbid, raccontata in una lunga intervista esclusiva

Francese di origine libanese, la regista Danielle Arbid propone un cinema disinibito e provocatorio, nel quale osa raccontare la cruda realtà del mondo senza veli.

Dopo le brusche scene di sesso e l’indocile linguaggio usato per raccontarlo, tutto ci si aspetterebbe fuorché di veder comparire un’autrice fresca, vestita in maniera insolita, della quale si incontra uno sguardo che al contempo sfugge e s’impone. Ci sediamo in un salotto dalla foggia desueta, che ricorda quello delle Conversations de Salon, ed iniziamo la nostra conversazione in una lingua che abbiamo in comune, il francese, per parlare del reale nei suoi film.

“Faccio i film preparandomi moltissimo, mi documento, leggo, scrivo dei dossier, compreso per i documentari, fino a cinquanta pagine, ma poi metto tutto da parte; voglio essere il più libera possibile mentre filmo. Perché quello che mi interessa veramente mentre faccio un film è vivere delle cose. Ogni film è un viaggio personale per me, è un’avventura, un’esperienza, una trasformazione. Per i documentari è più facile dire che è un’avventura perché si va sul campo ad incontrare persone, concretamente. Nella finzione è un po più complicato perché c’è un mondo da inventare e da creare, un mondo generato nella mente che si cerca di comporre con delle persone. In qualche modo nelle finzioni si spostano delle persone in un nostro universo, questo anche è un’avventura: è un’esperienza molto umana fare film. In questo momento preferisco il lavoro della finzione rispetto a quello del documentario che un lato di lavoro solitario che mi piace meno. In fondo fare film inventati richiede di lavorare con molte persone ed è bello essere a contatto con tanta gente.

Dunque c’è sempre allora una costruzione del reale?

“Certo, credo che tutto sia sempre questione di soggettività. Per me i documentari più belli sono quelli nei quali si prendono posizioni, non sono i reportage più o meno giornalistici. Mi piacciono i documentari incidentali, con prese di responsabilità, molto soggettivi, creativi, inventivi quasi. Perché non è possibile dire “vi filmo e dico la vostra verità in 10 minuti”: questo non sarebbe veramente un documentario, sarebbe un appiattimento. In fondo l‘importante è la ricerca, è cercare di acchiappare il mistero delle persone, che non è solo quello che si vede nel modo in cui si presentano. Questa ricerca riesce bene con la finzione; ma capire quale sia la frontiera tra documentario e finzione non mi interessa: quello che mi interessa è dire che è un film. Per questo non mi piacciono molto le etichette di genere, un film è un film“.

Beyrouth Hotel è una finzione ma si sente il peso di una situazione internazionale che si insinua nella vita privata delle persone. E’ come se si percepisse che si vive nel dubbio.

“Si, una sorta di paranoia, ma infatti volevo fare un film sulla paura; così ho creato una storia d’amore. Tutti i miei film partono da un sentimento, di solito abbastanza forte. Nel mio primo lungometraggio Dans les champs de bataille era la violenza, nel mio secondo Un Homme perdu era la perdizione, l’erranza, in Peur de Rien c’è un arrivo, una sorte fede nel futuro, qualche speranza luminosa, in Beyrouth Hotel – che è un film che ho fatto per la televisione Arté – c’è la paranoia, ho voluto che fosse un film più di genere”.

Ma questa paranoia, c’è nella società?

“Si, in Libano la paura è nata con la guerra. Era una paura concreta di prenderti un proiettile se scendevi per strada, in certi quartieri, come adesso in Irak e in Siria. Dopo la guerra, ci siamo risvegliati un po storditi da una guerra civile complicata, complessa che non abbiamo capito fino in fondo, né perché sia successa, né come o perché sia finita. Abbiamo vissuto per dieci anni come il risveglio di una sorta di incubo: questo era il tema di Seule avec la guerre, un documentario molto soggettivo sul nostro risveglio appunto. Poi c’è stato una sorta di ritorno della paura nella società libanese, una paura-panico che possa ri-iniziare qualcosa, legato a tutto quello che succede in Medio Oriente.

C’è anche una paura dell’altro? C’è fiducia nell’altro?

“Si ci può essere una paura dell’altro. Il Libano è un paese molto piccolo, ci sono 4 milioni di persone di cui 2,5 vivono a Beirut, è dunque un paese molto urbano. Beirut è una città molto densamente popolata, non c’è molto spazio, allora si può sviluppare la diffidenza. Cristiani, musulmani, sciiti, sunniti, drusi vivono tutti insieme, ma allo stesso tempo sono spesso diffidenti. Infatti, non ci sono molti matrimoni misti e per sposarsi civilmente bisogna andare a Cipro o ad Atene che non sono molto lontane. Credo che ci sia la paura ma che la gente non la espliciti molto,  e in fondo va bene così. Io vivo lontana quindi vedo le cose con una certa freddezza, con una certa distanza.

Lei vive a Parigi? Torna spesso in Libano?

“Si vivo a Parigi, ma torno regolarmente in Libano. Ho fatto vari film, e come vede anche dalla retrospettiva giro molto in Medio Oriente: Siria, Giordania, Libano. I miei film più importanti sono anche storie di chi erra come Un homme perdu e Aux frontières. In Francia ho girato anche Peur de rien e Etrangère. Il prossimo film però sara interamente girato in Francia. E’ una storia d’amore, l’adattamento di un libro di Annie Ernaux, una scrittrice francese”.

Mi colpisce nei suoi film la parte occupata dalla rappresentazione dell’intimità, lo fa in una maniera quasi cruda. Il tipo della vita sessuale che racconta in This smell of sex è davvero oltre molti tabù, c’è qualcosa di “tipico” o che succede dietro il velo in questo?

Si ho una maniera cruda di raccontare le cose, ma non per questo voglio rappresentare il mio paese, non credo di essere una buona ambasciatrice del mio paese! Fellini quando ha fatto La Dolce Vita non ha parlato a nome di tutta la società. Ma racconto un punto di vista, c’era gente intorno a me che parlava di sesso, e ho voluto raccontarlo. Quello che a me piace è l’aspetto ludico. Io ho chiesto alle persone di dire in maniera chiara e precisa il ricordo sessuale più forte che avevano, dove erano andati e cosa avevano fatto.

Che limite cercava testare in questo modo?

Cercavo il limite della parola, volevo vedere se si riesce a dire tutto, in maniera precisa: perché in fondo il sesso è fatto di gesti e azioni, e volevo anche capire come influisce la morale. Poi ho chiesto di usare solo l’arabo, senza la via di fuga una lingua straniera, che a volte si usa come scappatoia per dire certe cose quando si conoscono più lingue. Tutti alla fine hanno usato le parole riservate alla sfera intima in arabo, parole che si sentono poco. Volevo inoltre che persone diverse parlassero, infatti si sentono accenti e modi di parlare l’arabo differenti. Poi ci sono ragazze e ragazze che parlano: era importante per me che ci fossero anche ragazze che parlassero della loro esperienza. E in una maniera inaspettata per “qui”, le ragazze parlano di sesso in maniera più spinta che quanto non lo farebbero in Francia o in Europa: infatti molti si sono stupiti e mi hanno detto “Ma come delle donne che parlano di sesso in questo modo?” Tra l’altro non ho mai visto un film del genere in Francia! Poi quando è andato in onda in televisione di notte, a France Culture, molti editori francesi hanno scritto al canale per lamentarsi della decadenza, della volgarità! E’ stato molto buffo.

Allora siamo ancora più moralisti di quanto non pensiamo di essere?

Ah si certo, molto di più! Soprattutto come donna di origine araba, ma francese  (vivo in Francia da trent’anni), mi piace giocare con il limite, con la linea rossa, e mi metto al di là della linea rossa. Anzi proprio perché sono donna (e si vede un certo ritorno della misoginia a tutti i livelli, anche nel lavoro), mi obbligo a fare film che parlano di sesso. Poi questo “pericolo” di passare la spesso linea rossa mi eccita, mi piace giocare con le attese, è buffo e mi diverte perché e nessuno si aspetta che una donna di origine araba possa fare un film iper-sessuale come Un homme perdu. Le persone che lo vedono pensano che sia un uomo ad averlo fatto. A New York nessuno si aspettava che “Danielle” fosse un femminile, la sala ha fatto “oh” quando mi ha visto, e anche qui al Festival dei Popoli un signore mi è venuto a dire che non poteva immaginare che una donna potesse parlare del sesso maschile in questa maniera. E questo mi piace molto, davvero molto. Perché trovo che le donne possono essere forti come gli uomini, possono essere sessuali, avventuriere e forti come gli uomini: credo veramente in questo.

E del pubblico Italiano che ne pensa?

“Mi piace molto l’Italia e il pubblico italiano, anche se poi non si conosce veramente “il pubblico”.  Sono già passata a Firenze, ai Popoli dove ho vinto un premio nel 2001 con il film con Seule avec la guerre sono contenta di essere qui. Il pubblico italiano ha una sensibilità piuttosto sottile e allo stesso tempo impegnata. Sono molto contenta di essere qui, c‘è tanta bellezza. E ci tornerò per girare tre sequenze del mio prossimo film. Una casualità perché un anno fa non sapevo che sarei venuta qui per una mia retrospettiva al Festival dei Popoli! Così in questi giorni cammino per la città immaginandomi dove girare”. 

Per il suo prossimo film?

“Si, per il prossimo film.  Parla di una donna innamorata che viene a Firenze per dimenticare il suo amore, per tre giorni, erra per le vie della città, va di chiesa in chiesa, fa dei voti, spera che torni”.

E sarà il film più erotico che abbia mai girato.

Melissa Pignatelli

Giovedi  1° Dicembre prima italiana di Peur de Rien/Parisienne alle 19.00 al Festival dei Popoli- Istituto Francese, Piazza Ognissanti, Firenze

Fotografie: Ritratto dell’artista e fotografia durante le riprese gentilmente concesse da Danielle Arbid, che si può seguire su Tumblr a questo link qui.

Guarda il trailer di Peur de Rien/Parisienne (2016)

Guarda il trailer di Beyrouth Hotel  (2012)

Guarda il trailer di Un homme perdu (2007)

Propositi in corsivo raccolti in un’intervista esclusiva per LaRivistaCulturale.com a margine della retrospettiva organizzata su Danielle Arbid al Festival dei Popoli.

Sul set di Peur de Rien/Parisienne ©Danielle Arbid

 

 

Melissa Pignatelli