Arte, Mostre, Storia
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Firenze effervescente: com’era la città per la prima mostra di Bill Viola

Una città contestataria, contraddittoria e divisa – come sempre nella sua storia – la Firenze dei Settanta, ancora impegnata all’inizio del decennio a leccarsi le ferite dell’alluvione che il 4 novembre del 1966 la segna profondamente, ma che saprà trasformare in un’occasione di rinascita legata a innovative tecniche del restauro.

L’evento cittadino ha determinato un prima e un dopo anche nel tessuto sociale, con l’abbandono del centro da parte di molti abitanti, che lasciano case in cui l’acqua mista a fango e nafta ha raggiunto anche i cinque metri di altezza, e dove l’umidità continua a intridere i muri per anni. Un evento locale che è andato a connettersi a quel momento che a livello europeo ha inciso sulla storia: il Sessantotto. “Anni di piombo”, periodo cupo.

Anche a Firenze nasce il Partito Armato, nel 1975 viene ammazzato Rodolfo Boschi, iscritto al Partito Comunista, e nel 1978 muore l’agente di polizia Fausto Dionisi, ucciso da Prima Linea. I drammatici fatti italiani, le Brigate Rosse, l’omicidio di Moro, segnano anche la città. Il decennio, come sempre arbitrario volerlo connotare come monolitico mentre è composto da tante “anime”, rappresenta però sicuramente uno spartiacque, un momento in cui si è manifestata nella società la volontà di ampliare le libertà civili abbattendo divieti: nel 1970 viene promulgata la legge sul divorzio e quattro anni dopo vincono i no al referendum che la vuole abrogare. Nascono gruppi femministi che si prefiggono la liberalizzazione sessuale, attraverso la contraccezione e l’aborto, e nel 1978 viene approvata la legge che lo consente. Sono eventi che potrebbero apparire separati dalla vivace sperimentazione creativa del periodo, mentre costituiscono una delle spinte propulsive di un decennio effervescente e vitale, nella letteratura, nel cinema e nella pubblicità.

Firenze dal 1967 al 1974 è governata dalla giunta del sindaco democristiano Luciano Bausi poi, dopo una breve transizione gestita dal commissario prefettizio Antonio Lattarulo, l’amministrazione – uscita dalle elezioni del 1975 prima, del 1980 poi – passa alla sinistra ed esprime nuovamente un sindaco comunista dopo venticinque anni, Elio Gabbuggiani, che guida la città fino al 1983. Per il primo mandato il suo assessore alla Cultura è Franco Camarlinghi.

Prato, che ha sempre dimostrato maggiore interesse e apertura verso il contemporaneo, accoglie anche la musica jazz al Metastasio, dove si avvicendano mostri sacri quali Ella Fitzgerald, Miriam Makeba, Erroll Garner, Ornette Coleman, Stan Getz, Charlie Mingus. E a Prato Luca Ronconi è presente dal 1977 al 1979 con il Laboratorio di progettazione teatrale e con un nuovo spazio, il Fabbricone, che ha sede in un ex capannone industriale.

Il rapporto con Ronconi è importante anche per il Comunale di Firenze che mette in scena, con un giovane Riccardo Muti, direttore stabile per tutto il decennio, spettacoli operistici rivoluzionari, fonte di polemiche e dibattiti, ma fondamentali per l’evoluzione della regia lirica, quali Orfeo ed Euridice di Gluck nel 1976, il Nabucco in chiave risorgimentale nel 1978, e poi Trovatore e Norma, tutti con il contributo dello scenografo e costumista Pier Luigi Pizzi.

Vengono organizzate importanti esposizioni d’arte antica(i), mentre la Mostra mercato dell’Antiquariato occupa Palazzo Strozzi ogni due anni, attirando un pubblico internazionale. La più memorabile tra le rassegne di arte moderna e contemporanea è la retrospettiva dedicata a Henry Moore che si apre al Forte di Belvedere nel maggio 1972(ii). L’atmosfera di una certa Firenze di quel periodo, non ancora invasa dai turisti, è restituita magistralmente da Amici miei, del 1975, nato da un’idea di Pietro Germi e diretto da Mario Monicelli(iii). I film si vedono nelle “prime visioni” e poi nei cinema più autentici, come l’Alfieri, poi Alfieri Atelier, in via dell’Ulivo, lo Spazio Uno in via del Sole, ma soprattutto l’Universale(iv) di via Pisana, emblema delle sale vissute come spazio “interattivo”.

La contestazione infiamma le piazze e il Movimento Studentesco Fiorentino di frequente si riunisce alle nove del mattino in San Marco per formare i cortei che bloccano l’intera città, non ancora chiusa al traffico privato. Gli studenti chiedono la riforma della scuola, utilizzano tazebao come forma di protesta, distribuiscono volantini ciclostilati, organizzano manifestazioni che hanno spesso come punto di riferimento Architettura, in piazza Brunelleschi(v). Una Facoltà vivacissima in cui si formano gruppi come Archizoom (costituito da Andrea Branzi, Gilberto Corretti, Paolo Deganello e Massimo Morozzi), Superstudio (Adolfo Natalini, Piero Frassinelli, Cristiano Toraldo di Francia e i due fratelli Magris), il gruppo 9999 (di Caldini) e gli Ufo (Lapo Binazzi, Riccardo Foresi, Carlo Bachi, Titti Maschietto, Patrizia Cammeo).

I vertici di un “quadrangolo urbano”, luoghi quotidiani privilegiati di incontri, scambi e sinergie, sono la galleria Schema, il Centro Di, lo spazio Zona e art/tapes/22. Schema, fondata dall’artista Alberto Moretti, da Roberto Cesaroni Venanzi e Raul Dominguez, ha sede dal 1972 al 1976 al primo piano di via della Vigna Nuova 17, dove le sale dal soffitto affrescato sono attualizzate da una struttura in ferro progettata da Superstudio. Il nome della galleria è suggerito da Lara-Vinca Masini, e da subito vi collabora il critico Achille Bonito Oliva. Il Centro Di, casa editrice degli editori Ferruccio Marchi e Alessandra Pandolfini, in Palazzo Torrigiani in piazza dei Mozzi, pubblica i cataloghi di molte realtà che guardano al contemporaneo, quali lo spazio Zona, che nasce nel dicembre 1974 in via San Niccolò al 119 rosso da un’idea di Mario Mariotti, Paolo Masi e Maurizio Nannucci.

Proprio a Zona avrà luogo la prima esposizione europea di Bill Viola, che il 9 giugno 1975 vi presenta Il Vapore (cat. 18) nell’ambito del ciclo Per Conoscenza. I giovani fiorentini si riuniscono in «piazza San Marco, sotto le Logge dell’Accademia di Belle Arti, prima ritrovo di tutti i militanti dei gruppi della “sinistra extraparlamentare” poi diventato territorio di freak, intellettuali, musicisti, artisti, attori, femministe, out siders, drop-out, collettivi di controcultura, scrittori, poeti, registi, video-makers, studenti incazzati, studenti fuori corso, studenti fuori sede, studenti barricaderi, studenti creativi, studenti off, studenti rock, gay»(vi).

E, poco distante da quel centro di aggregazione, in via Ricasoli al 22, Maria Gloria Bicocchi apre nel 1973 art/ tapes/22 come studio di videoarte. Si è scritto molto, e più volte è stato rievocato quel centro propulsivo, creato da una donna straordinaria che, come ricorda con semplicità era «molto affascinata da quell’avventura estrema, che allora sembrava di una follia totale. Così ho comprato i macchinari e mi sono messa a fare videotape, con una passione enorme»(vii), tanto che art/tapes/22 diventa in breve tempo il punto focale in Europa per la produzione di videotape. L’anno dopo giunge a Firenze Bill Viola, che nello studio sarà chiamato il “tecnico americano”. «I suoi primi video fatti da me – scrive Maria Gloria Bicocchi – sono del tutto diversi da quelli che poi hanno identificato il suo lavoro di raffinato “pittore elettronico”: erano bellissimi ma sperimentali e anche giocosi, era fin da subito un giovanissimo, grande artista»(viii). Viola collabora con numerosi giovani ma già importanti autori italiani e stranieri che si alternano nello studio di produzione, e incontra l’arte del passato come viva, ancora nei luoghi per i quali è stata originariamente pensata, non raggelata e decontestualizzata nei musei(ix), ma fondamentale è anche il rapporto con gli altri giovani “tecnici” che lavorano ad art/ tapes/22, condividono l’avventura e diventano suoi amici: Carmine Fornari, Andrea Giorgi, Gianni Melotti, Alberto Pirelli. Differenziato il loro apporto nell’ambito dello studio e il loro ricordo di Viola. Carmine Fornari, in seguito regista e docente, è all’epoca il direttore tecnico e quando «Bill è arrivato a Firenze ha praticamente preso il mio posto, ma ci siamo visti poco perché mi sono trasferito a Roma per lavorare per la Rai. Me lo ricordo che armeggiava con la nuova attrezzatura a colori che era arrivata a sostituire la nostra che era in bobine in bianco e nero. Stava chino con i videoregistratori in cassette, con i suoi grandi occhiali alla Coppola (il regista che gli assomigliava un po’ anche fisicamente) e già sperimentava i primi effetti visivi, ma ancora non aveva fatto nulla di videoarte [a Firenze], ma sperimentava, tanto»(x).

Di Alberto Pirelli, poi produttore discografico, ricorda Bill Viola stesso: «Il mio primo giorno di lavoro fu un presagio della mia vita futura: trascorremmo la mattina a esaminare tutta la tecnologia video disponibile nello studio e poi, nel pomeriggio, il mio nuovo collega Alberto Pirelli mi condusse alla chiesa di Santa Croce con gli affreschi di Giotto, i rilievi scolpiti in prospettiva da Donatello, le tombe di Michelangelo e di Galileo. Ero in uno dei più importanti monumenti sacri dell’arte e della scienza»(xi).

Andrea Giorgi, all’epoca tecnico, ricorda di Viola «l’entusiasmo, la sua curiosità nel creare nuovi oggetti sonori di forte presa emotiva, a partire da suoni comuni come il ronzare delle mosche, il rotolare di una bombola sul pavimento, il brusio di una folla in una cattedrale… Ricordo la sua capacità di mettere la sua conoscenza tecnica al servizio del linguaggio, il grande rispetto per le opere del Rinascimento»(xii). Gianni Melotti è il fotografo che immortala non solo le opere, ma anche il loro making of e i protagonisti(xiii) in scatti artistici, poetici, ironici, che alimentano ricordi e costituiscono fonti documentarie.

Così, osservando l’ingrandimento di una fotografia di Charlemagne Palestine e Maria Gloria Bicocchi del febbraio 1975, sulla costola della custodia della cassetta U-Matic messa casualmente sulla sedia a sostenere il cartoncino, Melotti ha notato la descrizione del suo contenuto: si tratta di alcuni dei primi video di Bill Viola (1. Instant Breakfast 2. Olfaction 3. Recycle 4. Cycles 5. Level). Questi video erano stati realizzati da Bill Viola presso il centro Synapse della Syracuse University, nello stato di New York, e hanno formato la “A series” con cui l’artista ha partecipato alla mostra itinerante Americans in Florence: Europeans in Florence(xiv). Alcune immagini di questi lavori desunte dalla cassetta U-matic che compare nell’ingrandimento sono state riprodotte nel catalogo del Centro Di. La serie è stata quindi riunita, forse in previsione di realizzarne copie per mostre.

Non tutta Firenze però è attenta a quello che avviene in via Ricasoli, «tanto è vero – ricorda Maria Gloria Bicocchi – che gli stand nelle fiere d’arte (Basilea ad esempio) li ho condivisi con Lucio Amelio o con Leo Castelli e Ileana Sonnabend. Mai con una realtà fiorentina, e quando i mercoledì sera art/tapes era aperta per far vedere i video al pubblico (studenti eccetera) lo spazio si riempiva con i miei figli, i loro amici, gli operatori, forse Pio Baldelli. Sono stati anni speciali perché la cultura era un’espressione etico-politica e non solo estetica e questo è irripetibile. Firenze era una piccola grande famiglia dell’arte (Schema, Zona, art/tapes/22) ma in realtà le connessioni erano internazionali davvero. Gli artisti venivano da tutto il mondo e in questo “tutto il mondo” l’arte circolava e toccava tante città piccole e grandi, e Firenze era una di queste, ma non la sola»(xv). Tuttavia, chiude Carmine Fornari, «la cosa più bella era lo spirito da avventurieri “culturali”, un po’ pionieri, un po’ campati in aria, ma con una grande voglia di fare. Quella è stata la spinta potente che ha pervaso la città. C’era il desiderio di fare, di sperimentare, di allargare i limiti della conoscenza»(xvi).

Ludovica Sebregondi

La mostra Bill Viola, Rinascimento Elettronico è a Palazzo Strozzi a Firenze dal 10 marzo al 23 luglio 2017. Maggiori informazioni sul sito di Palazzo Strozzi, link qui.

Note: sono disponibili nel catalogo Bill Viola, Rinascimento Elettronico, Giunti Editore, link qui. 

Fotografie d’archivio (c) Archivio Gianni Melotti

«Sono davvero felice di recuperare le mie radici italiane e di avere l’occasione di ripagare il mio debito con la città di Firenze attraverso le mie opere” dichiara Bill Viola all’apertura della mostra a Firenze “Dopo aver vissuto e lavorato a Firenze negli anni settanta, non avrei mai immaginato di avere l’onore di realizzare una così grande mostra in un’ istituzione così importante come Palazzo Strozzi».

Ludovica Sebregondi

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