Antropologia, Cultura
Leave a comment

Storia breve dei mapuche di Bariloche, nel cuore della Patagonia

Incastrata tra le Ande e il lago Nahuel Huapi in Patagonia, la città di Bariloche regala paesaggi mozzafiato in tutte le stagioni: montagne meravigliosamente innevate che richiamano amanti degli sport invernali da tutto il paese, percorsi naturalistici lungo i suggestivi sette laghi in primavera-estate.

Tale varietà è valsa alla città l’appellativo di “Svizzera argentina” rivolto a sottolineare non solo la bellezza del luogo (che richiama le città del paese europeo soprattutto per la caratteristica architettonica) ma anche l’alto costo della vita di cui gli abitanti della zona si fanno carico. Essendo città prevalentemente turistica, la cura del centro cittadino è certosina e l’alto costo di tutti i servizi viene calibrato in base ai flussi turistici (che soprattutto nei mesi invernali consta di amanti dello sci, disposti a spendere ingenti somme per poter sciare sulle Ande).

Tuttavia Bariloche non sorge su un terreno privo di storia, nonostante a prima vista possa apparire come una moderna cittadina montana, che per le sue caratteristiche migratorie e architettoniche è del tutto simile alle sorelle alpine d’oltre oceano.  I mapuche (letteralmente “uomini della terra”) abitavano quelle terre ben prima dell’arrivo degli europei e, come in altre parti del continente americano, ne hanno subito la violenza non solo fisica ma anche ideologica: conosciamo la loro storia solo attraverso libri e musei che hanno il compito  di parlare della loro storia intrappolata nel passato.

Ma nella fissità degli oggetti e nelle ermetiche frasi dei pannelli descrittivi molti non si riconoscono, rivendicando una centralità che si allontana dalla marginalità spaziale e concettuale alla quale sono stati costretti per secoli.

Essere mapuche oggi significa farsi carico di una storia che si perde nelle terre sconfinate della Patagonia, nelle punte di freccia che ancora oggi si trovano nelle grandi distese di terra che raccolsero il sangue di migliaia di persone durante la Conquista, nelle sponde del sacro Nahuel Huapi, spettatore di antiche e mai vendicate sofferenze.

La resistenza mapuche riguarda principalmente il diritto ad essere riconosciuti e contrastare la memoria storica ufficiale che parla di loro al passato, condannandoli all’estinzione. Decantati come l’unico popolo del continente americano a non essere stato conquistato dagli europei, la pacifica convivenza con quest’ultimi (sancita ufficialmente nel 1641 con la pace di Quillen che stabiliva i limiti del territorio mapuche) durò fino al 1879, anno d’inizio della così detta “conquista del deserto” comandata e voluta dal generale Roca. La campagna fu fortemente repressiva, anche se le cronache del tempo sminuirono l’accaduto parlando di gruppi esigui di indios ladrones e borrachos, fomentando l’idea che quella fosse una conquista giusta.

Chi riuscì a sopravvivere adottò strategie di invisibilizzazione per evitare le discriminazioni, cadendo vittima di un potere egemonico imposto. Venne abbandonato il mapunzungun (la lingua mapuche), gli abiti tradizionali, non vennero più celebrate le feste ecc. Con questa premessa è possibile riconoscere l’importanza del processo di riconoscimento del ruolo storico dei mapuche, mantenuto per secoli ai margini della storia ufficiale.

Bariloche antica, pubblico dominio, Wikimedia Commons

A Bariloche la resistenza mapuche si tradusse, inizialmente, nell’attivismo politico nato intorno agli anni ’80 e inserito in un contesto nazionale e internazionale che iniziò a dare maggiore importanza ai diritti dei popoli originari. Accanto alla questione più strettamente “politica” relativa ai diritti e alla riappropriazione delle terre, nei decenni successivi iniziò ad avere sempre più importanza anche la questione “culturale”, innescare un processo di assimilizzazione anche dal punto di vista linguistico.

Ri-imparare quindi il mapunzungun significa riallacciare un legame con il passato e visibilizzare una questione che fino a qualche decennio fa era considerata un tabù. Oggi la visibilizzazione della questione linguistica passa anche attraverso i nomi: i figli di coloro che a partire dagli anni ’80 si sono impegnati nella questione mapuche portano nomi in mapunzungun.

Creando identità reinventate che si rivolgono ad una recuperata memoria etnica per far valere il loro diritto all’esistenza, i mapuche di Bariloche realizzano concretamente la loro resistenza tramite strategie creative, intendendo la creatività come processo-attivo di creazione. Punto di partenza per questo processo è il movimento dei MapUrbe, un collettivo di giovani mapuche di Bariloche di inizio anni Duemila che ha adottato il neologismo MapUrbe del poeta cileno Aniñir per rivendicare il loro diritto ad essere giovani, cittadini e amanti della musica punk ed heavy-metal. La creatività dei MapUrbe è rivolta, in primo luogo, alla ri-articolazione di discorsi storici proposti soprattutto tramite performances artistiche e produzioni letterarie, ed ha come obiettivo quello di allontanarsi dalla fissità categoriale alla quale il termine “mapuche” rimanda.

La retorica dell’autenticità che prevede un immaginario collettivo in cui tutti i mapuche (se veramente tali) sono vestiti in un certo modo, vivono nel campo, ascoltano musica tradizionale e così via, trova un terreno di scontro con questo movimento di giovani che si definiscono mapuche ma che si vestono di nero, indossano borchie e piercing e che rivendicano la loro appartenenza al tessuto urbano mettendo in crisi il concetto di “autentico”.

L’esempio dei mapuche di Bariloche fa emergere una realtà quotidiana che si fa spazio dell’infrapolitica in cui esercitare pratiche di resistenza tramite azioni concrete. Questa “produzione politica dal basso” ha avuto un risvolto importante nel giugno 2015, quando la città di Bariloche è stata ufficialmente riconosciuta come municipio interculturale, attenta dunque a creare una società dove viene posta l’attenzione sul rapporto impari tra una cultura considerata “giusta” e una cultura “sbagliata”. Il nuovo municipio così pensato prevede corsi di lingua mapunzungun e di cultura mapuche per tutti i dipendenti pubblici, congedi festivi per le celebrazioni tradizionali (come il wiñoy tripantu, che potremmo definire il “capodanno mapuche”) e così via. In questo contesto emerge come la marginalità in realtà non si limiti a subire la definizione del proprio ruolo da parte delle istituzioni ma contribuisce anche in modo creativo alla ri-sigificazione della propria identità.

In conclusione, la lotta mapuche a Bariloche ci dona un esempio di resistenza che non riecheggia nei contesti internazionali, ma che non per questo si è rivelata meno forte ed efficace. E se è vero che la storia è stata scritta dai vincitori è anche vero che i vincitori, per essere tali, hanno bisogno dei vinti. Nell’oblio delle pagine non scritte e dei ricordi non raccontati, esistono frammenti di memorie in cui sopravvive, in potenza, la storia dei vinti. La violenza della marginalità diventa spazio da cui partire per dare forma a nuove pratiche di resistenza e di visibilizzazione.

Uno spazio dove l’eco dei vinti, finalmente, diventa voce.

Veronica Leccese

Quest’articolo prende spunto dalla ricerca di campo svolta da Veronica Leccese in Patagonia. L’autrice è laureata in Antropologia Culturale all’Università di Torino. La ricerca ha come obiettivo quello di indagare le diverse forme di resistenza messe in pratica dai mapuche nel contesto urbano e individuare i diversi processi di ri-significazione identitari intesi come atti di resistenza concretizzati in attività politiche e culturali.

Veronica Leccese, altre ricerche e lavori pubblicati su Academia.edu, link qui.

Fotografia di Bariloche di Ricardo Astrauskas, CC BY-SA 3.0, link qui.

Veronica Leccese

Rispondi