Cultura, Filosofia
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L’atteggiamento di superiorità, visto con gli occhi di Montesquieu

Per poter raccontare la decadenza della società e delle istituzioni politiche nella Francia del Settecento sfuggendo alla censura dell’Ancien Régime, anche Montesquieu è costretto a ricorrere ad espedienti come la satira e la finzione.

Nel 1721, il filosofo illuminista pubblica infatti le Lettere Persiane, uno scambio epistolare che l’autore immagina sia avvenuto durante il viaggio in Europa di due orientali. Attraverso la finzione narrativa Montesquieu riesce ad aggirare la censura ed a criticare i comportamenti dei potenti del suo tempo. Due persiani immaginari infatti si stupiscono assai degli usi e i costumi in cui si imbattono nei vari paesi visitati e in particolare in Francia.

Attraverso lo sguardo esterno di questi viaggiatori alle prese con le regole delle società civilizzate nell’Europa del Settencento, Montesquieu mira in particolare alla società parigina a lui contemporanea, dominata da superbia, ipocrisia e arroganza.

Come accade in questa lettera, la numero 74.

LETTERA LXXIV RICA a USBEK, a ***

Alcuni giorni fa, un tale di mia conoscenza mi disse: «Vi ho promesso di introdurvi nelle migliori case di Parigi: adesso vi porto da un gran signore, che è uno dei dignitari più rappresentativi del regno».

«E questo che cosa significa, signore? Forse che è più cortese e più affabile di un altro?».

«No, non è così», mi rispose.

«Ah, capisco! Egli fa sentire continuamente la sua superiorità su tutti quelli che l’avvicinano. Se così è, non vedo perché andarci: mi dichiaro vinto e gli concedo tutta la sua superiorità».

Dovetti tuttavia andarci, e vidi un ometto così tronfio, che annusò una presa di tabacco con tale alterigia, si soffiò il naso così spietatamente, sputò con tale flemma e carezzò i propri cani in maniera così offensiva per gli uomini, che non riuscivo a stancarmi di ammirarlo.

«Ah, buon Dio!» dissi tra me, «Se, quando stavo alla corte di Persia, avessi dato di me questa immagine, avrei fatto la figura di un grande stupido». Avremmo dovuto avere davvero un pessimo carattere, Usbek, per riservare cento piccoli insulti a gente che veniva tutti i giorni da noi a testimoniarci la loro benevolenza.

Sapevano bene che eravamo superiori a loro, e se l’avessero ignorato, l’avrebbero appreso ogni giorno dai nostri favori. Non dovendo fare nulla per farci rispettare, facevamo di tutto per renderci amabili: ci intrattenevamo con i più umili che ci trovavano disponibili pur nella nostra grandezza, che rende sempre duri; essi vedevano solo il nostro cuore al di sopra di loro e noi ci scendevamo fino ai loro bisogni.

Ma quando bisognava sostenere la maestà del sovrano nelle cerimonie pubbliche, quando bisognava far rispettare la nazione dagli stranieri e quando, infine, nei momenti di pericolo, bisognava infondere coraggio ai soldati, risalivamo cento volte più in alto di quanto eravamo scesi: riportavamo la fierezza sul nostro volto, e si riteneva, talvolta, che fossimo all’altezza della nostra dignità.

Da Parigi, il 10 della luna di Safar, 1715.

Satira e censura al tempo di Montesquieu si confondono, ma forse non in maniera tanto dissimile a quanto succede oggi. Le osservazioni critiche di Montesquieu continuano ad essere molto attuali anche ai giorni nostri, in un’epoca dove etica, rispetto per l’altro e umiltà paiono paralizzate da interessi personali e tracotanza.

La forma elegante e sofisticata delle Lettere rimane un modello letterario ineguagliato di denuncia sociale.

Melissa Pignatelli

Charles-Louis de Montesquieu, Lettere persiane, Mondadori editore, link al libro qui.

Fotografia di Bernardo Ricci-Armani.

 

 

 

 

Melissa Pignatelli

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