Antropologia, Cultura, Filosofia, Scienze Sociali
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“Siamo tutti contemporanei”

Quando in un isolato villaggio del Tamil Nadu scorgo, all’interno delle capanne di paglia (o di lamiera) in cui le persone vivono, un televisore a schermo piatto, acceso, affianco ad un fuoco fatto di arbusti con sopra una pentola traballante, io non penso che quel televisore sia un elemento di modernità incongruo rispetto a un modo di vita tradizionale, penso invece che si tratti di persone nostre contemporanee a tutti gli effetti, che condividono con noi orizzonti di senso, aspettative e desideri, anche immaginati tramite lo schermo, o tramite gli immancabili telefoni cellulari. La questione, prima che culturale, diventa politica.

A partire dall’affermazione di questo principio, il “siamo tutti contemporanei”, la ricerca antropologica diventa uno strumento centrale per costruire un campo discorsivo in cui collocare la diversità culturale, quale che sia la forma che assume e il posto o i posti in cui si manifesta, senza connotazioni in termini di esotismo, arretratezza, sottosviluppo, tradizionalismo, irrazionalismo, inefficienza, e altro, ma solo in termini politici, vale a dire evidenziando le gerarchie, le disuguaglianze, gli sfruttamenti, le violenze strutturali che ancora imperano in tutto il mondo, nonostante, anzi forse grazie alla globalizzazione, da questo punto di vista un proseguimento della conquista, del colonialismo, dell’imperialismo, e che l’antropologia inattuale spesso ha scambiato per scarti/differenze culturali.

Il paradigma della contemporaneità, in alternativa al paradigma dell’inattualità, è la base della produzione di una forma di conoscenza in cui è centrale il riconoscimento che tutti gli esseri umani sono avvolti dalla stessa cornice spazio-temporale della simultaneità.

A lungo l’antropologia si è concentrata nello studio di presunti angoli di mondo, di quelle “isole felici” immerse in un eterno presente, atemporali, quindi ricche di una cultura incontaminata e priva di elementi moderni che ne guastassero l’armonia, senza riconoscere la comune matrice di contemporaneità che ci avvolge tutti.

L’immaginazione antropologica è quello sforzo di intuizione, di creatività che occorre per connettere contesti diversi e distanti, per legare traiettorie esistenziali individuali e cornici sociali, storiche e culturali, e anche per azzardare affermazioni predittive, per quanto possibile.

Gli antropologi sono sempre stati riluttanti a costruire scenari futuri, ma l’immaginazione antropologica può servire anche a quello, qualora qualcuno si arrischiasse in tale direzione. L’antropologia dell’immaginazione invece è invece una linea di ricerca emersa di recente, sulla scia della riscoperta del libro di Benedict Anderson sulle Comunità immaginate. In quel libro Anderson evidenzia il potere, la capacità degli Stati nazione di mettere in scena un’entità astratta, immaginata appunto, la comunità nazionale, tramite strumenti come i quotidiani, i libri, in generale tramite il “capitalismo della stampa”. Leggere un quotidiano e sapere che milioni di altri individui stanno compiendo la stessa azione, alimenta il senso di appartenenza alla comunità nazionale, che è immaginata, virtuale, perché ciascuno non incontrerà mai faccia a faccia che poche centinaia di connazionali, ma sa che esistono tutti gli altri e che sono come lui dentro lo stesso “contenitore”.

L’antropologia dell’immaginazione allora è lo studio del ruolo svolto da tale facoltà, culturalmente orientata, nei processi di costruzione delle soggettività e di messa in scena delle identità, spesso plurime, fragili, effimere, perché basate non su un saldo legame con un luogo, una tradizione, un insieme di legami familiari ma su semplici finzioni immaginative, cangianti, appunto liquide.

E’ uno scenario attraente, ma che richiede cautele, perché gli esseri umani sono fatti per camminare su terreni solidi e, se immersi nel liquido, rischiano di annegare. Fuori di metafora, è evidente quanto sia alto il prezzo che si paga sull’altare della liquidità, alimentata da un’immaginazione senza confini, come quella che si espande nelle dimensioni virtuali della vita: fragilità strutturali, personalità deboli e incapaci di reggere alla prima scossa un po’ più forte del solito, incertezza del futuro, incapacità di progettare, sospetto, timore, ansia per il nuovo, per l’ignoto, che spesso si esprime nelle barricate contro l’arrivo di poche donne e bambini stranieri, sfaldamento del tessuto sociale e solidale, disillusione.

Un futuro fatto di tutto questo non sarebbe un bel futuro.

Vincenzo Matera

Per approfondire: Vincenzo Matera, Antropologia Contemporanea. La diversità culturale in un mondo globale,  Editori Laterza, 2017. Link al libro e E-book Laterza qui.

 

Vincenzo Matera

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