Cultura, Filosofia
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Perché la globalizzazione è la sfida culturale del nostro tempo

Quello che definiamo “globalizzazione” è un fenomeno culturale complesso per intensità e densità di circolazione di merci, persone, idee, immagini e suoni che caratterizza il nostro tempo per il volume complessivo degli scambi, ma che ha sempre accompagnato l’evoluzione storica l’essere umano, curioso e sperimentatore di nuove tecniche sin dalla preistoria.

“Le culture e le società umane non hanno mai costituito degli isolati assoluti”, si legge in Dal tribale al globale. Introduzione all’antropologia di Ugo Fabietti, Vincenzo Matera e Roberto Malighetti per l’editore Bruno Mondadori “perché lo scambio e il contatto socioculturale sono sempre stati parte della vita di tutti i popoli. E’ però indubbio che scambi e contatti sono un fenomeno che negli ultimi due secoli, e ancor più negli ultimi decenni, hanno conosciuto un’intensificazione senza precedenti, per giungere al giorno d’oggi in cui parliamo, a buon diritto, di globalizzazione. Per capire meglio la realtà contemporanea, si utilizza la metafora del  traffico delle culture. Ovvero quelle molteplici e complesse dinamiche caratterizzanti i fenomeni di ibridazione che sempre di più hanno luogo nel mondo contemporaneo.
Per esempio, tutti noi ci rendiamo conto del fatto che la nostra cultura recepisce stimoli provenienti da altre, così come sappiamo che in Africa e in Oceania la circolazione delle merci prodotte in Occidente, o su commissione delle industrie occidentali, influenza in maniera decisiva i consumi delle popolazioni di queste regioni del pianeta.
Sappiamo però un pò meno sull’influenza che l’arte africana e oceaniana hanno avuto sullo sviluppo dell’arte moderna europea, sul fatto che pittori e scultori come Braque, Picasso e Modigliani trassero ispirazioni da quelle “arti” che per lungo tempo non sono state considerate veramente tali.”

Questo traffico culturale, che oggi viaggia molto sui fili delle forme di comunicazione, dalla televisione satellitare ai siti web, dai film ai social media, determina una società in costante movimento e relazione al centro della quale si trovano gli individui. Questi diventano degli elaboratori e rielaboratori degli stimoli che provengono dal mondo esterno, creando a loro volta una rete di significati propri all’interno della rete più ampia nella quale sono inseriti.

Il posto nel mondo di ognuno si va dunque rielaborando dalla posizione che sceglie in base alle sue idee, diventando unica. E cosi tutti gli individui inseriti nella modernità, con i quali si crea e ri-crea la società contemporanea contribuiscono alla sua definizione.

In questo modo la realtà globalizzata, nella quale circolano idee che rigenerano persone, luoghi e forme sociali, con tutti i supporti tecnologici che la contraddistinguono, non è una distrazione da un antico modo di essere, strutturato e settoriale, al quale bisogna ritornare. L’ecumene globale, questo reticolato creato dalle idee che circolano, dalle merci che si scambiano, dalle persone che si muovono, è la nostra cultura, la nostra realtà ed è dunque da questo interno che dobbiamo dare senso a ciò che accade intorno a noi.

Questo grande cambiamento che vivono le società contemporanee, legato ai flussi ed ai volumi degli scambi e delle migrazioni ci mette in condizione di dover adattare le nostre categorie al mondo. Ed è qui che si gioca la capacità di adattamento dell’essere umano alle situazioni nuove, come a tutte le rivoluzioni climatiche e culturali che hanno trasformato il suo modo di vivere.

Adattarsi per sopravvivere. O, come suggeriva Sandro Penna, addormentarsi entro il dolce rumore della vita.

Melissa Pignatelli

Link al libro: Ugo Fabietti, Roberto Malighetti, Vincenzo Matera, Dal tribale al globale, introduzione all’antropologia, Bruno Mondadori editore, 2000.

Fotografia di Bernardo Ricci Armani, “Apricots from Damascus”, 17 Febbraio 2016, Istanbul (Turkey).

Nel blog del fotografo PhotographingAroundMe.me si legge in inglese “Days ago, I visited the SALT Galata Gallery in Karakoy, Istanbul. There was the exhibition “Apricots from Damascus”, an interesting project focused on a group of refugees who rely on their creative and intellectual abilities in the fields of art, writing, and music, to survive in Istanbul. It must be considered that since 2011 Turkey (of course including Istanbul) has become the destination of migrants who left Syria due to the Civil War.

The Turkish translation of “Apricots from Damascus” is “Şam’da Kayısı”, which is also part of an idiomatic expression meaning “It does not get any better than this” (the complete sentence is “Bundan iyisi, Şam’da kayısı”). Furthermore, in countries such as Argentina, Chile, and Peru, the word for “apricot” is “damasco”, which could indicate that, to the Spanish settlers of Argentina, the fruit was associated with Damascus in Syria.”

Melissa Pignatelli

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