Arte, Cultura
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“Il rospo che non esiste e l’identità creativa”, una lezione di psicologia dell’arte al Museo Novecento

dai ricordi di Sandro Chia

“Avevo 22 anni quando ho fatto Il Rospo che non Esiste. La storia di quest’opera è che il Comune di Firenze mi aveva assegnato una delle loro borse di studio per giovani artisti che consisteva in una cifra di denaro per me impensabile all’epoca e nell’uso di uno studio a Via degli Artisti. In cambio chiedeva una o due opere in donazione. Il Rospo che non Esiste, un misto di pittura a olio e passamanerie, è una di esse. La seconda opera, una scultura in polistirolo, penso sia andata distrutta.

All’epoca, era il 1968, studiavo all’Accademia di Belle Arti. Ero ancora alla ricerca di uno stile ed ero probabilmente dominato da un turbinio energetico e ormonale, una tempesta. I miei modelli erano i più disparati, cambiavano in continuazione. Nell’arco di una giornata ero Picasso, ero Leger, ero Kokoschka, ero Picabia. Leggevo molto, ero influenzato da Borges e in particolare dall’Aleph con la descrizione di un oggetto che non esiste, o che non è come appare. Un pò come Magritte con ‘Ce n’est pas une pipe’. Mi sembrava chiaro già allora che l’opera d’arte travalica la rappresentazione che altro non è che una soglia oltre la quale il vero senso dell’arte che è misterioso, indescrivibile, inenarrabile.

Il Rospo che Non Esiste è un lavoro con una sua sana ingenuità giovanile e anche una sua irrequietezza stilistica. Non ricordo esattamente ma immagino che mi sia messo a lavorare in maniera molto informale. Dal punto di vista tecnico usavo quel che avevo a disposizione. In Italia erano appena arrivati questi colori acrilici che e sembravano ideali. E poi pezzetti di carta, di passamanerie. Anche se in questo lavoro la forma è abbastanza determinata e simmetrica, tendevo a lavorare un po’ alla cieca nel senso che spesso decidevo solo in un secondo momento che senso dare al lavoro che avevo fatto un po’ alla cieca.

Quest’opera nasce poco dopo l’inondazione di Firenze. L’inondazione ha corrisposto anche con una mia personale liberazione. Non funzionava più nulla, non c’erano autobus: tutte ottime scuse per non tornare a casa. In quel periodo vennero molti stranieri a Firenze ad aiutare. M’interessava conoscerli, soprattutto le straniere. Portavano novità culturali e comportamentali, notavo la casualità del loro modo di vestirsi, di pettinarsi o non pettinarsi. C’era una spontaneità che pervadeva tutto l’essere, anche il pensiero. Non si parlava di banalità. Il discorso poteva cominciare con fatti episodici però poi immancabilmente diventava filosofia, poesia, musica….ecco la musica era importante. In quegli anni mi piaceva la musica cosiddetta classica.

Al teatro comunale di Firenze quando c’era l’opera mi chiamavano a fare il ‘generico’, ovvero ero una comparsa! Ho lavorato con Strehler, ho lavorato con von Karajan, e poiché ero alto generalmente facevo il soldato. E cosi mi sono sentito tutte le opere. Ricordo il Parsifal di von Karajan. A un certo punto Parsifal ammazza il cigno e io dovevo far cadere il cigno sul palco. A volte mi dimenticavo la freccia per cui cadeva e basta. Poi c’erano i Beatles, i Rolling Stones che erano proprio agli inizi. Ma all’epoca non era come oggi che accendi la radio e ascolti la musica. All’epoca accendevi la radio, in Italia, e ascoltavi Claudio Villa.

Riguardando oggi questo quadro giovanile penso che se fossi stato nella giuria mi sarei dato quel premio. Perché si vede che qualcosa bolle in pentola, c’è un rospo che bolle in pentola.

L’arte è una formidabile terapia che scongiura la follia perché te la fa vivere in un ambito creativo. La metabolizzi, la trasformi. L’arte è un antidoto, uno sfogo che utilizza un’energia che se rimane inespressa diventa negativa e auto distruttiva. Se riesci a materializzarla in un opera, meglio ancora se riconosciuta cosi ti viene tolta di mano e ne fai un’altra, allora può essere una cosa positiva. L’altro giorno ho sentito su ‘you tube’ un vecchio dibattito tra Eduardo De Filippo e Carmelo Bene. “L’artista,” diceva Eduardo, “non è che qualcuno che si complica la vita.” Se questa complicazione ha uno sfogo e una concretizzazione nell’opera, che per l’attore sarà lo spettacolo e il rapporto con pubblico e per il pittore un quadro che poi mostra a un pubblico più o meno coinvolto, l’artista rimane un tramite per quell’energia primaria, come l’anello in una catena. Se invece non riesci a metabolizzare e a manifestare questa energia probabilmente ti torna indietro e può essere pericolosa per la tua sanità mentale. Io ho sempre vissuto le mie fobie. Le ho sperimentate nell’arte, nel comportamento, nella mia maniera di pensare, agire e interagire.

Probabilmente se non avessi avuto queste complicazioni non sarei stato un artista. L’arte è una malattia che colpisce da piccoli, un pò ci nasci e un po’ ti arriva. E’ bello che il comune di Firenze mi abbia riconosciuto abbastanza folle da essere promettente”.

Sandro Chia

Il quadro  “Il rospo che non esiste” di Sandro Chia sarà  discusso dal dott. Stefano Calamandrei in occasione della presentazione del suo libro “L’identità creativa. Psicoanalisi e neuroscienze del pensiero simbolico e metaforico, Franco Angeli Editore nell’ambito del workshop proposto da Progetto Itaca al Museo Novecento dal titolo “Conoscere per prevenire – Confrontarsi con le sorgenti profonde della mente umana”.

15 maggio 2017 ore 17,00-19,00
Museo del Novecento – Piazza S.M.Novella – Firenze

La Redazione

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