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Il terrorismo suicida: cosa succede nel mondo globalizzato?

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Con un’analisi originale e provocatoria di uno dei fenomeni più complessi del mondo contemporaneo, Talal Asad ha esaminato il terrorismo suicida da punti di vista inediti, spingendo il lettore a prendere le distanze dalle risposte preconfezionate al terrorismo, alla guerra e agli attacchi suicidi. Già nel libro del 2009 il professore di Antropologia al Graduate Center of the City University di New York (CUNY), poneva domande scomode: c’è davvero una grande differenza tra un soldato in guerra e un terrorista suicida? Quale tipo di violenza è considerata “legittima” e perché?

Riportiamo di seguito brani selezionati dal testo “Il Terrorismo Suicida” (Raffaello Cortina Editore) per cercare di ascrivere i numerosi atti di terrorismo che vediamo riportati dalle televisioni a ciò che gli esperti fanno rientrare in episodi di “guerra asimmetrica” (per una definizione del neologismo, consultare Treccani.it qui).

In maniera selezionata  il ragionamento analitico di Talal Asad può essere riportato come segue:

“Invece di affidarci a un giudizio morale sulla base di un binarismo giuridico netto, esamineremo il ruolo dell’uccidere e del morire nella politica secolare moderna in modo tale da non vedere la guerra (nemmeno quella “giusta”) come forma privilegiata di violenza fondata su motivazioni politiche e il terrorismo (nemmeno “il terrorismo suicida”) come profondamente diverso da essa.

La mia speranza è riuscire ad aggirare il discorso dominante su questo tema e superare le due posizioni proposte oggi: da una parte, la difesa del terrorismo suicida come arma del debole; dall’altra, la sua denuncia come barbarie islamica.

Il ragionamento inizia con l’analisi delle argomentazioni che cercano di distinguere il terrore della guerra moderna dal terrore inflitto dai militanti, argomentazioni il cui principale obiettivo è rivendicare una superiorità morale per la “guerra giusta” e descrivere le azioni dei terroristi – in particolare degli attentatori suicidi – come il male supremo. Il criterio fondamentale invocato dal libro è il grado di crudeltà, criterio secondo cui l’uccisione di civili, la distruzione di aree urbane e l’annientamento della vita quotidiana ordinati dallo stato sono di gran lunga maggiori di qualunque cosa i terroristi possano fare.

I difensori della distinzione fondamentale fra guerra e terrorismo insistono sul fatto che la guerra, nonostante tutta la sua sciagurata brutalità, è necessaria, mentre il terrorismo non lo è mai; che i terroristi uccidono i civili per scopi politici, mentre le forze armate cercano di non ucciderli; e che il diritto di guerra – accettato dagli eserciti di stato ma ignorato dagli insorti – è un modo di civilizzare la crudeltà della guerra.

La teoria della “guerra giusta” ci aiuta a individuare le responsabilità morali all’inizio, durante e alla fine della guerra stessa. Per rispondere a tale affermazione si potrebbe dire che il diritto internazionale di guerra già specifica ciò che è legalmente permesso nelle ostilità armate, senza fornire quel risarcimento morale che la nozione di “guerra giusta” cerca di offrire. In effetti, mentre la teoria della “guerra giusta” si propone come ideale di condotta virtuosa in guerra, il diritto di guerra è un linguaggio per interpretare e valutare la condotta in combattimento. Ma anche quel linguaggio non è a disposizione dei contendenti in misura uguale: gli stati vittoriosi lo usano per giustificare il proprio comportamento e per attribuire le responsabilità ai nemici sconfitti.

Un piccolo avvertimento per impedire che questo libro venga frainteso: io non sostengo che talvolta le atrocità terroristiche possono essere moralmente giustificate. Sono semplicemente impressionato dal fatto che gli stati moderni siano in grado di distruggere e sconvolgere la vita in modo più facile e su scala più vasta di quanto lo fossero in passato, una capacità che i terroristi non possono in alcun modo uguagliare.

Questo libro spera, piuttosto, di turbare il lettore quanto basta per metterlo in grado di prendere distanza dal discorso pubblico compiacente che preconfeziona risposte morali al terrorismo, alla guerra e agli attacchi suicidi.

Il problema del discorso sullo scontro di civiltà non consiste unicamente nel fatto che in esso viene ignorata quella che è stata una storia ricca di scambi e interazioni fra cristiani, ebrei e musulmani. Il punto è che la stessa identità di un popolo come quello europeo (o islamico) dipende dalla definizione di un patrimonio culturale selettivo, di cui la maggioranza delle persone alle quali esso è attribuito è, di fatto, quasi del tutto inconsapevole – un patrimonio con cui nemmeno i membri dell’élite (i guardiani della civiltà) hanno particolare familiarità. Ciò finisce per legittimare la disuguaglianza sia tra le persone all’interno di una specifica cultura sia tra quella cultura e le altre.

Il jihâd è un tema centrale nelle storie dell’Islam prodotte in Occidente, sebbene nel pensiero islamico non sia una nozione fondamentale. Il jihâd è stato paragonato dagli storici occidentali al concetto medioevale cristiano delle crociate. L’unica differenza sarebbe che mentre le crociate non fanno più parte della modernità occidentale, il jihâd è parte integrante della civiltà islamica che, come tale, è fortemente radicata nella religione. Ma le differenze sono molto più complicate di quanto questo apparente scontro tra civiltà non suggerisca.

In breve, non è mai esistito nulla di simile a uno scontro di civiltà, per il fatto che non esistono società autonome fondate su valori culturali stabili. Al contrario, la penetrazione delle potenze economiche, politiche e ideologiche europee nel Medio Oriente – specialmente dall’inizio del XIX secolo – portò alla trasformazione di numerose pratiche. Gli stati europei esercitarono la loro rivalità strategica e commerciale in tutti i territori dell’indebolito – e infine sfaldato – impero ottomano, mediante la costruzione e il controllo esercitato sulle vie di comunicazione (di cui Suez era la più importante), la creazione, promessa agli ebrei, di un focolare domestico in Palestina, la divisione del Medio Oriente in mandati e sfere d’influenza, la stipulazione di trattati disuguali con stati sovrani arabi, lo sfruttamento delle risorse petrolifere e così via. Gli Stati Uniti si sono fatti semplicemente eredi di questa tradizione per soddisfare i propri interessi strategici ed economici in Medio Oriente, invocando nuove ragioni per giustificare il loro intervento.

Ciò che mi preme, non è trovare dei colpevoli, ma far emergere le complicate connessioni che possono fornirci un quadro più dettagliato dei problemi contemporanei nell’area che gli europei chiamarono, per primi, Medio Oriente.

I critici secondo i quali il linguaggio dello scontro di civiltà faciliterebbe il discorso sul terrorismo hanno ragione. Ma resta la domanda: perché il termine “terrorismo” è così rilevante oggi? Come viene definita la differenza fra terrorismo e guerra nel discorso pubblico contemporaneo?

Ma come è possibile giustificare la risolutezza di uno stato sull’orlo della guerra e, contemporaneamente, condannare la violenza terroristica sulla base del fatto che il sedicente terrorista non può mai dire di aver raggiunto il limite? È plausibile prendere per acquisito che la politica liberale sia sempre realizzabile?

Dunque, non è la crudeltà ciò che conta nella distinzione fra terroristi ed eserciti in guerra, e ancor meno la minaccia che ognuno di essi porta a un intero modo di vivere, bensì il loro grado di civiltà. Ciò che veramente è in gioco non è lo scontro fra civiltà (il conflitto tra due sistemi valoriali tra loro incompatibili) ma la lotta della civiltà contro i non civilizzati.

In questa lotta, tutte le regole civili possono essere messe da parte”.

a cura di Melissa Pignatelli

Link al libro: Talal Asad, Il Terrorismo Suicida, Raffaello Cortina Editore, Collana Cultura e Società diretta da Ugo Fabietti, Milano, 2009.

Dominic Casciani, BBC Home affairs correspondent, Manchester attack: The Lybia-jihad Connection, BBC.com, 24 Maggio 2017.

Per una visione storicizzata dell’attualità corrente in vari paesi del Medio Oriente si fa riferimento agli articoli di Alberto Negri, inviato del Sole24Ore.

“Come e dove si combatte oggi la guerra”, 3° Limes Festival, Genova, Palazzo Ducale, 4-6- Marzo 2016.

In fotografia: Transparency, Vince Alongi,  CC-by 2.0

Melissa Pignatelli

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