Cultura, Storia
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Arabia Saudita: storia del rapporto tra politica e religione nella Penisola dei Saud

La monarchia saudita ha un ruolo cardine nel Medio Oriente, tanto importante che Ugo Fabietti nel suo testo Medio Oriente, uno sguardo antropologico le dedica un intero capitolo. Ripercorrendone l’analisi storico-antropologica, emerge che la chiave di lettura  per cogliere l’importanza regionale dell’Arabia Saudita risiede nella relazione complessa che intercorre tra le componenti religiosa e politica dello Stato. L’insanabile rapporto tra il ruolo di protettore, particolarmente radicale, delle città sacre dell’Islam e alleato regionale degli Stati Uniti, è la linea direttrice che muove la monarchia saudita lungo i precari equilibri mediorientali.

La saldatura tra politica e religione avvenne con l’incontro tra due Muhammad: l’allora emiro di Diriyah Muhammad ibn Saud, e il dotto radicale Muahmmad ibn Abd al-Wahhab. Il patto che sancirono nel 1744 diede vita all’attuale monarchia saudita. In cambio della fedeltà dei seguaci di al-Wahhab, Ibn Saud avrebbe conquistato la Penisola Arabica muovendo un jihad (impegno in difesa del “vero Islam”) contro le tribù, i clan e le popolazione beduine. Ibn Saud conquistò la città di Riyadh nel 1902, favorito poi da un particolare contesto internazionale riuscì ad ottenere il controllo anche su La Mecca e Medina, allora controllate dalla famiglia Hashemita (oggi regnante in Giordania), nel 1932. Una data, quest’ultima, che segnò l’inizio effettivo della monarchia saudita, una forma statuale il cui motore principale era la dottrina dell’unicità di Dio per come predicata da al-Wahhab. Ibn Saud usò l’interpretazione wahhabita come sistematica critica delle fazioni presenti nella Penisola considerate religiosamente devianti, lassiste e idolatre.

Il consolidamento della monarchia avvenne però più tardi, grazie a due fattori, da un lato una politica matrimoniale particolarmente aggressiva degli eredi di ibn Saud e dall’altro la creazione di un esercito religiosamente motivato per la conquista dei territori. Abd al-Aziz ibn Saud nel rispetto delle regole islamiche della poligamia si sposò e divorziò in rapida successione in modo da creare delle alleanze tra gruppi diversi e usò i propri figli come elemento saldante della nuova monarchia. Tuttavia, i legami familiari non erano sufficienti, era necessario cementare la fiducia uniformando le varie fazioni in un unico credo. La monarchia si poneva dunque come vertice di un triangolo all’interno del quale Dio era la fonte legittimante del corpus legislativo, il re il suo vicario terrestre per l’applicazione delle leggi e la nazione saudita destinataria delle stesse. La conquista delle oasi e dei villaggi non era sufficiente per la creazione della nazione saudita, dovevano essere inclusi anche i beduini, politicamente poco affidabili e soprattutto nomadi. Abd al-Aziz li impiegò come strumento di conversione, includendoli nel braccio armato dell’Ikhwan (la Fratellanza) obbligandoli alla sedentarizzazione e inducendoli a condurre il jihad, a cui lui stesso dava una particolare interpretazione di guerra di aggressione.

Una volta consolidato l’ordine interno, per mantenere quel particolare rapporto triangolare, il re si avvalse degli ulama, i dotti religiosi, appartenenti alla famiglia di al-Wahhab per affermare e riaffermare costantemente la propria legittimità sia religiosa che politica.

Questa saldatura con gli ulama, tuttavia, iniziò ad incrinarsi quando Abd al-Aziz decise di recuperare il ritardo tecnologico accumulato dall’Arabia rispetto agli altri paesi mediorientali. La modernizzazione infrastrutturale prevedeva l’introduzione dell’automobile, dell’aeroplano, del telefono e del telegrafo, il re piegò la volontà degli ulama in suo favore inducendoli ad emettere una fatwa (opinione, parere religioso con valore legale) che ne legittimasse l’uso.

A fronte  di questa modernizzazione, per mantenere sempre in equilibrio le forze conservatrici religiose e quelle politico-economiche, Abd al-Aziz affiancò al già presente majlis (assemblea), luogo di discussione degli affari politici, legali ed economici, un majlis al dars (assemblea di studio), che aveva gli stessi compiti del primo ma in ambito religioso.

Questo equilibrio divenne, però, via via più precario con l’affluire sempre più imponente dei proventi dell’estrazione e della raffinazione del petrolio e dalla conseguente trasformazione dell’economia e degli stili di vita.

« L’Arabia, terra di poveri nomadi, di modesti contadini e di pochi commercianti benestanti stava trasformandosi rapidamente in un paese ultraricco e superconsumista.»

Dal momento che la crescita e lo sviluppo avevano dato luogo a vertiginosi cambiamenti, le innovazioni dovevano essere costantemente giustificate dal punto di vista religioso. Per evitare spaccature interne, Faysal ibn Abd al-Aziz decise di inserire gli ulama in un nuovo sistema universitario islamico in cambio di generosi stipendi. In questo modo, ottenne la legittimazione di altre misure di aperture ai prodotti occidentali. La grande ricchezza dovuta al petrolio permetteva al re di congelare i dissensi interni ed esterni, quindi non dover dare vita ad alcuna trasformazione del sistema politico, e allo stesso tempo di finanziare dei paesi musulmani che erano, in teoria ostili, alla monarchia saudita. L’estrema ricchezza, la corruzione politica e l’istruzione islamica della popolazione portarono ad un potente corto-circuito che ebbe come conseguenza principale l’emergere  del fondamentalismo religioso.

Nel 1979, anno della Rivoluzione iraniana e quindi della creazione di un nuovo polo politico-religioso sciita, un centinaio di rivoltosi studenti dell’Università Islamica di Medina occuparono la zona della Grande Moschea de La Mecca chiedendo l’allontanamento dal potere dei Saud giudicati eccessivamente corrotti sia politicamente che religiosamente. Questa rivolta fu un segnale forte, un potenziale pericolo della messa in discussione del rapporto triangolare fondamentale che aveva caratterizzato la monarchia fin dall’inizio del secolo. La protesta veniva proprio da quegli ambienti universitari e colti che i sauditi avevano finanziato e sviluppato come argine al crescente socialismo arabo e che adesso gli si rivoltavano contro. Il re decise dunque di riaffermare il proprio ruolo di intermediario tra Dio e la nazione procedendo con la “saudizzazione” del sistema politico e adottò il titolo di “custode dei luoghi santi dell’Islam” (1986).

L’austerità degli anni Ottanta, a causa della riduzione dei proventi del petrolio, fu accompagnata da un aumento della disoccupazione, del dissenso interno e al contempo da una crescente minaccia sul piano internazionale, l’Iraq di Saddam Hussein. Per far fronte a questa situazione la monarchia fu obbligata a chiedere agli Stati Uniti di intervenire e concesse una base per le operazioni della Prima Guerra del  Golfo nel 1991. Re Fadh metteva a nudo la debolezza del suo sistema: il rapporto con l’Occidente non riguardava unicamente le spinte di modernizzazione, la monarchia dipendeva dall’Occidente per la sua stessa sopravvivenza.

Quando gli ulama furono costretti ad emettere un fatwa che inquadrasse l’intervento americano in un contesto religioso accettabile, il gruppo dei dotti religiosi si divise, mettendo ancora una volta a repentaglio la legittimità della monarchia. Quando re Fahd decise di cedere e riformare il sistema in virtù di una (debole) democratizzazione, dall’opposizione si levarono due voci: da un lato i liberali laici, dall’altro i fondamentalisti, che finirono per prevalere tanto sulla scena nazionale quanto internazionale.

La forza dei fondamentalisti indusse gli ulama ad entrare in un complicato gioco di equilibri per non perdere terreno e non cedere niente al progetto dei loro rivali di instaurare nella Penisola un autentico Stato islamico d’Arabia.

L’emergere di questi fondamentalisti, come costante minaccia di sovversione della monarchia saudita, ha spostato gli equilibri interni in un gioco di alleanze pericoloso e complicato. A differenza delle epoche precedenti, l’economia del petrolio non porta tanti benefici quanto in passato e in un sistema a completa dipendenza statale interamente basato sui proventi della vendita di risorse energetiche, il dissenso interno è sempre più difficile da controllare. Inoltre, nel mutato contesto internazionale si tendeva a pensare  che quegli stessi ambienti politici e religiosi si fossero legati per interesse politico interno alle derive terroristiche del fondamentalismo islamico transnazionale, favorendo così un disequilibrio non solo regionale ma internazionale.

Tuttavia, come lo stesso Fabietti  a conclusione del capitolo dedicato all’Arabia Saudita,

«Il rapporto tra i fondamentalisti sauditi e gli ambienti dei fondamentalisti da cui partono certamente finanziamenti in direzione dei movimenti terroristici dell’ISIS, e di altri movimenti analoghi presenti oggi in Africa, non è facile sapere».

Barbara Palla

Fonti:

Ugo Fabietti, Medio Oriente, uno sguardo antropologico, Raffaello Cortina Editore, 2016

Madawai al-Rasheed, God, the King and the Nation: Political Rethoric in Saudi Arabia in the 1990s, Middle East Journal, vol. 50 n°3, 1996.

Fotografia: Camels, Jordan  Desert, Bernardo Ricci Armani, 2012, photographingaround.me

Barbara Palla

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