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Dilovan, dalla Siria verso il sogno europeo: un migrante lungo la rotta che non c’è

“Io, Dilovan, ho un sogno: tornare un giorno a vivere in pace nel mio paese, la Siria”. Così inizia a raccontarmi Dilovan, 26 anni, studente, ceto medio e casa di proprietà, sulla chat di Facebook a Gennaio 2017. Dilovan era iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Alfuart di Al-Hassakeh nel nord-est della Siria, una città sotto il fuoco incrociato di Turchia, Curdistan siriano, Stato Islamico e Iraq. Un giorno, il 17 febbraio 2016, Dilovan parte. Spinto dagli eventi internazionali, ha venduto la sua casa e tutte le sue cose, ha lasciato i suoi amici e parenti ed è partito alla volta dell’Europa insieme alla moglie Avin e al fratello minore Hussein, entrambi ventunenni. Di quel giorno non si dimenticheranno mai.

Una storia come tante, di un ragazzo che con moglie e fratello decide che la vita in Siria sotto le bombe dei nemici è troppo pericolosa e parte per ritrovare i genitori che vivono in Germania. Andare a Damasco e prendere un banale volo per Berlino o Monaco non è burocraticamente possibile. Ma la realtà siriana è che vivere sotto i bombardamenti e i raid a sorpresa è un inferno. Quindi? Non rimane che, letteralmente, fare fagotto e mettersi in cammino.

Ho deciso di raccontare questa storia perché l’immobilismo ostile di molti cittadini europei non mi pare rappresentativo delle nostre fondamentali basi umanistiche, quelle per cui l’Europa con i suoi pensatori, scrittori, pittori, scultori, designers e filosofi fa sognare milioni di persone. Spero, con questa lunga narrazione ispirata sia alla raccolta di storie di vita del metodo etnografico sia ai long reads del nuovo giornalismo, di riportare il fattore umano al centro dell’attenzione. Le migrazioni contemporanee sono una realtà dolorosa – non un’emergenza temporanea – una conseguenza diretta delle guerre contemporanee che vedono potenze internazionali scontrarsi sul territorio siriano: i normali cittadini si trovano coinvolti loro malgrado nelle ostilità.

Per trovare una fonte attendibile ho fatto ricorso alla fondatrice di un’associazione di accoglienza migranti rispettata e consolidata sul territorio greco, Catharina Kahane, che insieme ad altre amiche austriache ha fondato l’associazione Echo 100+ con sede a Leros. Le donne di Echo 100+ hanno deciso di compiere un gesto di solidarietà per le isole del Dodecanneso che le ospitano ogni estate da più di trent’anni e le cui coste sono state protagoniste degli sbarchi di rifugiati siriani.

L’estate scorsa, non essendo riuscita a visitare il campo, sequestrato dai Greci prima della stagione turistica 2016, chiesi a Catharina di suggerirmi una persona rappresentativa. Mi raccontò di Dilovan e ci mise in contatto con un gruppo Facebook: questo diventò da subito il nostro principale canale di comunicazione.

Durante le interviste per scrivere questa storia, ho scoperto che l’unico strumento che i migranti usano per orientarsi nella confusione di informazioni che cercano in paesi stranieri è il cellulare: lo smartphone con i vari social diventa una sorta di bussola. Uno strumento che per molti europei serve allo svago, per molti siriani è uno strumento fondamentale per sopravvivere. Un accostamento che serve per capire quanto sia la tecnologia a dare la mano più sostanziale di tutte, fornendo assistenza concreta agli esseri umani in fuga dalla Siria e dalle guerre in corso. Uno strumento che qui vediamo come simbolo del superfluo, nella realtà degli esuli è invece una risorsa fondamentale per sopravvivere.

Lo stallo generato dal dissenso politico interno ai paesi europei, e tra paesi europei, ha creato dei vuoti giuridici dei quali beneficiano attività parallele, piccoli gruppi di potere, non sempre legali, non sempre comprensivi, che hanno addirittura riportato in auge la violenza e l’abuso in tutte le possibili variabili, da quelle psicologiche a quelle fisiche. Il faro dell’umanesimo illuminato del sogno europeo si è spento proprio durante la tempesta.

Durante le infinite attese subite dagli esseri umani alla deriva è complicato anche l’accesso alle risorse di base: la protezione dal freddo e dalla pioggia, il cibo scarso e di cattiva qualità, l’igiene personale, gli indumenti asciutti e puliti. Nei campi di accoglienza, gremiti, le persone sono usurate dalla noia e dall’incertezza, dalla promiscuità tra giovani, anziani, uomini, donne, bambini, famiglie, dall’incomprensione per la mancanza di umanità. Il sogno verso la libertà, la pace e la speranza è un viaggio triste e difficile, psicologicamente e fisicamente violento. Gli europei, fuori dai campi di accoglienza e alla televisione, osservano con paura, rabbia, sgomento, sospetto e mandano i militari a “contenere” – anche col filo spinato – coloro che li guardavano con speranza e stima.

Ricordiamo dunque il quadro geopolitico del perché persone come Dilovan, Avin e Hussein hanno deciso di venire in Europa. Allo stesso Dilovan lo Stato Islamico chiedeva di arruolarsi, i Curdi di combattere al loro fianco contro il presidente Bashar al-Assad e le stesse forze governative di Assad lo sollecitavano ad arruolarsi: una situazione insostenibile per uno studente pacifico. Tuttavia rimanere ad Al-Hassakeh ad aspettare la fine dei conflitti voleva dire rischiare la propria incolumità per la pericolosità delle incursioni dei gruppi armati, e Dilovan temeva soprattutto per sua moglie Avin.

C’è qualcosa in più che mi disturba in questa emigrazione contemporanea. Non so più, sentendo dibattiti, convegni, conferenze in giacca e cravatta, leggendo delibere e ricerche sui migranti, vedendo lo sguardo gonfio, opaco e smarrito di Dilovan che mi parla in videochat di Facebook, non so più cosa sia rimasto dei nostri ideali, non so più che genere di europei siamo, ne come la burocrazia sia diventata l’arma di difesa dei privilegiati.

Durante la nostra prima videochiamata, nella quale si intravede solo un soffitto bianco, una lampada al neon e un tavolo, si affaccia un bambino. Mi colpisce per come è vestito con cura, per come tiene le mani dietro la schiena e sorride. “È Ibrahim”, mi dice Dilovan. Ci salutiamo. “È di Aleppo”.
Un bambino di 9 anni che è andato via terra da Aleppo ad Atene.
Mi si annoda la gola.

Così ecco la trascrizione della storia che Dilovan mi racconta in inglese a varie riprese e che riporto di seguito tradotta in italiano. E’ il risultato di un lavoro metodologico combinato tra giornalismo d’inchiesta, indagine, raccolta di storia di vita, etnografia online, con l’obiettivo di riportare il punto di vista di chi scappa dalla guerra in Siria. I dialoghi sono avvenuti in chat scritte, email, messaggi vocali, telefonate e videochiamate di Facebook e Whatsapp.

“Il 17 febbraio 2016 sono partito da Al-Hassakeh con mia moglie Avin per Qamishli dove c’è l’aeroporto e dove hanno casa i suoi genitori. Lì ci siamo ritrovati con mio fratello Hussein che era arrivato in aereo da Damasco per partire con noi. Da lì siamo andati a casa di nostri parenti ad Ad-Darbasiyah per 20 giorni, cercando il modo di attraversare il confine con la Turchia: era impossibile se non ricorrendo a contrabbandieri. Il 26 febbraio 2016 abbiamo tentato di attraversare il confine, ma siamo stati catturati dall’esercito turco. Io sono stato brutalmente picchiato: di questo porto ancora le tracce sugli occhi e nella zona addominale”.

“Poi il 6 marzo 2016 abbiamo di nuovo tentato di attraversare il confine siro-iracheno attraverso Al-Malkiyah un’altra piccola città siriana, sempre dovendo ricorrere ad un contrabbandiere: ci ha chiesto 750 dollari a testa, per un totale di 2250 dollari”.

“Quella volta ci siamo riusciti, ed abbiamo attraversato il confine e raggiunto la città di Duhok in Iraq. Il giorno dopo abbiamo viaggiato fino al confine turco-iracheno, dopo aver pagato altri 900 dollari ad un altro contrabbandiere. Siamo riusciti a passare facilmente in Turchia questa volta, anche se il trafficante ci ha fregati perché ci ha chiesto di pagare 100 dollari in più per non denunciare la nostra illegalità. Purtroppo però al nostro arrivo siamo stati catturati dall’esercito turco. Ci hanno detenuti a Derecick al confine tra la Turchia ed il Curdistan iracheno in un edificio protetto per due settimane mentre ‘controllavano la nostra identità’ ”.

“Ci hanno tenuto in un luogo per niente piacevole. L’edificio aveva 3 piani, con stanze molto piccole, ognuna doveva contenere 30 persone, di diverse nazionalità. Poi un giorno, l’esercito turco ci ha portati a Shemdinli, una città dove siamo stati raggruppati con altri 2000 rifugiati in un campo da basket per un giorno intero. Il 21 marzo i militari ci hanno portati a Van, e ci hanno lasciati lì.
A quel punto abbiamo ripreso il nostro viaggio proseguendo per Mardin dove abbiamo lontani parenti e siamo rimasti con loro 5 giorni. Poi abbiamo preso un autobus per Istanbul, dove ancora una volta abbiamo contrattato a lungo con un trafficante che ci ha chiesto 550 dollari ciascuno, in totale di 1.650 dollari, per portarci ad Izmir, sulla costa turca. Aveva già fatto passare mio padre, così abbiamo ottenuto un buon prezzo”.

“Da lì dovevamo cercare il modo di raggiungere le isole della Grecia, per poi risalire verso il nord, sempre animati dalla voglia di raggiungere casa dei nostri genitori in Germania. Abbiamo trovato uno scafista disposto a portarci a Chios e ci siamo dunque imbarcati su un gommone di 6 × 1,5 metri che conteneva 50 persone. Quando Avin ha visto il gommone non ci voleva salire. Tremava. Ha detto che saremmo morti. Si vedeva che gli scafisti erano armati. Ho capito che era meglio non discutere, vincere la paura e salire a bordo senza fare storie. Se avessimo voltato le spalle per tornare indietro chissà cosa sarebbe successo. I soldi, di certo, non li avremmo riavuti”.

“Eravamo in molti a cercare di attraversare il confine via mare. Purtroppo siamo stati catturati dalla guardia costiera turca e riportati ad Izmir. Aiutati dalla sorte, siamo riusciti a ripartire quella stessa notte alle 3:30 del mattino (era il 28 marzo 2016), ed abbiamo avuto la fortuna di raggiungere l’isola greca di Chios. Per dieci giorni siamo rimasti lì”.

Poi un giorno è venuta la polizia: ha chiamato a raccolta i provenienti dalla Siria e proposto loro di portarli in un altro campo, dove le condizioni erano migliori in quanto più piccolo e meno affollato.

  “Noi abbiamo acconsentito e siamo partiti per Leros con le imbarcazioni della polizia greca. Eravamo tanti, 235 tra studenti, muratori, professionisti, donne, ragazzi, famiglie con bambini, giovani coppie. La vita nel campo di Chios non era dignitosa, sistemavano circa 6 famiglie per container. Così l’8 aprile ci hanno portati a Leros dove c’erano già 100 persone, tutte provenienti dalla Siria e dall’Iraq, soprattutto Yazidi, attaccati dall’Isis. Il campo era completamente protetto e circondato da filo spinato e polizia. Ci siamo rimasti quattro mesi: le condizioni di vita erano molto difficili, soprattutto perché c’era poco da fare ed eravamo recintati dal filo spinato”.

Il campo di Leros è quello fondato da Echo 100+. Catharina Kahane, lei stessa mi racconta di quanto sia difficile l’esistenza nei campi d’accoglienza di persone che fino a poco tempo prima vivevano libere ed autonome.

“Molte persone che arrivano al campo provengono dalla classe media siriana. Magari avevano delle ditte, erano negozianti, studenti o lavoratori, spesso possedevano le case dove abitavano, e vivevano un quotidiano simile a quello di molti di noi: ora si ritrovano trattati quasi come criminali, guardati a vista e con sospetto da polizia e cittadini, costretti ad accettare la carità di chi offre loro un piatto di minestra per il quale dover fare la fila, tre volte al giorno. Francamente ammiro la loro dignità silenziosa, rassegnata. Non so come fanno a sopportare tutta la violenza psicologica che viene fatta loro”.

“Ci sono persone di estrazioni sociali diverse tra loro che si ritrovano a condividere spazi piccoli, in zone recintate con filo spinato. Il filo spinato è simbolico: se vogliono uscire possono farlo attraverso i cancelli, non sono prigionieri. Circondare di filo spinato i luoghi dove si assemblano i container per “l’accoglienza” è un simbolo psicologico molto forte, quasi una violenza, che si potrebbe senz’altro evitare. Perché dunque imporre una relazione di potere a persone che stanno cercando una via d’uscita da un paese in guerra? Già vivono una condizione psicologica difficile, si potrebbero quindi risparmiare loro ulteriori umiliazioni”.

“Ma cosa fanno tutto il giorno?”, le chiedo.

“Non c’è niente da fare, non hanno nulla da fare, niente che occupi le giornate e le menti. Le persone rimangono così in una sorta di strano limbo nel quale aspettano, aspettano, aspettano, senza nemmeno sapere precisamente che cosa. L’unica cosa che li tiene vivi è il potersi connettere ad internet attraverso il wifi gratis dei bar dell’isola dal loro smartphone. Qualche gestore gentile non li manda via, allora si siedono sui muretti intorno ai bar e chattano. Grazie a Facebook e Whatsapp rimangono in contatto con la loro rete di relazioni e di affetti: questa è l’unica cosa che mantiene viva la speranza in loro”.

“Ma come riescono a proseguire?”, domando.

“Non ci sono vie chiare ma abbiamo notato che avere soldi aiuta ad andare avanti. Dopo la ‘chiusura estiva’ del campo di Leros lo abbiamo riaperto pensando all’accoglienza anche di chi decide di NON proseguire. Molti stanno tornando indietro e allora gli insegniamo l’inglese al livello Europeo C1 e la patente Europea del computer (ECDL), così almeno non tornano indietro proprio a mani vuote”.

In fondo molti potrebbero fuggire verso altri paesi arabi, come l’Arabia Saudita o i paesi del Golfo. Ma invece scelgono di andare verso l’Europa. Questo è un segno forte che la realtà che abbiamo creato ha ancora tutto il suo potenziale. Dovremmo averne maggiore consapevolezza.

Dilovan mi racconta che a Leros ha conosciuto un ragazzo di 16 anni con pochi mezzi, Abdallah, che viaggiava da solo. Si è reso conto dei costi dei trafficanti solamente, come loro, essendo già in viaggio. Hanno passato 5-6 mesi insieme a Leros, poi Abdullah ha deciso che non poteva procedere verso l’Europa perché non aveva abbastanza soldi ed è andato dalla polizia a chiedere di essere riportato indietro, in Turchia. In Turchia lo facevano lavorare 16 ore al giorno in condizioni disumane, con un unico pasto scarso. Non ce l’ha fatta. Dilovan ha saputo recentemente, rincontrando compagni di viaggio, che era tornato in Siria, a Raqqa e che si era arruolato con l’Isis.
E’ morto.

Dilovan riprende il racconto dopo essere riuscito ad arrivare ad Atene.

 “Senza documenti nessun campo profughi ci ha ricevuto. La carta d’identità nazionale siriana non basta, ci vogliono dei documenti che certifichino i vari passaggi dai campi d’accoglienza. Ma siccome siamo scappati non li avevamo. Quindi con mia moglie e mio fratello, ad Atene abbiamo iniziato ad abitare per strada, in qualche spazio occupato, insieme ad altri profughi dalla Siria, Afghanistan, Iraq, ed altri paesi”.

“Ad Atene ho conosciuto un bambino di 9 anni: Mohammad, un piccolo rifugiato siriano. Parla cinque lingue che ha imparato nel campo di Moria a Lesbo. Le ha imparate spinto dal padre, assieme ai volontari del campo, per aiutare altri rifugiati a comunicare con gli organizzatori, i responsabili, i medici. Così Mohammad parla greco, inglese, curdo e persiano, oltre all’arabo, che è la sua madrelingua”.

“All’inizio e i primi giorni non era molto contento ma poi ha capito cosa significava aiutare le persone, ha capito che stava dando una vera mano a coloro che non riuscivano a farsi capire. Da grande vorrebbe fare il dottore, in modo da aiutare ancora di più le persone”.

“Il padre di Mohammad mi racconta che sono scappati dalla Siria perché l’Isis era arrivato nella loro città. Anche loro sono arrivati in Grecia dopo l’accordo tra Europa e Turchia e sono rimasti bloccati sull’isola di Lesbo per otto mesi, poi sono riusciti a scappare ad Atene. Hanno richiesto asilo in Grecia ma andranno via solo dopo aver ottenuto le carte perché la loro vita in Grecia non è bella”.

“Con Avin e Hussein siamo rimasti tre settimane ad Atene poi ci siamo diretti verso Salonicco per cercare di attraversare il confine con la Macedonia. Lì abbiamo incontrato un contrabbandiere che ci ha condotti a piedi con un altro gruppo di rifugiati: abbiamo camminato per tre giorni nel bosco, sotto la pioggia, senza cibo e senza acqua. Una donna del nostro gruppo portava sulle spalle un bambino di tre anni. Era stanca e rallentava la marcia. Così il trafficante ha deciso di abbandonarla”.

“Tu sai cosa vuol dire vedere un uomo abbandonare una donna che porta suo figlio in spalla da tre giorni?” mi chiede Dilovan, una sera in chat.

“Sai cosa vuol dire pensare ad una mamma abbandonata col figlio in un bosco gelido senza conoscere la via? Ora convivo con questi ricordi, con le ingiustizie viste e patite. Cerco di non perdere la speranza, cerco di non provare rabbia, ma è veramente difficile”.

“Comunque noi siamo andati avanti ma poi sfortunatamente la polizia macedone ci ha presi e riportati dalla parte greca del confine. Devo dire che non è stato facile per noi trovare il coraggio di riattraversare il confine. Ma siamo tutti testardi e in qualche modo ci abbiamo riprovato. Questa volta abbiamo trovato un piccolo veicolo e ci siamo messi alla guida: purtroppo però abbiamo avuto un incidente stradale e la polizia ci ha preso ancora una volta. Questa volta ci hanno messo in prigione a Skopje, nel carcere Gazi Baba della capitale Macedone. Mi hanno tenuto con mio fratello nella sezione maschile; sono stato separato da mia moglie per 40 giorni. La prigione era in cattive condizioni, il cibo era scaduto, ci trattavano male. Mentre ero in carcere ho visto alla televisione che la mia città era stata bombardata: ho riconosciuto il negozio di mio cugino, a 10 metri da dove era caduta la bomba. Durante la telefonata settimanale sono riuscito a parlare con un altro mio fratello rimasto in Siria: mi ha detto che mio cugino sta bene, che non è morto”.

Chi non ha soldi per fuggire fa questa vita qui: vede la morte in faccia ogni giorno.“In prigione invece due dei miei compagni di viaggio hanno tentato di suicidarsi. Così ci hanno dato ‘Rosina’, una pillola sedativa. Dopo 40 giorni di prigionia siamo stati condannati da un tribunale e ci han

no portati in un campo aperto, sempre a Skopje. Ancora una volta il campo era in cattive condizioni ed avevamo un solo un pasto (immangiabile) al giorno”.

“Dopo una settimana, abbiamo cercato di passare di nuovo il confine tra la Macedonia e la Serbia sempre ricorrendo ad un contrabbandiere, pagando 500 euro ciascuno, quindi 1500 euro in totale. Abbiamo preso una sorta di taxi fino ad un piccolo villaggio macedone al confine con la Serbia, Loyan, pieno di mafia. Ci siamo rimasti per 5 giorni, ma non siamo riusciti ad attraversare il confine. Così siamo tornati al campo aperto di Skopje perché mia moglie non stava bene. Ma il campo aperto non ci ha ricevuti. Abbiamo trascorso due notti in una moschea. Ho perso i miei 1500 euro”.

“Ancora una volta, nel tentativo di attraversare il confine per raggiungere Belgrado la capitale serba, siamo tornati a Loyan dove siamo rimasti per 10 giorni. Il trafficante ci ha chiesto 300 euro a testa, quindi 900 euro, ma non ce li avevamo più. Dopo vari tentativi, la polizia macedone ci ha catturati e rimandati in Grecia”.

“Così dopo mesi di sofferenze nel tentativo di attraversare una serie di confini per proseguire verso nord siamo tornati al punto di partenza: Atene”.

Dilovan mi racconta che è arrivato ad un punto in cui non sa più cosa fare, l’attesa e l’incertezza sono difficilissime da sopportare. Non si sa né quando né come ci sarà una fine. È molto amareggiato. Ad Atene ci sono tanti bambini, tante mamme preoccupate che ogni giorno non sanno come dare del cibo decente ai loro figli, bambini che non vanno a scuola, mamme che hanno paura che i loro figli diventino dei simboli come Aylan Curdi.

“Prova a immaginare di essere una di loro” mi dice “prova ad essere nella condizione di dover pensare che forse uno dei tuoi figli potrebbe finire come Aylan”.

Mi preoccupo e mi blocco al pensiero di essere impotente davanti alla tragedia che Dilovan mi racconta. Passa del tempo durante il quale non ci sentiamo. Elaboro appunti e racconti.

Quando lo cerco su Facebook, a maggio 2017, il suo profilo è stato manomesso, i nostri scambi in chat cancellati, anche Catharina ne ha perso le tracce. Lo ritrovo grazie ad un indirizzo email, che usa poco, e mi dà un numero Whatsapp. E’ sempre ad Atene. 

Lo chiamo e la sua voce è ancora più strozzata, impaziente, scontenta, rispetto a qualche mese fa. Mi racconta che Avin sua moglie è riuscita ad arrivare in Germania il 26 febbraio 2017. Lui ha chiesto il ricongiungimento familiare con sua moglie, ad un centro di richieste asilo a Patrasso. Lo hanno intervistato per due ore poi gli hanno preso le impronte digitali. Siccome le sue impronte risultano essere già state prese al campo di Leros lo mettono in prigione. Dilovan mi racconta che non ha mai visto un posto peggiore. Non c’è bagno, non c’è acqua, non ci sono letti sufficienti per tutti.

“Dopo dieci giorni, il 13 marzo 2017, mi trasferiscono in autobus in un altro luogo di detenzione ad Atene. Ci rimango fino al 1° aprile 2017, è la più grossa stazione di polizia di tutta la Grecia. Aspettavo di essere riportato a Leros. Poi mi hanno detto che il campo di Leros è pieno. Mi rilasciano per strada”.

“Adesso sono ad Atene in una scuola occupata. Ho chiesto a un campo rifugiati greco di essere ammesso, ma mi hanno detto che siccome sono un uomo solo non ho priorità. Il campo è pieno e se si liberano posti accolgono prima le famiglie”.

“Mi rendo conto che anche i Greci fanno fatica: ma perché non hanno modo di metterci in delle strutture decenti mentre aspettiamo? Tenerci così è una violenza. Tutta questa violenza che ci viene fatta non può avere conseguenze positive. Perché ci trattano così?”

Giovani sfollati che nessuno accoglie, che tutti guardano con sospetto, senza l’umanità e la vicinanza che un tempo contraddistingueva l’accoglienza verso chi scappava dalla guerra.

Pochi mesi fa ho sentito parlare Emma Bonino ad un dibattito, chiedeva che si rimettesse la testa al centro della questione sui migranti. Rammentava come i nostri nonni, zii, parenti che partivano per l’America pagavano dei biglietti, viaggiavano in condizioni difficili, dovevano fare la quarantena: ma erano delle tappe certe e in qualche modo umane. Andavano verso terre dove avrebbero fatto lavori umili, leggevano cartelli con scritte che non li volevano, ma i paesi non erano governati dal diniego della realtà: agli sfollati durante la guerra si dava asilo, cibo e calore umano.

Oggi la rotta balcanica sembra davvero chiusa.
Sgomenta ancora di più vedere nei telegiornali che qualche Siriano arriva in Italia dalla rotta libica, preferendo affrontare gli orrori e le torture perpetrati in Nord Africa, invece di stare sotto le bombe nemiche. Si può solo immaginare come nell’assenza di legislazione certa non possano che proliferare attività illegali.

E cosa succede qui da noi, nel dialogo europeo, nel confronto tra le varie nazioni verso le quali ogni giorno masse di persone in fuga vorrebbero rifugiarsi? Ci si riunisce, come ad esempio nei convegni dello Stato dell’Unione a Firenze il 12 e 13 maggio 2017, e si discute. Il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani interviene al convegno cercando di scuotere quei paesi europei che hanno perso il senso della solidarietà. La realtà degli esseri umani in fuga dalle bombe a due ore di volo da Roma sembra veramente remota.

È desolante realizzare con quanta indifferenza l’Europa non trovi l’affiatamento e la forza politica necessaria per evitare che diritti umani basilari vadano persi. Nel tempo necessario alle discussioni infinite per trovare posizioni comuni, con quei paesi e quei cittadini che non vogliono saperne di aiutare chi scappa dalla guerra, si perdono decenni di battaglie civili.

Democratici muri di burocrazia, indifferenza e fili spinati.
È così dunque che vanno a finire vite umane disperate, abbagliate dalla forza dell’idealismo europeo ma abbandonate nelle mani dei contrabbandieri d’uomini?

Nel frattempo la resilienza e la tenacia di Dilovan riescono a fargli trovare un passaggio per il fratello Hussein, che arriva anche lui in Germania. Come per Avin, Dilovan è riuscito a trovargli un posto in aereo. Con il tempo spera di riuscire anche lui a ricongiungersi con la sua famiglia.

Perché allora con tutto il nostro progresso, tutte le nostre istituzioni e tutta la nostra cultura non siamo capaci, nel XXI secolo, di vedere la realtà della dignità di persone con risorse e capacità che fuggono dalle guerre?

Perché tutta questa indifferenza?

L’Europa è un sogno costruito dai nostri nonni perché non si riproducessero gli orrori della Seconda Guerra Mondiale: i muri, le divisioni, il razzismo. I valori dell’Europa vanno difesi e vanno messi in pratica. Non siamo un caos, stiamo solo attraversando una prova di umanità e voglio credere, da europea, che la libertà, l’accoglienza, la fratellanza, l’uguaglianza, il nostro essere laici o il nostro essere cristiani ci porti ad agire per salvare il sogno europeo dall’indifferenza.

Odio gli indifferenti.

Melissa Pignatelli

Dati raccolti a Firenze tra gennaio e maggio 2017: testi scritti sulla chat di Facebook, di WhatsApp, via email e conversazioni audio e video.
Il metodo di raccolta dei dati è quello delle storie di vita usate dagli etnografi in ambito antropologico. I costi trascritti sono dunque quelli riportati da Dilovan.

Dilovan è disponibile per ulteriori interviste.
Catharina Kahane di Echo 100+ è disponibile per interviste.
Melissa Pignatelli è antropologa e giornalista culturale, fondatrice e direttrice de LaRivistaCulturale.com è disponibile per ulteriori approfondimenti: costi, foto. Scrivere a info @larivistaculturale. com

Melissa Pignatelli

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