Arte, Cultura, globalizzazione
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Identità e immagini: perché le guerriglie colpiscono i beni culturali

Con la comparsa degli stati nazionali moderni, costituiti come vaste unità territoriali si è andato ridefinendo il modo in cui ognuno di noi elabora il senso di appartenenza alla comunità: oggi passa dall’immaginazione. L’immaginazione ha un ruolo chiave in un processo che ci vede sempre più coinvolti come spettatori di un teatro di eventi internazionali che altro non riproducono – spesso – se non un senso di impotenza davanti alle distruzioni, specie quelle del patrimonio culturale.

La globalizzazione e la rapidità degli scambi che hanno caratterizzato la storia recente hanno favorito un “traffico culturale” di merci, idee, oggetti, immagini che se da un lato ha favorito parte dei processi culturali dall’altro ha fatto nascere rivendicazioni identitarie e fondamentalismi di vario tipo.

Secondo Benedict Anderson, studioso delle formazioni dei nazionalismi, le comunità immaginate (1996) sono nate per effetto di un duplice processo: il diffondersi della lingua scritta e la secolarizzazione del mondo. Nella sua ricerca Anderson ha individuato il ruolo chiave di un’invenzione: la macchina per la stampa che, nel veicolare i discorsi della comunità nazionale, ne rinforzava la coesione stessa. Il capitalismo della stampa (diffusione di libri e giornali secondo modalità industriali) ha poi contribuito a creare un senso di appartenenza: sapere di leggere le stesse cose di altri connazionali ha permesso alle nazioni di allargarsi ed espandersi territorialmente pur mantenendo un senso di appartenenza identitaria comune.

Il fattore tecnico-produttivo, il modo di produzione capitalistico hanno dunque permesso alla stampa di delineare grandi orizzonti comuni di significato all’interno dei quali riconoscersi anche in una società globalizzata: una ” situazione di contemporaneità”, come l’ha definita il filosofo Alfred Schutz.

Ma questa situazione di contemporaneità – come è logico immaginare –  non c’è solo il senso di appartenenza del mondo occidentale.  “Lo Stato Islamico ha numerosi elementi di ipermodernità: a loro modo, la Ummah e il Califfato sono una sorta di via islamica alla globalizzazione, o un’alternativa all’impero americano” ha fatto notare in un’intervsita, Arjun Appaduraj, antropologo della globalizzazione.

Così la violenza degli attacchi terroristici distruttivi del patrimonio culturale, iniziati con i Buddha di Bamiyan fino alla moschea al-Nuri di Mosul, passando dall’arco di Palmira  e dal centro storico di Sana’a, è anche nella forza evocativa di immagini e commenti generati dalla stampa, ormai anche molto digitale. Perché ognuno di questi monumenti antichi è anche un simbolo sul quale si è costruita la nostra identità storica e sul quale si basa il nostro senso di comunità.

La forza dei gruppi armati di oggi risiede non solo nel fatto di essere delle comunità immaginate del mondo contemporaneo ma anche di aver capito il meccanismo occidentale dell’immaginazione globale e del ruolo dell’informazione nel costruirla.

L’uso delle immagini e dei video negli attacchi ai monumenti, ai beni culturali, ai reperti archeologici per dare una risonanza globale a dei gesti circoscritti localmente dimostra proprio questo.

La capacità di ferire l’immaginazione globale è uno dei talenti innovativi delle guerre in corso in medioriente.

Melissa Pignatelli

Per approfondire: Benedict Anderson, Comunità Immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi, Manifestolibri, 2009 (prima pubblicazione 1983).

Fotografia: Il colonnato romano di Jerash in Giordania, Bernardo Ricci Armani,  2012, photographingaround.me

 

 

 

Melissa Pignatelli

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