Antropologia, Cultura
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7 chiavi per capire la diplomazia interculturale

Fare Diplomazia Interculturale per un operatore/professionista delle relazioni internazionali (quindi non solo un funzionario diplomatico ma ogni figura lavorativa a contatto costante con la diversità di altre culture) implica la capacità di osservare a fondo la realtà “altra” del paese in cui svolgere le proprie attività per individuarne le aree operative dove porre in essere il proprio lavoro in modalità marcatamente inclusiva, con lo scopo di aumentare il livello di performance sull’assunto vincente del “massimo beneficio per il maggior numero di persone”.

1. In un precedente lavoro (Le Sfide della Diplomazia Solidale, in Confronti, 6, 2017) abbiamo tracciato sette matrici professionali attraverso cui dirigere gli sforzi di diplomazia interculturale: politica, economia e commercio, cultura, comunicazione, solidarietà (intesa come partecipazione attiva alle dinamiche della società civile del paese ospite), cooperazione allo sviluppo e tematiche consolari.

Senza voler apparire troppo “esoterici”, con il presente contributo intendiamo andare più a fondo, e individuare alcune caratteristiche personali, o se vogliamo alcune funzioni comportamentali (che ogni essere umano può ritrovare dentro di sé, latenti o meno) che soggiacciono necessariamente ad ogni azione interpretata in senso interculturale, quindi “con mente interculturale”.

In parte alcune competenze interpersonali – osservazione partecipata, exotopia, empatia, ascolto attivo, riformulazione, feedback culturale, decentramento funzionale, straniamento emotivo – erano state già individuate in un nostro precedente scritto ( Il Diplomatico Interculturale, Giappichelli, 2014) come base operativa ed esperienziale per un professionista delle relazioni internazionali che decidesse di svolgere le proprie funzioni con lenti interculturali.

2. Ora desideriamo percorrere una maggiore porzione di cammino, per scoprire che l’attitudine interculturale di un essere umano (quindi non solo di un diplomatico) non deriva da un assunto divino né da una grundnorm, né tanto meno solo da una propensione naturale a includere la diversità.

L’intercultura è una scelta.

In questo suona quanto mai utile il doppio significato che offre la lingua greca del termine crisis. Per gli Ellenici crisis significa anche scelta, e ciò ci fornisce un importante anticipo su quanto diremo in seguito, e cioè che una scelta interculturale impone una seria presa d’atto, spesso faticosa, la cui ricompensa è uno slancio verso il futuro, al di là dalle secche delle forme e dei significati “del vecchio mondo”.

Forse ancora prima di diventare una scelta, possiamo dire che l’intercultura è un impeto interiore che in qualche modo spinge l’essere umano dapprima a sentirsi incomodo nella rete delle piccole, personali chiavi interpretative che attribuisce agli accadimenti esterni, e successivamente a sentire il desiderio di approfondire la conoscenza dell’alterità non al fine di interscambiare fugaci sortite di giudizio, ma per condividere e mettere in gioco anche parti di se’ stesso, del proprio mondo culturale e valoriale, del proprio hardware mentale ed emotivo, al fine di provocare una comparazione più profonda e quindi una metabolizzazione più piena e ricca della realtà “altra”.

Ed infatti, intercultura non significa dover cambiare se stessi per abbracciare l’altro, né tantomeno votarsi ad un irrazionale “meticciamento” nel nome di una iper-acculturazione di cui non si avrebbe consapevolezza e che non poggerebbe su solide basi razionali.

Intercultura significa sospensione di giudizio, apprezzamento genuino della diversità, significa comparazione consapevole e accettazione (sottolineiamo: accettazione, non per forza condivisione!) di ciò che è diverso.

Intercultura significa assenza di “pre-giudizio” (e di pregiudizio), alla ricerca di punti di sintesi superiori nel corso della propria crescita personale e professionale che ci arricchiscono proprio per il fatto di essere entrati in contatto con l’ “alterità” ed averla vissuta appieno, senza paura.

Per quanto astratto e filosofico possa sembrare quanto sopra, vivere interculturalmente ha delle incredibili valenze pratiche nella vita di tutti i giorni, specie per chi opera in contesti internazionali con una certa regolarità: aiuta ad evitare crisi attitudinali e comunicazionali con gli altri, specie quando portatori di diversità che ci spiazza o agita negativamente le nostre radici culturali più profonde; arricchisce la nostra vita di nuovi significati; ci aiuta a conoscere meglio noi stessi attraverso l’abbattimento di barriere emozionali o mentali che ci impediscono di vedere al di là di una nostra “zona di comfort”.

In definitiva vivere interculturalmente colora la nostra progressione evolutiva aprendo le pareti della nostra capacità percettiva, liberando spazio in noi stessi per conoscere (e conoscerci) meglio, riflettere meglio, confrontarsi meglio, cambiare (o non cambiare) meglio, e in fondo vivere meglio.

3. Come detto, l’intercultura è una presa d’atto, e come esseri umani abbiamo tutte le caratteristiche interiori e la strumentazione di bordo per scegliere di sviluppare un’attitudine interculturale nella vita di tutti i giorni.

Abbiamo individuato a tal fine sette chiavi operative, o se vogliamo sette componenti strumentali che in differenti modalità trovano attuazione attraverso l’attività psico-comportamentale di tutti i giorni degli individui e che possono esserci d’aiuto per addentraci con maggiore efficacia nella (mirabile) complessità del vivere guardando con lenti interculturali.

Tali chiavi sono: comprensione, conoscenza, visione, sperimentazione, organizzazione, determinazione, sintesi.

Sarebbe un grave errore pensare a queste caratteristiche come comparti stagni sequenziali, logici nel loro susseguirsi. Ci troviamo nella dimensione della attività e della reattività umana, dove fisico, mente ed emozioni si intrecciano, talvolta collaborando, talvolta combattendosi, creando comunque uno scambio produttivo e arricchente che ci permette di conoscerci meglio.

Stante ciò, anche la classificazione appena fatta (le sette chiavi) va considerata sempre nel suo insieme, e cioè un perimetro in cui le varie componenti si alternano vicendevolmente, come perle di una collana dove la prima può essere l’ultima e viceversa.

3a. L’acquisizione di un’attitudine interculturale parte con l’esperienza di un iniziale momento di comprensione.

Parlavamo di impeto: non a caso. Trattasi di una sorta di disagio nel riconoscere di ritrovarsi in una morsa costrittiva, al di fuori della quale invece si comincia ad intuire la possibilità di vivere e consapevolizzare non uno ma molteplici significati per ogni forma di accadimento quotidiano.

Come in un prisma o, ancora meglio, un caleidoscopio che offre diverse possibilità esperienziali cambiando prospettiva, la comprensione (anche sotto forma di consapevolezza) appare, si fa strada, chiede attenzione. In fondo trattasi di amore per sé stessi, nel concederci (regalarci) la possibilità di espandere la propria quotidianità al di là delle informazioni e dei significati immagazzinati nel corso della nostra vita e che consideriamo (erroneamente) l’unico serbatoio possibile per interpretare ciò che ci appare “altro”.

Di più, parliamo di un sentimento positivo verso questo “altro”, un impeto che parte da noi stessi ma si espande amorevolmente verso l’alterità della realtà esteriore e che comincia ad interessarci al di là del fugace riconoscimento pre-fabbricato, dettato dai significati che tiriamo fuori dai nostri cassetti mentali ed emozionali.

E’ un po’ la differenza che può esserci tra leggere un haiku per gustarne solo la brevità, la vis poetica, lo scorcio immaginativo, e leggere lo stesso scritto entrando invece in sintonia con lo scrittore, intuendo il non scritto, provando ad ascoltare il non udito, immaginando la fonte a cui soggiacciono le parole, fantasticando su significati nuovi rispetto a ciò che appare.

Ecco: comprensione è anche questo, è empatia, è ascolto partecipativo, è curiosità per l’inesplorato, è un atto di amore-coraggio che tende a generarsi naturalmente ma che poi dovrà necessariamente guidato verso mondi possibili, fino a qualche istante prima impossibili.

3b. Sentire non basta.

Un approccio agli accadimenti che ci circondano che fosse basato solo su sensazioni, emozioni, sentimenti, sarebbe incompleto e rischierebbe di trarci in errore. E’ invece un’astuta alleanza tra emozioni e intelletto che rende l’esperienza di ogni accadimento (o lo studio di un fenomeno) più completa, ricca, e l’esperienza stessa del vivere meglio fruibile. Ecco che la conoscenza, sotto forma di studio, ricerca, approfondimento, ed ogni attività mirata ad acquisire informazioni, colmare lacune o dirimere dubbi fa il suo ingresso nel “libretto di istruzioni” del diplomatico (o comunque dell’individuo) che ha deciso di vivere l’esperienza dell’intercultura.

In uno nostro studio condotto sull’esperienza della diversità vissuta da giovani funzionari del Ministero degli Affari Esteri italiano in occasione di una grande conferenza internazionale che presupponeva alcuni giorni di lavoro a stretto contatto con decine di colleghi stranieri ( Diplomathia, l’arte di imparare due volte: messaggi dal G8, Rubbettino,2010), la parte più interessante dei risultati emersi dalle varie interviste era stata proprio quella che metteva ai primi posti delle priorità per gli intervistati: la conoscenza della storia del paese dei colleghi stranieri, dei rudimenti della loro lingua, degli usi e costumi, e dei più importanti protocolli di cortesia, con lo scopo di instaurare da subito un contatto interpersonale positivo e fiduciario.

Necessità certamente impellenti ma che rendevano chiaro un gap esperienziale dei giovani diplomatici rispetto ad un più profondo incontro interculturale che invece dirige necessariamente il rapporto interpersonale su altri livelli, non solo mentali, ma anche emotivi, comunicativi, attitudinali, non verbali, addirittura fisico-posturali.

Nondimeno, il risultato ottenuto dalle interviste e dai racconti condivisi dei giovani colleghi rendeva merito ad una priorità assoluta: la necessità di “maggiore illuminazione”, la conoscenza.

Conoscenza sotto tutti i punti di vista e nelle sue variegate forme.

Conoscenza da cui non è possibile prescindere per prepararsi ad un incontro interculturale.

Se poi proviamo ad andare più a fondo, scopriremo che esiste una conoscenza non solo di tipo nozionistico-letterario, ma squisitamente esperienziale, e cioè quel tipo di conoscenza che si consegue osservando con partecipazione le dinamiche più profonde presenti nella “alterità” che ci viene incontro. Per fare un esempio, un funzionario diplomatico (o internazionale) sicuramente sarebbe ottimamente equipaggiato a livello interculturale se, in procinto di cominciare un’esperienza lavorativa di medio/lungo termine in un determinato paese straniero, si desse il tempo per apprenderne i pilastri fondanti della sua cultura, della sua lingua, della sua storia, dei suoi valori. Eppure, sarà approfondendo maggiormente anche la conoscenza di canali interpersonali non immediatamente visibili di quel paese che riuscirà a raggiungere livelli di conoscenza maggiori.

Sono proprio quei canali che aumentano la qualità della nostra esperienza della diversità, e che – in termini non esaustivi – potrebbero corrispondere alle seguenti strategie: ascoltare e interagire con autoctoni dotati di esperienza; usare lo “storytelling” in dotazione degli autoctoni come chiave di interpretazione del paese; osservare le dinamiche familiari e di potere/gerarchia, il rapporto con gli anziani, l’equilibrio di genere, le suddivisioni sociali, tribali o claniche, le interconnessioni tra società e religione di quel paese; approfondire le dinamiche della sua società civile, individuando le aree comunitarie dove si incontra maggiore vulnerabilità nella popolazione e capire le motivazioni vere di quella vulnerabilità…

Si potrebbe continuare a lungo su questo sentiero: quelli suddetti sono solo alcuni esempi di aree di osservazione e di studio dove la conoscenza penetra gli aspetti più profondi della società, mescolandosi e interagendo con valori “altri”, alla ricerca di una comparazione priva di giudizio che arricchisce grandemente il nostro quadro cognitivo. Sempre a mo’ di esempio, per un individuo convinto del valore dell’inviolabilità della vita umana per mano altrui, sarebbe utile acquisire informazioni articolate sulle motivazioni per le quali in un altro paese il sistema giudiziario consente la pena di morte. E ciò, senza giungere a conclusioni affrettate attraverso comparazioni premature con le proprie convinzioni, o senza scatenare i propri sentimenti contrari sull’argomento. Trattasi di un processo di metabolizzazione che porterebbe quell’individuo ad ascoltare attivamente, a “cum-prendere” le motivazione “altre” in maniera più profonda, forse anche attraverso un passaggio doloroso, ma senza correre il rischio di perdere le ragioni fondanti del suo credo, anzi acquisendo maggiore sicurezza rispetto a quest’ultimo, proprio per essere stato capace di sospendere per un momento la radicalità della propria prospettiva, studiare genuinamente l’altro, per poi (ri)tornare più saldo nelle proprie credenze (nel nostro esempio, appunto, l’inviolabilità della vita umana per mano altrui).

Ecco, intercultura è un viaggio di andata e ritorno.

Trattasi però di un ritorno trionfale, arricchito dalla consapevolezza che esistono altrettante e spesso diametralmente opposte convinzioni anche su ciò (nel nostro esempio, la pena capitale) su cui un atteggiamento etnocentrico rischierebbe di farci assurgere a ruolo di vessilliferi di una (illusoria) verità assoluta.

E in fondo, pensiamo a quanto questo modo di approcciare l’altro sia utile per chi si trovasse a lavorare o vivere costantemente in paesi dove le differenze valoriali tra se stessi e gli autoctoni abbondassero e ci costringessero a negoziare quotidianamente la nostra identità e i nostri valori profondi.

3c. Alla comprensione e alla conoscenza, in genere si lega (abbastanza naturalmente) il desiderio di allargare lo spazio creativo fino a guardare più porzioni di vita quotidiana nel loro insieme, non più con lenti analitiche ma inclusive. Quella è la visione.

Non il singolo accadimento, non la singola percezione o il singolo dato, e nemmeno la prima piccola esperienza: nasce l’insieme degli accadimenti, delle percezioni e delle esperienze interpretabili attraverso una prospettiva interculturale che genera uno scenario ricco di possibilità a lungo raggio, nel tempo e nello spazio, e un costrutto più complesso che prende proprio forma di continuità spazio-temporale.

Di più, entriamo proprio nel mondo dell’intertempo e dell’interspazio, e cioè quel mondo dove la comprensione e la conoscenza, sperimentate con amore, consapevolezza, studio e coraggio, si allargano sino a diventare necessità, regola, abitudine, ripetizione: in una sola parola, visione.

L’individuo sperimenta una sorta di espansione percettiva su basi continuative, intuisce l’esistenza di nuove e più ricche possibilità sino a creare in sé un mondo in cui la diversità e gli accadimenti possono essere conosciuti meglio e in modo più ricco e fertile. Sempre.

A ben pensarci, non è possibile sganciare la capacità di creare una visione interculturale nella propria vita da una buona dose di idealismo. Ma anche quest’ultimo, non è solo il prodotto di un moto interiore spontaneo: esso può essere costruito passo dopo passo, scoperta dopo scoperta, conferma dopo conferma.

Bisogna essere (o diventare?) anche un po’ idealisti per credere in una visione del mondo di tipo interculturale. Un idealismo che in qualche misura ci dà passione, coraggio, forza, nella convinzione che alla creazione di un mondo migliore si può davvero partecipare, anche nel nostro piccolo. Che si possano immettere nel vivere quotidiano nuove cause per produrre nuovi effetti. Ma cause ed effetti non più radicati in una visione a comparti stagni, multiculturale, separatistica, isolazionista, bensì saldi nella opposta convinzione che il dialogo, lo scambio fertile, l’armonia interpersonale, il genuino desiderio di conoscere l’altro e di vivere appieno l’esperienza dell’altrui diversità possano migliorare la vita di noi stessi e degli altri. E ciò, oltre i muri del solipsismo impaurito degli individui, delle tribù, delle etnie, e di ogni forma di aggregazione umana che prediliga una modalità esistenziale restrittiva, di tipo “ingroup”, diffidando da ciò che è “outgroup” perché considerato potenziale minaccia allo status quo.

3d. Il processo di acquisizione di conoscenza, che si arricchisce e si mescola con quello della comprensione, contribuendo di per sé a creare un’alleanza funzionale nell’essere umano tra la sua sfera emozionale e quella mentale (alleanza che tenderebbe auspicabilmente ad evolversi in una visione interculturale a largo spettro e di lungo periodo), ha bisogno anche di conferme, e quindi di sperimentazione.

Anche qui, ribadiamo che la linea di minor difesa del professionista delle relazioni internazionali che abbia deciso di intraprendere il suo viaggio nell’intercultura, è sempre qualcosa di personale. Più specificamente, l’esperienza dell’intercultura potrebbe essere: un vissuto “top/down”, e cioè che parte da una predisposizione mentale positiva verso il concetto stesso di “inter-” e si trasferisce gradatamente verso l’area dei sentimenti, delle emozioni (della “pancia”), ai fini di un maggior radicamento; oppure un motto interiore di tipo “bottom/up” e cioè che parte da una sferzata emozionale positiva (ad esempio, un momento di commozione empatica che ci sorprende per la sua novità) che l’individuo desidera illuminare ulteriormente, acquisendo dati, informazioni, arricchendo il vissuto esperienziale con l’aiuto dell’intelletto.

Quale che sia la modalità di approccio, vivere interculturalmente presuppone una ripetitività a scopo sperimentale che in qualche modo l’individuo dovrà concedersi al fine di radicare in modo più solido l’incontro con la diversità e renderlo continuo, naturale, farlo diventare modus vivendi.

Non esistono, come detto, ricette universali di sperimentazione, ma di base la dimensione interculturale ha talmente attirato da un ventennio a questa parte l’attenzione di studiosi e ricercatori, da poterci tranquillamente far dire che chiunque decidesse di cimentarsi maggiormente nello sviluppo delle proprie competenze interculturali, o nell’orientamento delle proprie attitudini verso una modalità interculturale, avrebbe l’imbarazzo della scelta.

Modelli di competenza interculturale; modelli di competenza comunicativa interculturale; test per appurare il proprio livello di attitudine/reattività interculturale; studi sulle componenti più pregnanti della dimensione interculturale (come i valori, la lingua, la comunicazione verbale e non verbale, la comunicazione scritta, l’influenza delle regole e delle chiavi comunicative su di un evento interculturale), sono tutte aree di sperimentazione che possono condurre chi decidesse di approfondire la tematica attraverso interessantissime tappe evolutive miranti a migliorare la propria vita e quella altrui.

Non dimentichiamo che il vivere “con mente interculturale” ha una valenza estremamente pratica: ci aiuta a poter scambiare messaggi vincenti in presenza di una “alterità” che invece potrebbe trovarci negativamente impreparati; a farci vivere il mondo altrui con maggiore ricchezza, generando maggiore rispetto per ciò che è “altro” per il solo fatto di averlo consapevolizzato meglio (al netto di concordia/discordia su questa o quella questione particolare); a farci scoprire maggiori e più ricche porzioni di noi stessi, costretti come saremmo ad abbattere i muri del “già visto” e del “già conosciuto” per imbarcarci verso un temporaneo spostamento dalla nostra prospettiva che, prima, si considerava intoccabile se non unica.

La sperimentazione produce conferme, ci rende più sicuri sul sentiero della scoperta interculturale e si lega armonicamente con le precedenti caratteristiche, espandendo la nostra coscienza, a furia di esperienze di tipo “inter-”, e di attività che presuppongono un “dare/avere”.

3e. Conoscenza, comprensione, visione, ricerca potrebbero ancora non essere esaustive per organizzare un intero scenario esistenziale, viverlo in modalità continuativa, adattarlo a seconda delle proprie esigenze di crescita personale e professionale.

Il professionista delle relazioni internazionali che volesse proseguire sulla strada delle sue attività inforcando con convinzione le proprie lenti interculturali, dovrà imparare un certo grado di organizzazione nel processo di classificazione delle esperienze (vissute o da vivere).

Una ripetitività esperienziale consapevole diventa necessaria, quasi ad assumere la forma di uno pseudo-automatismo che ci conduce verso un vero e proprio “state of mind” interculturale. Ogni momento di scambio comunicativo ed interpersonale diventa unico per tracciare il proprio cammino interculturale. Per usare un’immagine nemmeno troppo fantasiosa, è come avere sempre in tasca un taccuino e una matita per annotare frammenti delle proprie esperienze interculturali e a riorganizzarle il più presto possibile.

Organizzazione in tal senso significa dare spazio agli strumenti percettivi, sensoriali della diversità che ciascuno di noi considera maggiormente affini al proprio modo di vivere l’esperienza dell’altro. Non esistono, come ripetuto, ricette universali (la competenza interculturale non può essere insegnata, al massimo stimolata); nondimeno, se possiamo azzardare qualche semplificazione che ci sembra comune a molti approcci interculturali, potremmo dire che nei confronti dell’esperienza della diversità, specie quando “contundente”, ogni individuo dovrebbe poter imparare ad organizzarsi ponendosi con regolarità qualche domanda introspettiva, del tipo: “come mi sono sentito?”; “ quale sensazione ho provato”; “come ho reagito?”; “quale corda interiore ha vibrato a seguito di questa o quella esperienza?; “ho avuto paura di quell’esperienza? E se sì, perché?; “esistono in me valori che stimolano maggiore reattività in caso di messa in discussione degli stessi? E se sì, perché?”.

L’organizzazione consapevole delle proprie risposte, la mappa costruita passo dopo passo, vissuto dopo vissuto, sono elementi che affinano la nostra attitudine e la nostra competenza interculturale e rivelano mondi sconosciuti, sia degli altri che di noi stessi.

E’ come visualizzarsi in un ascensore, continuamente in movimento per mettere in contatto pancia e mente, emisfero destro e sinistro del cervello, cuore ed intelletto.

Gli inizi, specie per le tipologie umane che non vivono con naturalezza l’esperienza dell’organizzazione, possono essere faticosi. Pure, il prosieguo diventa discesa. Intercultura è scoperta. Scoperta è energia, e un’energia di tipo interculturale tende ad auto-perpetrarsi, come una dinamo che non ne ha mai abbastanza di ricaricarsi. Come l’endorfina per un provetto sportivo.

3f. La decisione di vivere interculturalmente, vieppiù in una società contemporanea sempre più ossessionata dagli aspetti securitari nel vivere quotidiano e quindi tendenzialmente portata ad un ripiegamento su se stessa e su ciò che è capace di interpretare con riconoscibilità (e per questo giudica “sicura”), ha bisogno più che mai di determinazione.

Il raggiungimento di uno stato di coscienza permanentemente orientato verso l’inclusione della diversità e verso l’apprezzamento “a prescindere” dell’alterità è quindi anche un atto di volontà. La volontà è una funzione umana, presente in ogni individuo, e la sua accertata immanenza (anche per quelle tipologie caratteriali che si autodefinirebbero tendenti alla pigrizia o peggio all’abulia) ci porta a pensare che sia scovabile nella nostra cassetta per gli attrezzi e utilizzabile all’occorrenza.

L’incontro con la diversità spesso è doloroso, complesso, ci pone davanti a delle sfide. Ad esempio, pensiamo a ciò che accade quando la convinzione personale relativa ad un determinato valore viene messa in discussione dall’incontro con individui portatori di una visione opposta del medesimo valore. Abbiamo già fatto un esempio pregnante parlando di pena capitale e di quanto coraggio ci voglia per accogliere serenamente le ragioni di chi la pensa in modo diametralmente opposto, pur non dovendone sposare le argomentazioni e senza alcun rischio di perdere se’ stessi o le nostre credenze. E’ un fatto che le nostre radici più profonde a contatto con una realtà molto diversa possono vibrare scompostamente, ponendoci in uno stato di agitazione e di possibile reattività (e la reazione è spesso foriera di fretta ingestibile e di crisi comunicativa interculturale).

Ciò che rileva ai nostri fini, e cioè convincersi della necessità di ricorrere alla determinazione per perseguire con coraggio un cammino inclusivo interculturale, è forse il fatto che l’alternativa ad un dialogo fertile, ad uno scambio arricchente, alla scoperta ulteriore di noi stessi e dell’altro sarebbe oggi rappresentabile come una sorta di stasi mediocre, di mantenimento forzoso di uno status quo esistenziale, di separazione faticosa e continuativa attraverso barriere etno-culturali, concettuali e di significato, per assecondare la paura dell’incertezza che un’apertura genuina e incondizionata a ciò che è “diverso” effettivamente comporta.

A questo punto la domanda è: in un’epoca di abbattimento lampante di capisaldi culturali come spazio e tempo; di globalizzazione umana talmente veloce da sfuggire agli stessi protagonisti della stessa (si pensi al mondo dell’informazione), proiettata verso la creazione di aree sconosciute di interspazio e di intertempo con l’aiuto dell’invasione telematica nella vita quotidiana (pensiamo alla comunicazione, veicolo chiave per la diffusione della diversità); in un’epoca dove l’interdipendenza a livello cosmico non è più una scelta ma un’immanenza da accettare…. è ancora possibile per l’essere umano (e ancora di più per un professionista delle relazioni internazionali a costante contatto con la diversità) difendersi dall’“inter-”?

Crediamo di no. Al contrario, crediamo che tale interdipendenza a tutti i livelli vada cavalcata, agita, non subita. Per far ciò ci vuole coraggio, ci vuole volontà, ci vuole determinazione. La determinazione di chi ha capito che la vita oggi potrebbe essere rappresentabile come un piano inclinato: accelerare in salita per non scendere giù.

3g. La dimensione interculturale è un costrutto complesso. Contiene contraddizioni, smentite, errori, incertezze, incongruenze.

La percezione della diversità non è qualcosa di omologabile, di oggettivo. Non è possibile possedere un manuale per regolare sempre al meglio l’incontro con la diversità. Tanto più così a livello soggettivo, dove la mutevolezza nel tempo e nello spazio della coscienza umana potrebbe sicuramente porci nei confronti di ciò che è “altro” a volte in modalità benigna, a volte meno.

L’individuo fa spesso uso della funzione della tolleranza per confrontarsi con le differenze, specie quando non condivise. Pure, tale funzione non solo non è un serbatoio sempre pieno, ma l’utilizzo smodato (e prolungato) della stessa, alla lunga drena forze alla personalità stessa degli individui che devono invece poter trovare risposte interiori originarie, per gestire al meglio il contatto con l’alterità, per non servirsi sempre del “bonus-pazienza” in occasione di un conflitto interculturale.

Si impone quindi la coltivazione personale della caratteristica della sintesi. Emozioni, informazioni, reazioni, comportamenti, pensieri, certezze, incertezze hanno bisogno di trovare la loro armonia all’interno di una personalità umana che abbia compiuto il suo “switch” in modalità interculturale.

La sintesi è la “nobile via di mezzo”, è la consapevolezza che le risposte alla diversità non si classificano includendole in un archivio fatto di scaffali o di aree numeriche, bensì in una “biblioteca” ben più ampia che è la nostra stessa coscienza, il nostro stesso modo di vivere, attimo per attimo.

Incanto, sorpresa, curiosità, domanda, risposta, dialogo, sono solo alcune delle manifestazioni di una sintesi armonica che dentro di noi dobbiamo accompagnare nella sua emersione, trasformando la ripetitività di un comportamento interculturale in una modalità “on”, sempre “a fuoco”.

Comprensione, conoscenza, visione, sperimentazione, organizzazione, determinazione sono tutti elementi interattivi che richiedono di per sé una sintesi continuativa, una vis armonica che in qualche modo li renda naturali nel loro fluire vicendevole nei comportamenti dell’individuo, attimo dopo attimo. Tanto più così per un diplomatico interculturale, per un professionista dell’incontro con la diversità che si troverà in modo esponenziale a contatto con la differenza, in misura grandemente maggiore rispetto a chi non ha la possibilità di confrontarvicisi profondamente.

La sintesi spaventa. Si ha l’impressione che il “meticciamento” di una parte di noi stessi che abbraccia in modo consapevole l’altro corrisponda ad una perdita di quella nostra parte, ad una specie di amputazione.

Nulla di più sbagliato. La sintesi, l’armonia, creano un elemento superiore e più completo di conoscenza, un’espansione della nostra coscienza, una nuova prospettiva multi-visuale delle cose della vita che ci porta ad apprezzare molto di più noi stessi e gli altri, in un processo in cui – “salendo sul balcone” – le pareti delle possibilità si allargano ed includono nuova consapevolezza, adattandoci naturalmente in modo più ricco alla realtà “altra” dalla quale siamo circondati.

4. Parlare di Diplomazia Interculturale, oggi, sembra quasi portarci su una strada di ottusa controtendenza rispetto al sentire comune. Si assiste nel mondo ad una battaglia (nemmeno tanto invisibile) tra le forze della separazione e quelle dell’inclusione. Gli individui hanno paura, sono spinti a chiudere le porte, a costruire muri, a scavare fossati nell’illusoria convinzione che ciò abbia una valenza protettiva, a livello fisico, emotivo, mentale e spirituale.

Eppure uno sguardo più attento alla storia dell’umanità, alle ricostruzioni dopo le disfatte, alle risurrezioni dopo le sconfitte, ci mostra un innato istinto umano di comunione, di condivisione, di inclusione; un istinto mai domo, nonostante le sciagure che si sono susseguite per secoli nelle varie aree del globo.

Il dialogo, l’ascolto, la temperanza, la commensura sono caratteristiche che mantengono intatte nell’animo umano le sue potenzialità aggregative.

Un atteggiamento interculturale include tutto questo, ed usa tali strumenti per mantenere saldo in noi un concetto fondamentale: l’interdipendenza è un elemento insopprimibile nel cammino evolutivo dell’essere umano.

L’intercultura è la fiammella accesa di un un fornello a riposo.

E ciò che oggi è fiammella, possiamo farlo diventare fuoco.

Fabrizio Lobasso

Ambasciatore Italiano a Kartoum, Sudan.

Fabrizio Lobasso

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