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Multiculturalismo, lotta per il riconoscimento o crisi identitaria?

Leggendo le riflessioni filosofiche di Charles Taylor, si trova nella sua disamina del senso sociale di multiculturalismo una riflessione utile per capire che il confronto con l’altro – dal vicino di casa all’immigrato, dalla compagna al collega – può mettere in crisi è il nostro senso di identità.

La questione del multiculturalismo facendoci vedere “altro da noi” ci mette in condizione di dover riflettere e rileggere la nostra posizione nel mondo e, in ultimo, il nostro stesso senso di identità. Per questo il contatto e la convivenza tra culture diverse suscitano, secondo il filosofo britannico Charles Taylor, il timore di non essere riconosciuti nella propria identità, nella propria originalità. Ma che cosa c’è di originale in ogni cultura, in ogni modo di fare e di essere? Che cosa possiamo contrattare e cosa invece non possiamo contrattare nel modo in cui viviamo il nostro quotidiano?

Tante delle battaglie del passato, come quelle del femminismo, sono partite da una stessa richiesta, quella del riconoscimento. Cosa c’era da riconoscere? Forse un modo particolare di fare le cose o di portare avanti i compiti all’interno del gruppo sociale. Da questa richiesta interna, del senso proprio di ognuna, si è formato un movimento che si è sviluppato in battaglie politiche, in lotte che, in qualche modo, hanno modificato delle condizioni iniziali di convivenza, come il diritto al divorzio, all’aborto.

Perché l’individualità, se riconosciuta, porta l’essere ad un contatto intimo con se stesso, ad una dignità profonda e gioiosa, pari ad una sorta di salvezza morale: quella che Jean-Jacques Rousseau ha definito “le sentiment de l’existance” (il sentimento dell’esistenza).

Perché elabora Taylor, c’è un certo modo di vivere l’esistenza che è proprio di ognuno, ed è in questo modo proprio che si vede l’originalità, l’unicità di ogni essere umano:

“L’importanza di questo contatto con se stessi viene poi esaltato dall’introduzione di un principio di originalità: ognuna delle nostre voci ha qualcosa di unico da dire. Non solo io non devo plasmare la mia vita secondo le esigenze del conformismo esteriore, ma non posso nemmeno trovare il modello secondo cui vivere fuori da me stesso. Posso trovarlo solo in me. Essere fedele a me stesso significa essere fedele alla mia originalità, cioè a una cosa che solo io posso articolare e scoprire; e articolandola definisco me stesso, realizzo una potenzialità che è mia in senso proprio”.

“La tesi di Taylor è che la nostra identità è plasmata sia dal riconoscimento sia dal  misconoscimento della nostra originalità da parte di altre persone. In quest’ottica un individuo o un gruppo di persone possono subire un danno reale, una reale distorsione della percezione che va a definire il sé, se la società che lo circondano gli rimandano, come uno specchio, un’immagine che limita o sminuisce o umilia”.

Perché per capire la profonda connessione tra identità e riconoscimento va preso in considerazione un aspetto cruciale della vita umana, ovvero il suo carattere fondamentalmente dialogico. I modi di esprimersi, di entrare in relazione con gli altri attivano quel dialogismo interno che porta ogni essere umano a definirsi e ridefinirsi attraverso quei processi che le relazioni con gli altri, più o meno significativi, innescano.

E’ in questo processo dialogico interno che ognuno di noi conferisce un senso alla sua esistenza, cerca di andare oltre i limiti, di crearsi lo spazio e le definizioni che ci conducono attraverso le situazioni dell’esperienza del vivere in comune.

Il comparire nei nostri orizzonti di forme di vita umana con le quali siamo ancora entrati poco in relazione può far vacillare quelle costruzioni identitarie che ci siamo fabbricati, può far entrare in crisi delle certezze, delle sicurezze.

Dunque quello che l’altro – nell’incontro multiculturale – mette in difficoltà è il nostro stesso senso di identità. E l’altro in questione non proviene solo da un paese lontano ma può venire da un altro quartiere, borgo, frazione, azienda, stabilimento, famiglia, generazione, clan, palestra, setta, tribù urbana, gruppo dialettale o religioso (parrocchia) che sia. Perché la relazione dialogica con noi stessi che un altro innesca non è solo una sua qualità estrinseca ma risiede nella capacità di innescare un processo dialogico di definizione o ri-definizione della nostra identità, mettendola più o meno alla prova. Soprattutto se il dialogo ed il confronto sono un aspetto della vita sociale che ci fa paura.

Che cosa dunque possiamo contrattare di noi stessi? Cosa possiamo incorporare nelle nostre esistenze, magari di utile o più divertente? Cosa possiamo far entrare in relazione con il nostro senso di noi stessi in maniera tale da ammettere la possibilità (ed il rischio) di dover ri-definire chi siamo? Queste sono le domande che un confronto con l’altro ci pone.

Se abbiamo già avuto sufficienti relazioni con il mondo esterno, dialogato a sufficienza con altri, diversi, più o meno significativi, il nostro senso d’identità potrebbe anche essere guidato dalla gioia  della scoperta, della curiosità degli incontri, dalla voglia di conoscere ed imparare cose nuove.

Melissa Pignatelli

Charles Taylor, The Politics of Recognition, Oxford University Press, 1992 in Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, Feltrinelli, 1998 (traduzione di Gianni Rigamonti).

Fotografia di Bernardo Ricci Armani, Cape Town, My next destination. The world is a book and those who do not travel read only one page,  PhotographingAround.me

Melissa Pignatelli

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