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Cosa si intende per “tribù”?

Non vi è accordo tra gli antropologi sul significato preciso da attribuire a questo termine, il quale resta a tal punto vago e ambiguo da aver meritato la definizione di concetto “ripostiglio”.

La nozione di tribù è stata impiegata per etichettare e descrivere gruppi assai diversi tra loro, intendendo di volta in volta cogliere con essa una loro somiglianza dal punto di vista dell’organizzazione politica o delle caratteristiche culturali o della rappresentazione ideologica, in una varietà di topologie sociologiche, evoluzionistiche ed ecologico-culturali.

Lewis Henry Morgan nel 1877, la recuperò dal vocabolario degli storici dell’età antica (dove indicava l’istituzione politica di più ampie dimensioni nel mondo indoeuropeo) e la utilizzò per individuare nello schema dell’evoluzione dell’umanità l’organizzazione sociale fondata sui legami di parentela, distintiva dello stadio della Barbarie, prima della comparsa dello Stato e della Civiltà. La presenza di gruppi di discendenza quale struttura principale della società è rimasta come fondamento della categoria e caratteristica comune a tutti i gruppi cui è stata applicata l’etichetta di tribù, sin dai tempi di Ibn Khaldun. Dai lignaggi dei pastori nomadi beduini ai villaggi degli agricoltori Tiv (gruppo etnolinguistico dell’Africa Occidentale, diffuso tra Nigeria e Camerun), in questa classe sono rientrati la maggior parte dei popoli e delle forme sociali tradizionalmente studiati dall’antropologia culturale, tutti allontanati nel tempo rispetto alla storia delle società occidentali, a tal punto che società tribali e società primitive furono termini spesso impiegati come sinonimi.

Il funzionalismo fece ampio ricorso al concetto di tribù sbarazzato del suo contenuto evoluzionisitico, accentuando invece l’aspetto della segmentazione delle unità discendenti da un antenato comune, già rilevato da Morgan. Con le loro tipologie imperniate sulla contrapposizione tra società segmentarie e stati, i funzionalisti diedero un contributo decisivo alla dilatazione della categoria. Soprattutto nel contesto africano, la loro idea di etnie dai confini netti, con un’organizzazione sociopolitica e una cultura/lingue distintive, fu determinante nel processo di reificazione dell’unità tribale. In questo panorama confuso il neoevoluzionismo tentò di ridefinire il termine in modo più rigoroso. Nel nuovo schema dell’evoluzione sociale in quattro stadi, la tribù segue la “banda” e precede il “dominio” e lo Stato.

Associata alla rivoluzione neolitica, la tribù è legata ad un sistema produttivo più complesso di quello della caccia e raccolta: è infatti un tipo di organizzazione assai diffuso tra coltivatori e allevatori. Essa raggruppa un numero più elevato di individui ma è un’unità politica ancora acefala come la banda; in essa, tuttavia, i gruppi di discendenza (strutture egualitarie in cui tutti i membri hanno uguale accesso alla risorse comuni) agiscono come unità in difesa dei propri diritti e come agenti del controllo sociale. La tribù presenta così forme di integrazione sociale – i sodalizi e le classi d’età – e di mantenimento dell’ordine – i consigli di villaggio e le assemblee di lignaggio – più complesse, per quanto ancora poco strutturate. L’autorità dei capi che siedono nei consigli non è legata ad alcun potere coercitivo, ma consiste piuttosto nella possibilità d’influenzare il processo decisionale, e spesso dipende dalle loro capacità di redistribuzione, come nel caso del big man.

Oltre ad essere un concetto antropologico cruciale, la tribù è anche uno strumento di identificazione attivamente rivendicato dai nativi. In molto luoghi del Medio Oriente, per esempio, sia in contesto rurale sia in contesto nomade e cittadino, i gruppi di discendenza patrilineare e i loro diversi livelli di segmentazione sono il modello secondo cui si strutturano le relazioni politiche, all’interno di sistemi in cui storicamente tribù e Stati si sono creati e mantenuti in reciproca interdipendenza e la tribù non ha sempre preceduto lo Stato. Secondo alcuni autori, la realtà concreta è di fatto è così organizzata; secondo altri, la tribù è solo il linguaggio della rappresentazione ideologica di una realtà molto più fluida e manipolata, elaborato soprattutto da individui e gruppi dominanti. La situazione dell’Africa coloniale e post-coloniale mostra invece come le divisioni tribali siano state create a fini amministrativi e in questo contesto particolare siano, piuttosto che sopravvivenze di un passato precoloniale, un puro prodotto del colonialismo e dello Stato. I primi viaggiatori, missionari ed esploratori parlavano di popoli, regni e costumi, molto raramente di tribù; comunque, all’inizio del XX secolo, gli amministratori coloniali e i resoconti sui territori dell’Africa usavano i termine per descrivere ciò che ritenevano essere gruppi ben ritagliati e stabili, ognuno con le proprie tradizioni distintive, pensati come il corrispettivo indigeno delle nazioni europee. Il concetto coloniale e antropologico di tribù come unità omogenea del punto di vista etnico, linguistico, culturale e politico fu una riduzione troppo semplicistica della rete di relazioni sociali e di identità molteplici nell’Africa pre-coloniale e anche altrove.

La tribù ha meritato, da questo punto di vista, la definizione di finzione etnografica: essa costituisce una costruzione dell’antropologo, allo stesso modo in cui sono immaginate tutte le società tradizionali della mappa etnografica. La semplificazione a fini descrittivi, analitici e comparativi insieme al bisogno di classificazione etnica, alla visione romantica delle genti tribali e alle somiglianze di famiglia rintracciabili tra le diverse tribù, possono essere considerati come alcuni dei fattori responsabili della persistenza di questa rappresentazione nella letteratura antropologica, di fronte all’evidenza della relatività dei confini e delle etichette. Se il tribalismo in epoca post-coloniale è stato in certi casi un ostacolo da superare per la formazione di uno Stato nazionale, in altri contesti la lealtà tribale è stata adottata dai nativi stessi come strumento di aggregazione in una prospettiva nazionalistica.

La Redazione

Definizione del Dizionario di Antropologia, a cura di Ugo Fabietti e Francesco Remotti, Zanichelli, 2001.

Fotografia di Bernardo Ricci Armani, Alla balera dell’ortica, 2017, Photographingaround.me

 

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