Cultura, Parole utili
Leave a comment

Una definizione antropologica di “razza”

Si definisce con questo termine un insieme di individui riconducibili a uno stesso tipo fisico, il quale si distingue da altri simili tipi appartenenti alla stessa specie.

La classificazione della specie umana in razze diverse, fondata sul riconoscimento di caratteri morfologici distintivi, risale ai lavori sistematici di Linneo e ha costruito il terreno di un costante dibattito tra antropologi e zoologi, fino a tempi abbastanza recenti. Gli studi antropologia fisica sono stati dominati per lungo tempo da discussioni sui criteri di scelta e di misurazione dei caratteri morfologici (forma e dimensione del cranio, del naso, della faccia, dei capelli e così via) e sulla loro pertinenza nell’identificazione dei gruppi razziali nella specie umana. Tuttavia, i sistemi di classificazione proposti dai vari studiosi presentano una variabilità straordinaria, dimostrando un alto grado di confusione dei criteri impiegati e in qualche caso anche la scarsa differenziazione tra fattori genetici e culturali. Tale stato di cose ha portato in genere i biologi contemporanei a mettere in dubbio il valore scientifico del concetto di razza e delle distinzioni sistematiche operate in base a tale nozione.

Certamente, le differenze nell’aspetto esteriore tra individui appartenenti a popolazioni diverse sono evidenti e innegabili: il colore della pelle, dei capelli, la statura e la conformazione del corpo rivelano numerosi tratti distintivi. Queste caratteristiche esteriori si sono rivelate però di scarsa utilità nella classificazione dei gruppi umani, in quanto riflettono solo debolmente il patrimonio genetico di cui sono espressione e, spesso, la loro esistenza è influenzata da fattori ambientali.

La scoperta dei fattori sanguigni trasmessi ereditariamente ha permesso di abbandonare il concetto tropo ingombrante e compromesso di “razze” umane e di adottare i metodi della genetica delle popolazioni. Secondo tale prospettiva la specie umana è formata da numerose popolazioni, le quali si differenziano in base alla struttura genetica, ossia per la diversa frequenza con cui occorrono determinati caratteri ereditari. I contatti e gli incroci costituiscono un fenomeno molto frequente e determinano un continuo rimescolamento del patrimonio genetico dei vari gruppi umani. Le “distanze genetiche” non si possono ricavare dalla presenza o dall’assenza di unico carattere ereditario o dal gene che lo esprime, perché ogni popolazione contiene in pratica tutti i geni umani esistenti: ciò che varia è però la frequenza con cui si manifestano i diversi geni. Il calcolo delle distanze genetiche tra popolazioni permette di evidenziare la rispettiva relazione biologica e, in base al raffronto con le differenze tra gruppi linguistici e culturali, di tentare una ricostruzione del luogo d’origine delle popolazioni umane e delle vie lungo le quali esse si sono diffuse nel mondo.

Sebbene nulla sul piano biologico autorizzi oggi a suddividere la specie umana in “razze” diverse, l’uso del concetto è rimasto nel linguaggio comune, assumendo in genere precise connotazioni ideologiche. Il colore della pelle, degli occhi e dei capelli, come l’abbigliamento, il linguaggio e la razza, costituiscono caratteri distintivi esteriori attraverso i quali gli uomini elaborano e concepiscono la propria differenza rispetto ad altri uomini. Essi divengono dei marcatori dell’alterità in base ai quali un gruppo umano si definisce in relazione agli altri gruppi.

Tale atteggiamento, quando di salda con un certo grado di intolleranza e di conflittualità nei confronti di appartenenti a gruppi diversi, può dare origine a forme di razzismo, di cui alcune teorie scientifiche del passato sembrano essere stati tentativi di giustificazione.

La Redazione

Definizione del Dizionario di Antropologia, a cura di Ugo Fabietti e Francesco Remotti, Zanichelli, 2001.

In fotografia: We all wear masks, Rumpleteaser, 2008 (CC by 2.0)

La Redazione

Rispondi