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Generazione Isis: chi sono i giovani che si oppongono all’Occidente?

“Noi amiamo la morte, voi la vita!”. Questa frase pronunciata da Bin Laden all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle si è trasformata in una sorta di leitmotiv che accomuna gli attentati terroristici di matrice islamica degli ultimi anni. La fascinazione per la morte, l’estetica della violenza e la presa che entrambe hanno su alcuni giovani è, secondo il politologo Olivier Roy, la caratteristica centrale della nuova (seconda) generazione di terroristi europei. Il suo ultimo libro Generazione ISIS, chi sono i giovani che scelgono il Califfato e perché combattono l’occidente (Feltrinelli, 2017) fa emergere con chiarezza alcuni schemi ricorrenti nei profili degli attentatori ma anche in quello dell’organizzazione che li recluta, incorpora e sfrutta.

La seconda generazione di terroristi europei è nata, secondo Roy, con Khaled Kelkal, il primo cosiddetto homegrown francese che portò avanti una serie di attentati nella regione di Lione nel 1995. Giovane di seconda generazione con una buona integrazione sociale iniziale, Kelkal è cambiato dopo un breve periodo passato in prigione a causa di una condanna per reati minori. Questo stesso profilo personale si ritrova pressoché invariato tra i terroristi degli ultimi anni.

La spiegazione dei motivi della predominanza di figli di seconda generazione tra i terroristi era già stato argomento di un saggio nel 2002 (Global Muslim, le radici occidentali del nuovo Islam, Feltrinelli). Nel suo ultimo testo invece, Roy si interroga sul percorso che porta i giovani europei verso una violenza no future, guardando al loro rapporto con la famiglia, al contesto culturale in cui sono immersi e all’Islam che viene fornito dai predicatori dell’ISIS. Dopo una vita “profana”, trascorsa tra discoteche, consumo di alcolici e piccola criminalità – passata dunque in ambienti non religiosi e nemmeno salafiti – questi giovani riscoprono la religione in modo individuale o all’interno di un gruppo ristretto, spesso a causa della permanenza in prigione.

Iniziano con il rifiuto dell’Islam dei genitori in favore di uno nuovo, una sorta di ri-conversione dopo la quale sono soliti considerarsi dei born again. I giovani radicalizzati predicano la nuova religione all’interno della propria famiglia e tra gli amici più stretti. Nella sola cellula Bruxelles-Bataclan, ad esempio, si possono individuare tra i radicalizzati cinque coppie di fratelli e sorelle. Alcuni tra gli appartenenti a questi gruppi abbandonano fisicamente la comunità di origine in favore di quella creata, e offerta, dal Califfato; più spesso, invece, i membri tendono a portare avanti missioni violente contro le realtà culturali nelle quali sono cresciuti.

Dopo l’esempio di Kelkal, inoltre, le motivazioni del passaggio all’azione violenta si slegano completamente dai contesti che lo avevano caratterizzato in precedenza. Non vi è più un richiamo alle sofferenze subite dai paesi d’origine dei genitori (che peraltro, in molti casi, i nuovi radicalizzati europei neanche conoscono), ma nemmeno ai conflitti più globali che affliggono il Medio Oriente, come per esempio quello israelo-palestinese. Le nuove motivazioni si inseriscono in una cornice religiosa particolare, in un’interpretazione posticcia della fede all’interno della quale i giovani trovano le giustificazioni che vogliono, o che cercano, senza porre attenzione al senso più globale dei testi e delle letture (che rimangono peraltro spesso molto limitate). L’azione violenta mira a difendere un Islam globale, una umma generale e poco specificata, forse una comunità virtuale. Caratteristica costante di queste azione è la conclusione con la morte del perpretatore. Ed è proprio su questo elemento, la ricerca volontaria della morte, l’annuncio del proprio martirio, che si incentra la nuova analisi di Roy.

La volontà dell’autore di dare al saggio un approccio trasversale permette di non limitarsi all’analisi religiosa del movimento dell’ISIS e dei suoi giovani europei ma di guardarlo alla luce degli altri movimenti politici o religiosi estremi che hanno fatto ricorso ad una violenza diffusa.

Un approccio che quindi sostiene e rimarca la tesi, già sostenuta in precedenza, secondo cui il terrorismo giovanile attuale non risulti tanto da una radicalizzazione dell’Islam, quanto invece da  un’islamizzazione della radicalità, specie in quelle fasce della società – sempre più ampie – che si sentono escluse dal cosiddetto “benessere”.

Barbara Palla

Olivier Roy, Generazione  ISIS, chi sono i giovani  che scelgono il Califfato e perché combattono l’Occidente, Feltrinelli,  2017.

Fotografia di Bernardo Ricci Armani,  Love in Galleria Vittorio Emanuele, Milano, 2016, Photographingaround.me

Barbara Palla

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