Cultura, globalizzazione
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L’identità: un discorso sulla differenza

Il discorso sull’identità, a livello della persona come dei gruppi, è strettamente connesso a una riflessione sulle differenze (siano esse culturali, di genere, etniche). Questo sia che si considerino i contesti di comunicazione e contrapposizione fra il sé e l’altro, sia che si studino le diverse forme di raggruppamento da cui è costituita la realtà sociale: la dimensione dell’identità personale e il discorso sulle identità sociali e culturali sono strettamente correlati, poiché i modelli attraverso cui vengono interpretati i sé e gli altri possono essere considerati come espressioni simboliche della cultura (Jakobson-Widding 1983). È inoltre implicito in questa tematica il problema della continuità, cioè l’analisi di quegli elementi costitutivi che, nel tempo, conferiscono alla persona, a una collettività le sue caratteristiche peculiari, permettendo di distinguerla dalle altre realtà che la circondano.

Non è infatti possibile pensare l’identico (ciò che si conserva per una certo periodo simile a se stesso) se non tracciando un confine rispetto all’altro: l’uomo circondato dalla non umanità, la nobiltà del libero sullo sfondo della naturalità dello schiavo, la comunità dei vivi e le sue relazioni con il mondo degli antenati (Augé 1987, Remotti 1990). In ogni società esiste un paradigma di principi di base per l’identificazione e la differenziazione delle persone. Fra i Tallensi (Ghana), per sapere ciò che si è, è necessario guadagnarsi il destino ereditato dagli antenati, mettendolo in atto e rappresentandolo progressivamente nella propria vita (Fortes 1987). Nella società tradizionale dei Venda (Sudafrica) ogni nascita segna il ritorno di uno spirito ancestrale in forma umana e la morte di ciascuna persona, identificabile e conosciuta, fa nascere un nuovo antenato (Blacking 1983): qui il sé può realizzarsi solo grazie alla mediazione degli altri e questi ultimi a loro volta esistono solo in quanto manifestazione del sé. Se quindi ogni essere umano comincia la propria esistenza come reincarnazione di un defunto, alla fine della vita ha la possibilità di diventare a sua volta uno spirito ancestrale autonomo.

Sul piano teorico l’identità non è un oggetto dotato di autonomia e di realtà, anche se talvolta l’antropologia stessa, sollecitata dalle situazioni incontrate, può essere tentata di fornire un supporto realista alle rivendicazioni identitarie, elaborando gli strumenti attraverso cui gruppi di persone si richiamano al singolare o al locale (Bromberger, Centlivres e Collomb 1989). Essa è piuttosto, come ricordava Claude Lévi-Strauss (1977), un luogo virtuale al quale è necessario far riferimento per spiegare una pluralità di fenomeni e di cui è opportuno osservare i processi di produzione e riproduzione: si tratta infatti di una sorta di progetto in cui si ritrovano simultaneamente coinvolti i singoli e le formazioni sociali. All’interno dei quadri culturali che modellano le abitudini e le memorie, gli attori sociali operano infatti delle scelte di identificazione, variabili in intensità, natura e livello, attraverso cui vengono posti in gioco i rapporti con la società e le istituzioni nel loro complesso, da un lato e con i gruppi e le comunità locali, dall’altro (Cohen 1982).

La Redazione

Definizione del Dizionario di Antropologia, a cura di Ugo Fabietti e Francesco Remotti, Zanichelli, 2001.

In fotografia: vignetta pubblicata il 26 settembre 2017 su Il Manifesto, Mauro Biani.

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