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Tabù, taboo, tapu: il significato di un concetto complesso

Parola polinesiana (varianti tapu, hapu melanesiano hambu) che designava un divieto, una proibizione rituale riguardante oggetti o persone investiti di sacralità o connessi con una potenza soprannaturale. Il termine ha poi acquisito un significato più generale di proibizione religiosa o rituale ed è stato impiegato da molti autori come categoria generale di manifestazione religiosa, che permette di racchiudere in un solo concetto numerosi fenomeni più o meno omogenei: l’interdizione che circonda un oggetto o una persona, il carattere di intoccabilità, l’impurità che contraddistingue alcuni oggetti o individui che contamina chi viola il divieto.

Robert R. Marrett (1909) giunse per primo a porre in relazione il concetto di tabù con quello di mana, con il quale formerebbe una coppia di rappresentazioni opposte e complementari. Esse costituiscono, secondo questo autore, rispettivamente l’aspetto positivo (forza e potenza) e l’aspetto negativo (interdizione e distanziamento) del concetto generico di soprannaturale, in cui egli ravvisava la forma elementare e originaria di espressione religiosa. Questa dualità di concezioni religiose fornì la base per numerose riflessioni sulla sostanziale ambiguità del concetto di sacro. In particolare Emile Durkheim (1912), affermando la contrapposizione radicale sacro/profano, ha posto in evidenza l’aspetto negativo del sacro, che si esprime nei cosiddetti “culti negativi”, sistemi di proibizioni rituali il cui scopo è di contenere e controllare la contagiosità del sacro, delimitando ed evidenziando la profonda separazione che divide il mondo ordinario dell’uomo dalla potenza del mana. Da un punto di vista molto diverso, anche Rudolph Otto (1917), descrivendo il sacro come potenza estranea, come “totalmente altro”, rispetto alla dimensione umana, ha posto in luce il meccanismo attraverso cui il sacro si pone come ciò che è separato, collocato a parte, delimitato, meccanismo che accomuna il significato di tabù a quelli del semitico qadosh o del latino sacer/sanctus. La stesso Sigmund Freud (1912) ha evidenziato nel fenomeno del tabù la caratteristica dell’ambivalenza affettiva, che manifesta, a suo avviso, la stretta analogia tra le pratiche religiose e i comportamenti nevrotici.

Ricondotto la suo specifico contesto etnografico, il concetto polinesiano di tabù viene impiegato per descrivere le prescrizioni che i capi e le famiglie nobili devono osservare al fine di proteggere e preservare il mana derivante dalla loro discendenza divina dal contatto con persone appartenenti ai ranghi inferiori. Le interdizioni rituali riguardano il corpo e la persona del capo, la sua abitazione, gli ornamenti e gli attrezzi che vengono in contatto con lui. Inoltre, il tabù si applica alle tombe dei nobili, agli altari, ai luoghi di culto e di sacrificio, alle cose connesse con la venerazione degli dei. In tale categoria convergono quindi concezioni relative al mondo del divino al soprannaturale e concezioni relative alle relazioni sociali e ai rapporti di potere. Il concetto è inoltre connesso con le attività economiche: l’agricoltura, la pesca, ma anche la costruzione delle imbarcazioni e la produzione artistica, richiedono la protezione di potenze soprannaturali e sono circondate da obblighi e interdizioni rituali. In questo modo si manifestano pure le concezioni relative alla proprietà, al lavoro, ai diritti sulla terra o sui suoi prodotti, e così via. Speciali cerimonie sono celebrate allo scopo di eliminare l’influenza negativa del tabù provocata da azioni quali lo spargere sangue in guerra, malattie o morti, la presenza di cadaveri, di donne mestruanti o puerpere. Il potere di cancellare un tabù è detenuto dal sacerdote, in virtù della sua posizione di intermediario con il mondo divino. Il concetto di tabù svolge in tal modo una funzione di controllo sociale occupando un ruolo considerevole nelle questioni che coinvolgono le relazioni di potere tra i membri della comunità.

La Redazione

Definizione del Dizionario di Antropologia, a cura di Ugo Fabietti e Francesco Remotti, Zanichelli, 2001.

In fotografia il Potala Palace, residenza del Dalai Lama in Tibet nella città proibita di Lhasa, la parte in rosso era riservata all’uso del Dalai Lama, Melanie-ko, 2010.

 

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