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Adrian Paci e Firenze, intervista all’artista sui luoghi e le scelte della vita

Adrian Paci presenta a Firenze un lavoro sofisticato in un dialogo elegante con elementi importanti dell’identità cittadina come l’Arno, la pittura del Novecento e il carcere recuperato delle Murate. Con questi pezzi l’artista albanese trapiantato a Milano ricostruisce un’espressività leggera e fluida come quelle barche dei renaioli che solcano il fiume cittadino.

L’esperienza del passaggio nella notte, dietro delle luci di coda, appare dunque luminosa nella grande sala al piano terra del Museo Novecento di Firenze, quasi come certi plancton del Mediterraneo che mettono in evidenza l’acqua nella quale sono immersi. Adrian Paci con l’istallazione “Di queste luci si servirà la notte” fa risaltare come si possa elaborare un senso di flussi e correnti che l’esistenza, come un fiume, porta nella vita di ognuno.

Valentina Gensini, curatrice della mostra, spiega il lavoro di Adrian Paci come dal punto di vista della restituzione di un’esperienza della migrazione “che non è quella della persona che parte con la borsa ma di colui che la ricostruisce ed è capace di trasformarla per farla significare qualcos’altro”. Una capacità di visione e di trasformazione che non può certo essere comune a tutti, e che l’artista coglie per veicolare un senso forte dell’esperienza del passaggio e della trasformazione da una situazione ad un’altra.

L’artista racconta che in Albania quando non c’era l’elettricità era necessario un generatore per fare luce, così in una sua installazione usa un illuminatore per scendere nell’acqua dell’Arno e cercare di penetrarne la profondità: lo illumina per vedere che cosa c’è sotto, generando così una metafora interessante di chi cerca spiegazioni agli eventi e cerca di illuminarli di nuove luci.

Così ho colto l’occasione della personale a Firenze per intervistarlo, davanti ai due quadri in copertina.

MP: Quanto è importante per lei l’idea di ritorno che si vede qui in queste due fotografie?

AP: Più che un ritorno reale è un ritorno virtuale, attraverso un mezzo, il dipinto, che ha la sua concretezza e la sua fisicità. Penso che il ritorno non sia solo un ritorno ma sia anche la proiezione di una possibilità, di un desiderio. In questo lavoro Back Home le persone ritratte sono nel mio studio a Milano, ma dietro ho dipinto la loro casa di origine. Così il ritorno rimane un orizzonte di desiderio più che una realtà.

MP: Qualcosa che si concretizza solo in potenza, che è bello da sognare?

AP: Sì, da sognare, ma anche per avere la dimensione della possibilità del ritorno: nessun ostacolo vieta fisicamente alle persone di tornare nelle loro case. Le vicende della vita di ognuno costringono a stare in luoghi che sono in parte voluti e in parte no, c’è sempre una dimensione di mancanza anche nelle scelte che si fanno. L’arte dà la possibilità di concretizzare ciò che la vita, a causa delle sue vicissitudini, fa mancare.

MP: Anche per lei, quindi, c’è questo tema nella sua vita personale, un’elaborazione del suo passato a metà tra un paese e un altro  (Albania e Italia ndr)?

AP: Sì, c’è nella mia vita, però le esperienze personali diventano anche un momento di riflessione più ampio, più universale. Dalle vicende personali possono nascere delle riflessioni più ampie come in questo caso. Parlando proprio di questo lavoro: non abbiamo soltanto l’immigrato di fronte alla sua casa ma abbiamo anche la fotografia di fronte alla pittura. Anche nel linguaggio artistico c’è una contaminazione, una specie di incontro e di rimando.

MP: Non è casuale l’accostamento di questi due quadri vero?

AP: No non è casuale, ma non è neanche forzata: è un dialogo che nasce visitando il Museo, visitando gli spazi, vedendo le opere.

MP: L’ha scelto proprio questo posto.

AP: Sì. Una famiglia borghese dell’inizio secolo in dialogo con una famiglia di immigrati che vivono in Italia fotografati davanti all’immagine della propria casa.

MP: Sono albanesi?

AP: Sono albanesi, sì.

Albanesi d’origine come Adrian Paci, in movimento come molti di noi, di passaggio come tutti noi: e così “di queste luci si servirà la notte” è la metafora della vita che come il fiume, scorre e ci trasporta, sul quale basta lasciarsi andare.

Melissa Pignatelli

Adrian Paci, di queste luci si servirà la notte, site specific, 2017, Museo Novecento, Firenze

 Adrian Paci, Museo Novecento di Firenze, “Di queste luci si servirà la notte” fino all’11 Febbraio 2018 istallazione e video-installazione realizzata in seguito al progetto Riva. Alle Murate dal primo al terzo piano sono installati e proiettati numerosi suoi video. Per maggiori informazioni sugli orari di apertura è possibile consultare questo sito.

A Montelupo Fiorentino, presso la Fornace Cioni Alderighi, è esposta la video-installazione The Encounter del 2011. Per informazioni sugli orari di apertura e il prezzo dei biglietti è possibile consultare questo sito.

A Pelago, presso l’ex-Fabbrica Tappeti a San Francesco, è esposta la video-installazione One and Twenty Four Chairs del 2013. Per informazioni sugli orari di apertura e il prezzo dei biglietti è possibile consultare questo sito.

Maggiori informazioni sulla mostra sono disponibili su questo sito.

Fotografia del setting dell’intervista al Museo Novecento di Firenze di Melissa Pignatelli.

Melissa Pignatelli

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