Cultura, Storia
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Lawrence d’Arabia, eroe schivo o attore vanesio?

Il vero caso di T. E. Lawrence non è nato al tempo delle sue imprese in Arabia, durante la Prima guerra mondiale ma quasi trent’anni dopo, nel 1955, con la biografia di Richard Aldington, un piccolo monumento di perfidia letteraria. Aldington aveva cominciato a scrivere queste stroncature ai danni dell’altro Lawrence, D.H., e poi di Norman Douglas suscitando polemiche e malumori.

Ma quando apparve in libreria, Lawrence of Arabia. A Biographical Enquiry, l’indignazione salì alta nei cieli fino alle eccelse cime dell’establishment inglese . Fino a quel momento gli innumerevoli estimatori di Lawrence, tra cui Winston Churchilll, erano riusciti a impedire che dubbi e perplessità sulle imprese in Medio Oriente superassero un certo limite o venissero troppo allo scoperto. Per tutti o quasi tutti Lawrence era un eroe martire, dotato in egual misura di capacità guerrigliere e di nobile spiritualità, tradito alla fine dal suo stesso governo che si era servito di lui per ingannare le tribù hashemite dell’Arabia, promettendo loro quello che era già stato diviso tra Francia e Inghilterra con l’accordo Sykes-Picot.

Come inviato dei servizi segreti inglesi presso la corte hashemita, aveva avuto un notevole successo, spingendo le tribù arabe a ribellarsi al vassallaggio ottomano. La sua copia conforme, il capitano Shakespeare, mandato sempre dagli inglesi presso Ibn Saud, carismatico e spietato capo dei Wahhabiti, tradizionali rivali degli Hashemiti, era stato meno fortunato, rimanendo ucciso durante uno dei primi scontri, mentre Lawrence aveva conquistato Aqaba, fatto saltare alcuni treni e dato fastidio alle guarnigioni turche. durante la Prima guerra mondiale c’erano stati altri giovani ufficiali che avevano combattuto con temerarietà e compiuto audaci imprese anche dall’altra parte della barricata: Erwin Rommell, la futura Volpe del Deserto, con poco più di cento uomini a Caporetto aveva catturato l’intera brigata Salerno ed era stato portato in trionfo sulle spalle dei soldati italiani che non volevano più combattere. In Tanzania, il maggiore Von Lettow-Vorbeck, oggi ritenuto dal Pentagono il più grande tattico della guerriglia che ci sia mai stato, con qualche migliaio di ascari per cinque anni aveva in giro duecentocinquantamila soldati anglo-indiani riuscendo a batterli in tutti gli scontri e a non farsi mai prendere.

Se Lawrence diventò così famoso da oscurare qualsiasi altra fama guerresca dell’epoca fu perché gli inglesi videro nelle sue imprese una forma di riscatto per una guerra spaventosa, che non aveva avuto nulla di glorioso, condotta per quasi cinque anni sul fronte occidentale da comandanti spesso incompetenti e anche imbecilli. il fronte orientale, teatro delle operazioni di Lawrence, aveva contato molto poco nella strategia globale dell’Inghilterra, scesa in campo per battere la Germania. Ma l’epopea araba, con tutto il suo contorno romantico, sembrava creata apposta per dimenticare le trincee della Somme.

A questo mito Lawrence aveva dato più di una mano: diciamo pure, ne aveva scritto soggetto e sceneggiatura, fingendo di essere un tipo schivo e nello stesso tempo assicurandosi la copertura dei giornalisti. Queste e altre contraddizioni erano state rivelate, ma al tempo stesso rimosse, fino ad Aldington, certamente non un membro della confraternita Fatebenefratelli.

Il ritratto che veniva fuori dalla sua inchiesta biografica era esattamente l’opposto di quello tramandato dalla vulgata: un personaggio sempre in maschera e dunque impossibile  da definire, un attore consumato e estremamente vanitoso, un raccontatore di balle formidabile quando c’era da mettersi in mostra. In particolare la storia della presa di Damasco, così come era stata raccontata nel suo libro  I sette pilastri della saggezza (e riportata come verità indiscussa anche dall’autore paracinese di  Stella del mattino), da parte dei leggendari beduini howeytat guidati dallo stesso Lawrence e dal loro capo Awda Abu Tayi, temibile capo arabo, era pure invenzione.

A sconfiggere i turchi erano stati gli australiani, fermati all’ultimo momento da Allenby, che aveva preferito per chiare ragioni politiche che fossero degli arabi e dei musulmani a entrare per primi a Damasco (così come nella Seconda guerra mondiale Eisenhower fermò gli americani, che già stavano distribuendo caramelle Life Savers e cioccolato lungo i viali della periferia di Parigi, accogliendo la richiesta di De Gaulle di fare entrare per prime le truppe francesi nel giorno della liberazione della loro capitale).

E se era vero che l’accordo Sykes-Picot era un pasticcio infernale, che passerà in modo totalmente negativo su tutte le future vicende mediorientali, gli uomini dei governi inglesi non erano stati imbecilli fino la punto di promettere qualcosa che non potevano nemmeno far finta di mantenere. Il loro disegno, assolutamente classico nella tradizione dell’impero, era quello dell’indirect rule, con la creazione di stati arabi solo in apparenza indipendenti che avrebbero preso l’imbeccata da loro o dai francesi.

Un fatto di cui Lawrence doveva aver sicuramente avuto conoscenza per poter calibrare i rapporti con gli Hashemiti. Quanto a Faysal, il “magnifico” ed esangue principe dai nobilissimo intenti, interpretato stupendamente nel film su Lawrence da Alec Guinness, era un tipo sufficientemente degradato e lontano dalla leggiadra miniatura disegnata da Lawrence nei Sette pilastri per dirigere un governo corrotto e incapace quando venne nominato dagli inglesi re dell’Iraq, arrivando a far uccidere nel 1924 un suo rivale politico, Tawfiq al-Khalid.

Aldington era ancora più devastante nell’accurata descrizione del carattere proteiforme, diciamo così, dell’eroe che aveva finto tutta la vita di detestare la pubblicità e l’eccessiva esposizione delle sue vicende. Ma  che ogni giorno andava in casa dei suoi biografi, gente del calibro di Robert Graves e di Liddell Hart, il migliore storico militare del secolo, a rivedere le bozze, e correggerle di sua mano, arrivando al punto di riscrivere interi capitoli. Da allora parlare di lui è diventato molto difficile, perché ci si muove su terreni paludosi e su sabbie mobili, con pochi punti fermi e sicuri. Econ la poco simpatica sensazione di stare scrivendo agiografie quando ci sono delle cose in positivo e di essere accusati di denigrazione alla prima nota negativa.

Stefano Malatesta

Estratto dal libro La vanità della cavalleria – e altre storie di guerra di Stefano Malatesta, Neri Pozza Editore, 2017.

Fotografia di Bernardo Ricci Armani, The Red Desert (al-Mintrib), Oman, 2011, Photographingaround.me

Stefano Malatesta

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