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Quel treno per Baghdad, quello delle 8.55 che prese anche Agatha Christie

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Il treno per Baghdad rappresenta più un mito che un mezzo di trasporto o un itinerario: sognato a fine Ottocento per collegare l’Europa con un Oriente poco conosciuto, fu portato a termine troppo tardi per l’appuntamento con la storia del “secolo breve”, quando l’aeroplano era già pronto a soppiantarlo. Per questa ragione, più che le vicende concrete di questo famoso treno, vien fatto di ricordare le metafore che a esso si collegano. Il treno per Baghdad attraversò guerre  e lambì genocidi, con conseguenze che giungono addirittura fino a oggi; dei tanti confini varcati, i più rilevanti furono quelli tra storia e leggenda; infine, viaggiarono fianco a fianco lungo il suo esteso tragitto la celebrata archeologia del Vicino Oriente e una timida e ancora goffa modernizzazione dell’area. Narrare la vicenda di questo treno vorrà dunque dire assecondare il suo ritmo particolare, che consente di passare dalla saggistica alla letteratura, dall’opuscolo ormai ingiallito ai ricordi personali ancora freschi. E infine sarà bene tener presente che una certa parte di quanto narrato è tuttora oggetto di controversia storico-politica o di silenziosa rimozione.

Forse la più famosa passeggera in carne e ossa del treno per Baghdad fu Agatha Christie, che partì da Victoria Station nel 1928, da neo-divorziata e scrittrice in erba presa da un irrefrenabile desiderio di libertà e avventura, per andare a visitare il famoso scavo di Ur dei Caldei, condotto con pugno di ferro da Leonard Woolley nel lembo più estremo della Mesopotamia. Si sa, poi, come andò a finire: durante una seconda visita, nel 1930, scoppiò l’amore tra la non più giovanissima e matronale signora e l’assistente archeologo Max Mallowan, di quattordici anni più giovane; l’evento (con repentino matrimonio tra i due) causò una gelosia incontenibile da parte della First Lady di Ur, Katherine Woolley, che persuase il marito a congedare bruscamente Max dallo scavo; seguirono poi alcuni anni grami, fino al risorgere di Mallowan, divenuto a sua volta massimo archeologo britannico e ancora oggi rimpianto da ottuagenari artritici che furono suoi giovani e devotissimi allievi.

Insomma, se non ci fosse stato il treno per Baghdad, anzi il treno delle otto e cinquantacinque per Baghdad – come lo chiamò il giornalista Andrew Eames, che ne ripercorse l’itinerario completo sulle tracce della Christie nel 2002, appena pochi mesi prima dell’invasione di George W. Bush e della distruzione definitiva dell’Iraq novecentesco – non avremmo mai assaporato l’assassinio letterario della signora Woolley, come Louise Leidner, in Murder in Mesopotamia (Non c’è più scampo): un giallo in cui per la prima volta la sedicente genialità investigativa del belga Hercule Poirot si esercitava in un Oriente popolato da archeologi nevrastenici e variamente loschi. Né avremmo avuto quella breve ma gustosa memoria di viaggio che è Come, Tell Me How You Live (Viaggiare è il mio peccato), in cui troviamo Agatha intenta a spingere pesanti berline anni Trenta impantanate nelle fiumare della Siria, a prodigarsi come mediocre cuoca ma abile fotografa della Missione archeologica, a godersi insieme all’amato Max le semplici virtù degli operai arabi e la timida fioritura primaverile della steppa mesopotamica.

Ancora oggi, per chi compia scavi archeologici lungo la frontiera siro-turca, il fischio del treno che, nelle fresche ore del mattino, valica il ponte di ferro sull’Eufrate all’altezza di Carchemish non può non riportare alla mente quel primo viaggio in solitaria della caparbia signora Christie in direzione dell’Iraq. Se poi uno ha anche avuto la fortuna di vivere qualche mese nella vasta e accogliente casa-scavo in mattoni crudi dei coniugi Mallowan lungo le mura di Ninive – dove i domestici arabi ancora rispondevano quite per indicare l’assenso, esattamente come nei suoi romanzi – Agatha si fissa nel ricordo come l’autrice che alla lunga, libro dopo libro, ci ha lasciato alcune delle immagini più vivide e catturato tra le più indelebili atmosfere dell’Oriente al tempo del Mandato inglese: alla faccia degli snobismi sulle letterature secondarie e d’evasione.

Ma se Agatha partì dalla stazione intitolata alla più grande regina d’Inghilterra per arrivare molti giorni dopo nella Baghdad dominata dalla Corona – dove la viaggiatrice e islamista Gertrude Bell aveva da poco inaugurato il primo museo archeologico dell’Iraq – la ferrovia che la traspor- tava non aveva affatto un albero genealogico inglese. La tratta fino a Istanbul (o Costantinopoli, che dir si voglia) era infatti appannaggio fin dal 1889 dell’Orient-Express, una compagnia internazionale con base a Parigi. Una volta giunti al capolinea di Sirkegi sulla sponda europea, i passeggeri attraversavano il Bosforo in traghetto, per raggiungere la stazione di Haydarpasha, dove aveva inizio il sistema delle Ferrovie ottomane d’Anatolia. Questo maestoso terminal a mo’ di castello con torrette e alti finestroni in stile neoclassico, poggiato su un migliaio di piloni di legno piantati direttamente in mare – e che non a caso ricorda il mulino Stucky alla Giudecca, pur se con forme più morbide – rappresentò il parto della fantasia politica di un nipote della stessa regina Vittoria. Ironicamente, però, esso fu realizzato allo scopo precipuo di contrastare con ogni mezzo il consolidato dominio britannico in Oriente per imporre, invece, una Weltpolitik tedesca.

Spostiamoci dunque nella Berlino imperiale fin de siècle, tra elmetti a cuspide della milizia prussiana a cavallo sulla Unter den Linden, raffinate istituzioni bancarie presso la Potsdamer Platz e stanze ben addobbate di sovrintendenti alle Belle Arti e all’Archeologia, situate nell’Isola dei Musei sullo Spree. Qui – in quella zona che si chiama Mitte e che oggi, dopo la caduta del Muro, è diventata un bizzarro centro-città popolato da cupi mastodonti marmorei accanto a svettanti grattacieli luminosi – fu concepita la Baghdadbahn, il più vasto e ardito progetto ferroviario dell’epoca, che partiva da Berlino per collegare la sponda del Mediterraneo a quella del Golfo Persico attraverso l’immensa Anatolia, la Siria del nord e l’Iraq. Un progetto sicuramente destinato a un brillante futuro di penetrazione commerciale e culturale tedesco in tutta l’Asia, se non fosse poi stato accoppiato a una delle più scriteriate cause di tutti i tempi: quella di fomentare una jihad, una guerra santa islamica, in funzione anti-inglese su tutto lo scacchiere del Vicino Oriente e del Nordafrica.

La Christie, se fosse ancora qui con noi, ci esorterebbe certo a non rivelare fino all’ultima pagina i nomi dei colpevoli di questa astrusa, perversa e alla lunga (per fortuna) fallimentare ideazione. Ma qui non siamo in un giallo, e non c’è da scoprire whodunit, chi è stato; si sa che furono in due, di cui uno precipitò senza remissione nell’ignominia della storia per le sue folli ambizioni, mentre le canagliate ideologiche dell’altro sono invece tuttora rimosse o stemperate da una certa agiografia, archeologica e non. Il primo era imperatore di tutti i tedeschi e ultimo re di Prussia, malcelato ammiratore di sua nonna Vittoria quanto virulento nemico di Albione, dal fisico offeso ma vanesio e militarista, affascinato dall’Oriente e posseduto da manie di grandezza, anti- semita da sempre. Il secondo era un ebreo di Colonia, ricco e viziato, maldestro diplomatico quanto invece fortunato archeologo, orientalista coltissimo e sapiente trascinatore di entusiasmi, antisemita in via progressiva. Se vogliamo per l’ultima volta affidarci ai parametri classici di Agatha Christie, il primo era più nevrastenico, il secondo era più losco. Si chiamavano Guglielmo II di Hohenzollern e Max von Oppenheim; e il treno per Baghdad fu la loro Nemesi.

Mario Fales

Il racconto Quel treno per Baghdad di Mario Fales è presente in Quel treno per Baghdad a cura di Stefano Malatesta, Editore Neri Pozza, 2013.

Per acquistare il testo è possibile visitare questo sito.

In fotografia: un’illustrazione realizzata da Stefano Malatesta

Mario Fales

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