Pubblicato il 30 Gennaio 2018

Afghanistan, 1839: il primo fallimento militare britannico

di Stefano Malatesta

Tutto era cominciato nel 1839 con l’occupazione di Kabul, allora come adesso circondata da un altopiano inospitale e privo di vegetazione, abitata da una popolazione di cui si sapeva poco, e quel poco doveva bastare per tenersi alla larga. Gli afghani potevano essere vivaci, coraggiosi, persino amichevoli, ma una tradizione consolidata li presentava come di animo estremamente mutevole, pronti a trasformarsi in bande assai temibili di traditori e assassini. Non solo odiavano qualsiasi straniero osasse mettere piede nel paese, per una ragione o per l’altra, ma erano incessantemente in guerra tra loro, uno dei popoli più naturalmente portati a cercare e a trovare nel combattimento la soluzione di tutti i problemi.

La divisione in grandi clan tribali, i Durrani, i Ghilzai, i Barakzai, con i loro usi, costumi, lealtà particolari, che venivano in parte ereditati dagli innumerevoli sotto clan, a loro volta divisi tra loro, pronti ad allearsi come a diventare nemici per molto poco, rendevano l’Afghanistan un paese estremamente difficile da capire e assolutamente impossibile da governare.

Già allora la sua fama era tale che quando arrivò a Londra la notizia, quattro o cinque mesi più tardi, che Lord Auckland, governatore generale dell’India, aveva mandato una spedizione a Kabul, una parte dell’ establishment, quella più informata della situazione nel lontano oriente come i direttori della East India Company, aveva commentato che se entrare in Afghanistan poteva essere facile, uscirne vivi sarebbe stato molto più difficile.

Ma Palmerston, ministro degli Esteri del governo Wigh, aveva appoggiato l’iniziativa, come faceva sempre quando c’era da tenere alto l’onore britannico servendosi dei cannoni. Anche perché Auckland si era mosso dopo aver saputo della presenza di inviati russi alla corte del re afghano Dost Mohammed, che apparteneva all’ultima tra le otto casate reali alternatesi in mezzo secolo: erano le prime avvisaglie di un magno confronto imperiale, The Great Game o il Grande Gioco, (come sanno tutti quelli che hanno letto Kim di Kipling) paradossalmente basato su falsi presupposti, ma che terrà desta e pronta a intervenire l’Inghilterra durante tutto l’ Ottocento.

E’ quasi impossibile rendersi conto oggi della paranoia che attraversava l’opinione pubblica inglese e i circoli governativi ad ogni mossa nei russi in Asia. Dai primi del Settecento l’Impero degli zar non aveva fatto che espandersi dagli Urali verso Oriente e ora gli inglesi cominciavano a temere per l’India, l’inestimabile gioiello senza il quale le colonie britanniche erano solo dei litorali selvaggi, come pezzi gettati alla rinfusa di un mosaico privato nel motivo centrale.

Di volta in volta la Persia, l’Egitto, la Turchia, persino i Balcani erano stati considerati dagli strateghi di Londra come la chiave per il loro amato possedimento e più tardi e a lungo anche la frontiera montagnosa del Nord-Ovest, che si rivelerà assolutamente invalicabile da eserciti. Ma il primo, se non il più classico Great Game verrà giocato tutto nell’Afghanistan, che nell’ottica della geopolitica britannica doveva avere un ruolo di Stato cuscinetto.

Poi, nel 1837, un agente inglese era stato a Kabul e aveva trovato conferma della presenza dei russi, e anche se nessuno sapeva cosa erano venuti a fare, i coloniali britannici erano entrati in fibrillazione, immaginando gli squadroni della cavalleria cosacca risalire al galoppo il Khyber. Passando le informazioni agli uffici governativi di Simla, dove il governatore generale andava a risiedere durante l’estate, trasferendosi dalla bollente Calcutta alle alture prehimalayane, l’agente aveva raccomandato di considerare Dost, con tutti i suoi possibili flirt con i russi, come un potenziale alleato e un personaggio ragguardevole.

Auckland lo riteneva invece un uomo assolutamente infido e dando l’ordine a 9.500 soldati della Corona e della East Indian Company di marciare su Kabul, aveva anche spedito un sostituto alla poltrona regale, Shah Shuja, un elegante vegliardo totalmente inetto, famoso unicamente per essere stato il proprietario del diamente Koh-i-nor, la Montagna di Luce, che oggi riposa negli scrigni del tesoro reale inglese. Shuja si era portato dietro circa seimila sepoys e un paio di squadroni di autentici predoni, gli “Yellow Boys”, che insieme con gli altri formavano quella che pomposamente venne chiamata “L’ Armata dell’ Indo”.

Come operazione militare, l’invasione si rivelò un pieno successo. Presi di sorpresa gli afghani tardarono a reagire e la più minacciosa fortezza di tutto il paese, Gazhni, fu catturata con un abile e coraggioso colpo di mano di un ufficiale, Henry Durant, uno degli eroi prototipi dell’ epopea coloniale, come Gordon nel Sudan, il tenente Manners Smith tra i Dardi del Karakorum, i soldati sopravvissuti all’ attacco dei battaglioni zulù a Rorke’ s Drift, tutti decorati con la Victoria Cross. Dost era fuggito, andando a mettersi incautamente nelle mani dell’ emiro pazzo di Buchara, l’aveva poi scampata, rientrando in Afghanistan alla testa di un contingente di irriducibili, ma per ragioni che non sono mai state spiegate con chiarezza, e meno di tutti dagli afghani, si era arreso agli inglesi ed era stato mandato in India sotto scorta.

Così i rappresentanti di Lord Auckland, dopo aver trasformato il paese in un protettorato britannico, si erano assicurati con un trattato firmato da Shuja appena salito al trono la permanenza per un tempo indefinito delle truppe anglo-indiani, sicuri di costringere i riottosi guerrieri tribali a cooperare alternando la minaccia di usare la forza alla corruzione dei capi tribù.

Questa sicurezza era solo un’ illusione, derivata dalla non conoscenza dell’ indole degli afghani. Intanto alcuni gruppi, come i fondamentalisti islamici chiamati Ghazi, e gli uomini della tribù Ghilzai, che controllavano i principali passi di montagna per l’India, non avevano mai accettato la presenza occidentale e continuavano a muoversi in modo turbolento. Ma anche degli altri apparentemente sottomessi c’ era pochissimo da fidarsi, considerando che la simulazione aveva sempre avuto nei costumi tribali uno status paragonabile a quello del coraggio.

A questo punto ci furono due errori di Auckland, uomo di intelligenza modesta e di scarsa immaginazione: pensando che non fosse più necessario mantenere tanti soldati accampati scomodamente intorno d Kabul, aveva fatto ritirare oltre il Khyber buona parte della truppa, lasciando una divisione di fanteria, un reggimento di cavalleria e una batteria di cannoni. E al posto del generale Keane, il comandante dell’armata che si era mosso con abilità tra le montagne afghane e che ora rientrava anche lui in India, aveva nominato una nullità paragonabile a quell’ altra nullità che era il re: il maggior-generale William Elphinstone, un imbambolato reduce di Waterloo, indeciso a tutto.

Nessuno di questi ultimi due si era reso conto di quanto il protettorato inglese rendesse furibondi tutti gli afghani, e che il loro intuito politico fosse vicino allo zero fu chiaro quando il linciaggio del residente britannico da parte di una folla inferocita li colse completamente impreparati. Quasi di colpo, tutto quello che sembrava andare favorevolmente, ora aveva preso un andamento negativo, tra fatti grandi e fatti piccoli, tra i quali si contavano una caduta da cavallo di Elphinstone, diventato ancora più indeciso e come un po’ suonato, e l’arrivo sulla scena di un formidabile leader della rivolta, Akhbar Khan, il figlio di Dost.

Alla fine del 1841 la situazione era tale per cui le truppe di occupazione, fino a poche settimane prima sicure di controllare gli irriducibili guerriglieri delle montagne, ora si sentivano assediate e non pensavano che andarsene via da quell’orribile paese. Volevano solo la garanzia di non venire ammazzati come cani infedeli lungo la strada di ritorno e una deputazione guidata dal rappresentante del governatore generale andò a chiederla a Akhbar, che aspettava vicino Ghazi.

Come risposta e perché non ci fossero equivoci sulla fine prevista per tutti, i componenti della deputazione furono sgozzati e l’ Inviato – questo era il suo titolo – ucciso dallo stesso Akhbar. Il 6 gennaio del 1842 quello che rimaneva dell’Armata dell’ Indo cominciò la ritirata, la più tremenda della storia militare inglese. La colonna, sparpagliata per una lunghezza di una quindicina di chilometri e composta di oltre sedicimila profughi di cui settecento europei e quasi quattromila soldati indiani, sarebbe stata al sicuro a Jalalabad, distante solo centocinquanta chilometri. Ma era inverno, la strada saliva fino a passi ricoperti di neve e sulle montagne erano in agguato trentamila afghani che cominciarono ad attaccare a piccoli gruppi, come animali da preda.

I primi ad essere eliminati furono tutti quelli incapaci di difendersi, la parte più debole della massa fluttuante che seguiva ovunque l’esercito inglese. I resoconti dell’ epoca parlano di centinaia di donne indiane spogliate, violentate e sgozzate, i cui corpi venivano lasciati a imputridire lungo la pista. Poi fu la volta dei servi – ogni ufficiale inglese ne aveva da sei a dieci a disposizione – dei portatori semplici e di quelli che trasportavano l’ acqua, dei maniscalchi, dei sellai, dei fabbri, dei sarti, degli uomini che pulivano gli ottoni, o che tiravano su le tende, dei cuochi e degli stallieri, dei pastori e dei macellai: tutta l’infinita varietà dei lavoratori che stavano alle dipendenze dell’ esercito più viziato che ci fosse, a partire dal tenente in su.

Furono massacrati inesorabilmente. I loro padroni non fecero una fine migliore.

La ritirata durò sei giorni e durante questo tempo andarono avanti trattative che si risolvevano in altre trappole e altri tradimenti, consumati con gusto dagli afghani, che non vedevano nulla di disonorevole nel non tenere fede alla parola data a un nemico. Disonorevole sarebbe stato non essere riusciti a ucciderlo.

Convocato al comando di Akhbar, il generale Elphinstone venne trattenuto come ostaggio e non se ne seppe più nulla. Un gruppo di soldati inglesi che era riuscito miracolosamente a raggiungere un paese a venticinque chilometri da Jalalabad, fu ospitato con segni di amicizia dai paesani e trucidato di notte. Qualche giorno più tardi al forte inglese arrivò un lugubre omaggio mandato da Akhbar: era il corpo del povero Elphinstone, avvolto in erbe aromatiche e seguito dal suo valletto, risparmiato per poter accompagnare il comandante inglese nell’ ultimo viaggio di ritorno.

Degli altri protagonisti della vicenda, il re burattino Shuja fu naturalmente eliminato, ma anche Akhbar morì qualche anno più tardi, probabilmente avvelenato. Lord Auckland, dopo aver scritto che la catastrofe era stata per lui totalmente incomprensibile, invece di passare il resto dei suoi giorni a meditare delle umane sorti in qualche villa del Surrey, diventò Primo Lord dell’ Ammiragliato: una di quelle eccentricità di cui gli inglesi sono stati maestri.

Le forze britanniche ritornarono in Afghanistan l’anno successivo, facendo saltare il bazaar di Kabul come inutile intimidazione, perché non riuscirono mai a normalizzare, come si dice, la regione e quarant’ anni più tardi furono trascinati in un’ altra guerra.

Eppure proprio in quel periodo e in quei territori c’ era stato qualcuno che era riuscito a domare gli afghani di confine, i più bellicosi e i loro cugini e fratelli patani. Il caso assolutamente anomalo, citato con ammirazione dagli stessi funzionari inglesi, di Paolo Avitabile, di Agerola, ex ufficiale del Regno delle Due Sicilie, ex napoleonico diventato militare di ventura, un esperto in cannoni ed esecuzioni passato successivamente al servizio del leader sikh Ranjit Singh, energico fondatore dello stato del Punjab, da lui nominato generale e incaricato di fare ordine a Peshawar, città ritenuta un castigo di Dio dai credenti e la più pericolosa di tutta l’ India.

Sarebbe troppo lunga raccontare i particolari della avventurosa vita di Avitabile. Quello che è certo è che i suoi metodi rimasero bene impressi nella memoria dei nativi e dei coloni che ne scrissero nei loro libri di ricordi: “Andando a Peshawar aveva fatto spedire centinaia di pali e un certo numero di corde e i patani, gli afghani e khyberees, gente del Khyber Pass, non riuscendo a comprendere l’ utilità di quei pali e funi, ridevano della pazzia dei feringhi, gli europei. Fucili e sciabole, dicevano, erano i soli mezzi per governare Peshawar, non funi e bastoni. Poi un giorno trovarono appiccati alle corde e ai pali cinquanta dei peggiori soggetti della città e lo spettacolo venne replicato ogni giorno fino a quando briganti e nemici cominciarono a scarseggiare”.

Commentando questi successi, nel Punjab si diceva che gli afghani avevano verso Avitabile la stessa ammirazione e la stessa paura che gli sciacalli avevano verso le tigri. Il generale così tenuto in considerazione morì ad Agerola, dov’ era ritornato ricchissimo, nel 1850, probabilmente fatto avvelenare dalla nipote di dodici anni che aveva voluto sposare a 59 anni.

Stefano Malatesta

In fotografia: la città di Kabul vista dal campo Qarga, 2013.

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Musa Qala, Afghanistan, 2010

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