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L’identità afrocubana nel jazz di Omar Sosa

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Dall’incontro tra la popolazione cubana e gli schiavi africani è nato un sincretismo culturale afrocubano che ha trovato espressione particolare nella religione e nella spiritualità ma anche nell’arte e nella musica. Il jazz afrocubano, rappresentato a livello internazionale dal pianista Omar Sosa, unisce in un linguaggio musicale particolare gli elementi caratteristici dell’identità culturale particolare dell’isola di Cuba.

Omar Sosa è originario di Camarguey, città dell’entroterra cubano, ha frequentato la Scuola Nazionale di Musica a La Avana dove ha studiato jazz, la marimba, un particolare tipo di xilofono originario dell’Africa molto diffuso in Messico e Sud America, e il pianoforte. Ha poi viaggiato in Ecuador e in California entrando in contatto con varie musicalità e sonorità: da quelle tradizionali sudamericane a quelle tipiche dei generi più recenti e popolari come il rap e l’hip hop. Nonostante le molteplici collaborazioni lo abbiano portato a suonare generi molto vari, Omar Sosa rimane molto legato al jazz e alla propria identità afrocubana.

La cultura afrocubana è il risultato di un sincretismo tra tradizioni tipiche dell’Africa Centrale e quelle esistenti a Cuba. Un incontro avvenuto nel Seicento per effetto del commercio degli schiavi che portò sull’isola intere comunità africane con le proprie religioni e spiritualità. Gli schiavi presenti a Cuba erano in maggior parte Yoruba, uno dei principali gruppi etnico-linguistici della regione dell’attuale Nigeria, altre comunità provenivano dal Congo e dalle regioni costiere del golfo del Benin. L’incontro culturale si manifestò principalmente nella dimensione religiosa e spirituale, ne nacque una particolare forma di misticismo che univa elementi dell’animismo yoruba al Cattolicesimo, ereditato dal dominio spagnolo avvenuto tra 1500 e 1600, chiamato Santería. All’interno di essa era solito venerare un numero molto ampio tra santi cattolici e spiriti africani, gli Oricha, co riti espressi in lingua Lucumí, uno dei tanti dialetti yoruba a cui erano stati aggiunti elementi linguistici spagnoli. La ritualità era inoltre scandita da un particolare tipo di musica che riprendeva i ritmi incessanti delle percussioni tipiche delle tradizioni etniche subsahariane. Alla Santería, nel tempo, si aggiunsero altre derivazioni sincretiche derivate dall’incontro con  altri gruppi etnici africani, che andarono tutte a costituire una particolare identità afrocubana.

Gli studi scientifici sulla storia e l’evoluzione dell’identità afrocubana non iniziarono prima del 1900. L’antropologa cubana Lydia Cabrera fu la prima ad interessarsene dal punto di vista etnografico, prima di lei erano state raccolti alcuni dati e biografie ma viziati da pregiudizi di tipo razziale. Cabrera pubblicò a partire dagli anni ’30 un grande numero di libri, articoli e raccolte di fiabe popolari presenti tra le comunità urbane e rurali di afrocubani. Il suo lavoro rimase principalmente in spagnolo, non fu tradotto in inglese e per lungo tempo non uscì da Cuba. Fidel Castro, dopo la Rivoluzione di luglio 1959, interruppe gli studi antropologici sulle diverse identità cubane. Gli ideali comunisti della nuova società non collimavano con una differenziazione del popolo cubano in diverse identità.

Le ricerche antropologiche sull’isola negli anni successivi alla Rivoluzione sono state complicate da una chiusura dei confini alla presenza straniera per cui i dati etnografici sono rimasti poco aggiornati. Dal 2014, l’interesse questo tipo di ricerche sull’identità afrocubana è tornato a crescere in virtù della normalizzazione dei rapporti diplomatici del governo cubano con gli Stati Uniti e gli altri paesi.

Nonostante l’unità del popolo cubano, l’identità afrocubana trovò una propria espressione nell’arte, con il movimento dell’Afrocubanesimo, e nella musica, il jazz afrocubano, nelle comunità emigrate a causa della Rivoluzione negli Stati Uniti. L’Afrocubanesimo nacque negli anni ’20 sotto l’influenza degli studi di Lydia Cabrera come movimento sociale, politico e artistico, al quale parteciparono sia cubani neri che bianchi senza distinzioni, entrambi alla ricerca di un’identità. Con la Rivoluzione, gli intellettuali e artisti del movimento abbandonarono  la dimensione politica e si concentrarono sull’arte. L’arte afrocubana maturò in modo maggiore tra gli anni ’60 e ’70 soprattutto negli Stati Uniti.

Il contatto culturale tra i musicisti afrocubani e gli afroamericani, tra i quali nacque il jazz, nel sud degli Stati Uniti portò alla nascita del particolare genere del jazz afrocubano. Quest’ultimo poneva molta più importanza alle percussioni, integrando ai più classici pianoforti e strumenti a fiato anche i tamburi tipici delle ritualità e della spiritualità afrocubana, come appunto la Santería. Ne emerse quindi un suono molto riconoscibile dal ritmo più sostenuto rispetto al jazz classico in cui è possibile apprezzare sonorità africane. Tutte caratteristiche che si ritrovano oggi nel jazz di Omar Sosa che potete ascoltare nel brano musicale sottostante.

Barbara Palla

Per approfondire il tema dell’antropologia afrocubana di Lydia Cabrera è possibile leggere in spagnolo El Monte (Lydia Cabrera, Ediciones Universal 1988) e Cuentos Negros de Cuba (Lydia Cabrera, Ediciones Universal, 1993)

Il concerto di Omar Sosa e Gustavo Ovalles è stato inserito nella programmazione del Black  History Month di firenze in collaborazione con Jazz Music Pool e Musicus Concentus. Per maggiori appuntamenti è possibile consultare il sito de Il Reporter.

In fotografia: LaHavana, Cuba, Alexander Kunze, 2017.

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Omar Sosa

Barbara Palla

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