Pubblicato il 16 Febbraio 2018

Il tempo per pensare, passeggiare come attività umana superiore

di Stefano Malatesta

Molti anni fa non credevo che una passeggiata o una corsa al piccolo trotto, in campagna o lungo il mare, potessero trasformarsi da blando e abitudinario esercizio fisico di genere familiare e da anzianotti, nel momento più atteso della giornata. Per la verità non avevo mai pensato, quand’ero più giovane, che tutto questo avesse a che fare con una qualsiasi attività umana di livello superiore.Mi sbagliavo profondamente e solo adesso mi rendo conto che passeggiare «è un’ attività umana superiore»: per chi ne intuisce il ritmo e il suo modulo ciclico sempre uguale e sempre diverso. Che per qualcuno rassomiglia al ritmo di una poesia.

Il paragone non è mio, ma appartiene a Osip Mandelstam, il grande poeta russo, che aveva fatto un viaggio a piedi in Armenia, poco prima di essere mandato in Siberia per ordine di Stalin. Anche lui amava molto le passeggiate, considerate taumaturgiche e benefiche non solo per il corpo ma anche per lo spirito, e sentiva che queste non potevano fare che del bene (solo vi prego di adoperare sempre la parola «passeggiate», così dolce ed evocativa in italiano, evitando quei termini così brutalmente fisici come trekking, che non rendono l’aspetto, chiamiamolo pure spirituale, di chi si mette in marcia lungo le strade non asfaltate come di traverso all’ universo).

I luoghi non sono tutti uguali e si corre e si cammina non solo con le gambe, ma con gli occhi e il paesaggio e il fascino del luogo sono capaci di rendere più leggeri i tuoi muscoli e dopo qualche chilometro hai l’impressione di levitare e di involarti come una mongolfiera. La mia passeggiata preferita a Roma, paragonabile a quelle che facevo in Toscana o in Sicilia lungo il mare, era la circumnavigazione di Villa Pamphilj che aveva il fascino aggiuntivo di emanare vibranti ricordi risorgimentali e garibaldini. Ho sempre abitato a Trastevere e molti anni fa partivo per la villa, salendo lungo via Garibaldi e finendo in quel meraviglioso slargo di fronte alla fontana dell’Acqua Paola.

Era lo stesso itinerario che faceva il grande storico George Trevelyan, autore della storia sulla spedizione dei Mille (un libro taumaturgico, se ne esistono di simili, e anche se non avete nulla da guarire andatelo a comprare immediatamente). Arrivando a Roma, andava ad alloggiare in un albergo del centro. Ma tutte le mattine si svegliava preso e partiva a piedi per raggiungere il Gianicolo, dove avevano appena sistemato la statua di Garibaldi. E dal più bel davanzale di Roma, si fermava ad ammirare tutta la gloria della città (qui un po’ di retorica non guasta) e quando socchiudeva gli occhi gli sembrava di sentire l’urlo dei legionari di Garibaldi che andavano al contrattacco tra Villa Corsini e il Vascello, sotto la fucileria francese.

Ma come passavo sotto l’arco che segna l’ingresso della Villa, queste memorie guerresche cominciavano a svanire, sostituite da una musica che mi sembrava arrivare dai rami e che avevo sentito così tante volte che avevano trasformato le mie sensazioni in riflessi pavloviani, automatici e previsti. Credo che Respighi abbia composto I Pini e Le Fontane di Roma ispirandosi a Villa Borghese. Ma ho sempre pensato che Villa Doria Pamphilj fosse il luogo che esprimeva più compiutamente l’andare impressionistico della composizione e quello che radunava dentro uno spazio limitato tutte le componenti paesaggistiche della campagna romana, sempre così presenti nella musica di Respighi.

E non so veramente se sia un’ idea semplicemente stupida e non realizzabile, ma l’amministrazione del parco dovrebbe trovare il modo, per un paio di ore al giorno, di diffondere «I Pini» lungo l’itinerario della passeggiata, proprio come se la musica provenisse dal leggero stormire dei rami sotto il Ponentino. Tornerei anch’io a passeggiare.

Stefano Malatesta

In fotografia: Villa Doria Pamphilj, Roma, Giorgio Rodano, 2013.

By |2018-02-16T11:00:41+00:0016 Febbraio 2018|Cultura, Giardini, Letteratura|