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Senegal: l’emigrazione e la speranza spiegate in una fiaba tradizionale

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Tre contadini decisero, dopo una stagione delle piogge particolarmente massacrante e poco redditizia, di chiudere con le piantagioni del miglio e delle arachidi e con la cura del bestiame, che serviva poco all’economia. In effetti nella loro tribù l’allevamento del bestiame era una tradizione secolare, ma aveva solo, o quasi, carattere di prestigio. Solo il numero dei capi contava per loro, e da qui l’orgoglio di possederne il più possibile; non esisteva tuttavia un valore economico rilevante, legato a tale attività.

I tre decisero di diventare ricchi e liberi, e che quindi il villaggio non fosse il posto giusto per realizzare il loro progetto. Partirono, malgrado l’opposizione di tutte le istituzioni del villaggio: capo villaggio, consiglio, famiglia. Si congedarono da loro a mani vuote, senza neppure i loro vestiti, che secondo radio can-can, erano ormai troppo fuori moda.

Fra le raccomandazioni che la comunità rivolse loro, una li incuriosì di più: dovevano imparare subito la strana lingua venuta da oltremare, e considerata la lingua del “progresso”, dell'”emancipazione” ma anche dell’aggressività necessaria per farsi rispettare.

Dopo settimane di viaggio attraverso savana e deserto arrivarono alle porte di quello che sarebbe dovuto essere il nuovo paradiso. I tre si imbatterono  subito in un campo sportivo, dove videro un gioco che non avevano mai visto, né sentito nominare. Non si trattava della lotta, né della corsa con salti ad ostacoli: tanta gente era assiepata all’interno del campo e nei dintorni. Incuriositi da questo strano gioco, i nostri si avvicinarono e si mescolarono al pubblico, senza prudenza. In un attimo si fecero notare; volevano toccare la sfera che quegli individui si disputavano e si sottraevano a vicenda utilizzando solo i piedi.

Furono così avvicinati da sconosciuti che, avendo intuito la loro ingenuità e buona fede, riuscirono a raggirarli: vendettero loro il campo, assicurandoli che stavano facendo un ottimo investimento. Li convinsero che potevano costruirsi la casa nei pressi del campo, e sarebbero stati pagati da chi decideva di giocare in quel campo. Alla fine della partita si fecero persino cacciare dal guardiano del luogo: non riuscirono nemmeno a spiegarsi, e questo divertì tutti i presenti, tanto che, in mezzo  grandi risate, si chiesero chi mai fossero quei tre sprovveduti. La frase “sono tre contadini arrivati freschi freschi dalla campagna” fu ripetuta più volte. A uno dei tre rimase impresso “sono tre contadini”, pensando che fosse una formula da possedere per comunicare in quel posto nuovo.

Si avviarono nel cuore della città. Seguendo il loro istinto. Girato il primo angolo, incontrarono un gruppetto di persone che discutevano e trattavano accanitamente intorno ad un agnello. Quando si avvicinarono per curiosare, la trattativa era finita, e tutti i partecipanti ripetevano sbalorditi: “peccato che non siamo arrivati a niente per mille franchi solo…”. I nostri amici si accontentarono di memorizzare “per mille franchi solo”, incrementando così notevolmente il loro bagaglio linguistico.

Arrivarono al mercato, e lì rimasero per ore e ore con occhi e orecchie spalancati. Tutto era strano e incomprensibile per loro, ma sentirono spesso e chiaramente delle parole che sembravano essere una delle chiavi per poter comunicare nella nuova lingua. Queste frasi erano “mi dispiace” e “non sei contento, peccato!”, oltre a un numero imprecisato di bestemmie e parolacce, oggi adottate dagli abitanti della città per dimostrare la loro simpatia e il grado di civiltà raggiunto. Quando il mercato si svuotò, al tramonto i tre si erano ormai impadroniti di queste parole.

Prima di sera partirono alla ricerca di un posto dove dormire, e si trovarono in un angolo buio che sembrava la terra di nessuno. Appena si sedettero, per riposarsi e ripensare al loro primo ricco contatto con la città, udirono dei lamenti e dei gemiti strazianti provenire da breve distanza. Mossi da una grande curiosità, si avvicinarono e nell’oscurità videro due persone che scappavano a gambe levate. Davanti a loro, per terra, un uomo agonizzava in una pozza di sangue. rimasero lì fino all’arrivo dei soccorritori, dai quali furono portati alla stazione di polizia per testimoniare.

Alle domande degli agenti sulla loro identità, su il perché e il per come si trovassero in quel posto in quel momento, le cose precipitarono.

“Signori, ditemi chi ha massacrato questo pover’uomo?”, fu la prima domanda. I nostri amici si guardarono per non apparire ignoranti e uno di loro rispose:
“Zono dre contadini”, con una pronuncia approssimativa.
“E perché l’avete fatto?” rincarò il poliziotto.
“Per mille franghi zolo”.
Il poliziotto, fuori di sé, urlò parole minacciose nei loro riguardi. Ma come risposta agli urli incomprensibili per sventurati, il terzo contadino sbottò:
“Mi nispiace ze non zei contento”.
Furioso per l’arroganza delle risposte, uno dei funzionari spazientito ordinò il loro arresto, in attesa di accertamenti. I poveretti furono accusati di omicidio il giorno dopo, anche perché tutto concorreva ad incastrarli: l’arma da taglio che tutti e tre portavano, il loro atteggiamento aggressivo e le testimonianze di chi li aveva visti girovagare in città senza soldi, senza dimora, e completamente incivili; erano persino scarsi in francese, lingua delle persone colte e raffinate.

Il loro villaggio d’origine fu chiamato in loro aiuto e  grazie a questo intervento il malinteso venne chiarito: i tre furono successivamente scarcerati e poi scagionati definitivamente. Decisero di lasciare presto la città per tornare alla vita dura e monotona, ma pacifica, della campagna.

“Colpevoli di essere diversi e ignorando le regole indispensabili per una vita in una altro posto, i contadini non hanno potuto insediarsi nel luogo simbolo della ‘libertà’ e del ‘benessere'”, commentò il saggio del villaggio quando la vicenda si concluse.

Mbacke Gadji

Si ringrazia la casa editrice Edizioni Dell’Arco per la gentile concessione dei diritti.

Fonte: Numbelan- Il regno degli animali, Mbacké Gadji, Edizioni dell’Arco, 1996.

In fotografia: Don’t Cross the Bridge Before You Get to the river, Francis Alÿs in collaborazione con Julien Devaux, Felix Blume, Ivan Boccara, Abbas Benheim, Fundación Montenmedio Arte Contemporáneo, and children of Tangier and Tarifa, Stretto di Gilbilterra, 2008.
Opera esposta nell’esibizione  The Restless Earth presso la Triennale di Milano dal 28 aprile al 20 agosto 2017 organizzata dalla Fondazione Nicola Trussardi.

Mbacke Gadji

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