Arte, Cultura
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Guida alla visita di “Nascita di una Nazione, dal Dopoguerra al Sessantotto” a Palazzo Strozzi

Piero Manzoni per illustrare la guida della mostra Nascita di Una Nazione dal Dopoguerra al Sessantotto Palazzo Strozzi FIrenze arte cultura mostre esibizione cultura

1. IL DOPOGUERRA COME NUOVO RISORGIMENTO
I primi anni Cinquanta sono fondamentali per la storia d’Italia: è il momento della rinascita ed è la fase in cui si iniziano a gettare le basi di quello che poi sarà il boom economico che caratterizzerà il decennio successivo. Ed è in questo contesto che si incontra il lavoro di Renato Guttuso, di grande impatto, che domina la sala: La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio (1951-55). La grande tela di Guttuso, figura chiave dell’ortodossia politica dominante del neorealismo propagandistico, apre la mostra avvolta da un ambiente immersivo, in cui grandi schermi cinematografici parlano al visitatore raccontando con immagini, documenti, stralci di documentari, l’Italia dei primi anni Cinquanta. Lo fanno non solo illustrandone la situazione e la cronaca politica, ma anche gli aspetti legati al nascere di nuove correnti artistiche, come ad esempio il fervente dibattito tra Realismo e Astrattismo, sostenuto anche da Palmiro Togliatti nella feroce critica riportata nel suo giornale “Rinascita” alla Prima Mostra di Arte Contemporanea inaugurata a Bologna nel 1948. Immediatamente contrapposte, quale controcanto a questa grande opera, sono le poetiche delle nuove avanguardie rappresentate dall’astrazione antirealista di Giulio Turcato con Il comizio (1950), con la sua analisi astratta particolarmente incisiva ed equilibrata, e da due opere del 1961, il polemico collage su stoffa Generale incitante alla battaglia di Enrico Baj e il décollage sul volto di Benito Mussolini L’ultimo re dei re di Mimmo Rotella, che costituisce un’anticipazione dello scontro politico generazionale della fine degli anni Sessanta.

2. SCONTRO DI SITUAZIONI
In contrappunto con la “brillantezza narrativa” della prima sala, la mostra continua raccontando i grandi momenti dell’astrazione italiana degli anni Cinquanta con alcuni dei suoi maggiori rappresentanti che, dalle macerie del secondo dopoguerra, hanno ricostruito una serie nuova di linguaggi e “situazioni” tra loro parallele e giustapposte, nel decennio di affermazione dell’Informale. Sono qui esposte le opere spazialiste di Lucio Fontana percorse da buchi e tagli, l’azione sulle materie di Alberto Burri, il campione dell’astrazione gestuale Emilio Vedova, la terracotta di Leoncillo, i rifiuti meccanici di Ettore Colla, una totemica scultura in cemento di Mirko Basaldella, rappresentati in questa occasione da opere di grande dimensione che sono sunto di questa tendenza e ricerca che, oggi ci rendiamo conto, conviveva con il realismo in modo quasi antitetico nella contemporaneità dell’Italia degli anni Cinquanta.

3. MONOCROMO COME LIBERTÀ
Il percorso prosegue quindi in un rapporto molto forte tra la ricerca spaziale e la materia esistenziale. Tramite un nuovo modo di dipingere emergono anche le duttilità straordinarie delle nuove materie che entrano così nel “fare arte”: dalle bende, alle tele cucite, al vinavil, alla plastica sino al cibo e alle materie sintetiche. L’Arte Informale è un crescendo di utilizzo di nuove materie per una nuova forma/visione: ecco allora una particolare attenzione a Fontana e i suoi tagli bianchi, giustapposti al ferro dipinto di Pietro Consagra, ai candidi gessi di Alberto Viani, alle bende di Salvatore Scarpitta, così come i rilievi di Angelo Savelli e le gommepiume di Giulio Turcato. Dall’azzeramento del contesto della rivista e galleria milanese Azimut/h, emergono le indagini Achrome di Piero Manzoni che utilizza le michette milanesi immerse nel caolino, ma anche tele cucite e polistirolo, sino alle estensioni oggettuali del proprio corpo (con le Uova scultura e la Merda d’artista), che dialogano in mostra con le tele centinate di Agostino Bonalumi, una monumentale Superficie bianca estroflessa con i chiodi di Enrico Castellani, e le sperimentazioni spaziali del più giovane Paolo Scheggi.

4. METAFISICO QUOTIDIANO: I NUOVI SIMBOLI
La mostra, a partire da questa sala, propone una riflessione su una nuova idea di immagine tra segno e oggetto, tra figura e persona, in risposta anche alle trasformazioni della società italiana nel corso degli anni Sessanta. È così che i protagonisti emergenti della scena artistica romana, Jannis Kounellis e Pino Pascali, danno vita a una sorta di “protomondo” che si sta rigenerando tra elementi naturali d’artificio, come i segnali urbani trasfigurati in immagini senza tempo e le rose essenzializzate dipinte nelle opere di Kounellis, e figurazioni primordiali, come la Coda di cetaceo di Pascali. In dialogo con questi lavori, il Quadro da pranzo, uno degli “oggetti in meno” di Michelangelo Pistoletto, interpreta la realtà liberandosi della dimensione descrittiva, per trasporla in una sua formulazione concettuale. Dedicato alle visioni lenticolari di Domenico Gnoli, un focus monografico in mostra intende presentare l’unicità del suo percorso, che esprime l’identità dell’arte italiana tra classicità e avanguardia. I suoi soggetti sono dettagli di mobilio e abbigliamento, dipinti attraverso un linguaggio oggettivo, iperrealistico, e ingranditi a dismisura, sino a occupare l’intera superficie della tela, anche di grande formato, con un effetto allucinato e straniante, provocando in chi osserva reazioni di sorpresa che sfiorano il disagio percettivo. La prospettiva appare distorta e sembra come annullarsi nell’ingigantirsi dell’oggetto, privato del contesto in cui è abitualmente collocato e come sottoposto al trattamento di una lente deformante.

5. FIGURE E GESTI
I primi anni Sessanta sono una fucina di una forma d’immagine che esce dallo schema puramente Pop e in Italia si connota con un modo nuovo di portare in scena sempre una metafisica quotidiana: la figura e il gesto. È così che l’Italia rivede se stessa tra forma politica e metafisica del quotidiano e dell’universo mediatico: dalle figure lignee di Mario Ceroli ai “gesti politici” di Sergio Lombardo, dagli smalti di Tano Festa e Giosetta Fioroni, alle immagini imbottite di Cesare Tacchi, e alle silhouette moltiplicate di Renato Mambor. Gli artisti cercano di creare una nuova visione, guardando in modo non nostalgico ma attivo a tutto un immaginario classico della storia dell’arte così da poterlo traghettare nella contemporaneità. Si evidenzia la parallela e successiva vitalità dei linguaggi figurali nell’arte italiana, concentrandosi sulle ricerche che, per creare una nuova immagine, invece dell’astrazione scelgono queste inedite forme di riferimento alla figura.

6. CRONACA E POLITICA
Negli anni Sessanta non esiste più il realismo così come non esiste più l’Informale. Nasce così una materia pittorica, nuova, duttile e veloce fatta di smalti luccicanti, di sgocciolature feroci e di nuove rappresentazioni. In questa situazione ecco emergere, tra gli altri, il nuovo campione della pittura: Mario Schifano che oltraggia e rende omaggio al presente dell’impegno politico con il ciclo Compagni compagni, così come celebra i propri amici artisti di Piazza del Popolo, Tano Festa e Franco Angeli, festeggiando la felicità del dipingere e della nuova figurazione. Gli anni della prima contestazione vedono apparire una nuova fioritura di Bandiere Rosse, Falce e Martello insieme alle grandi scritte. Si presenta quindi in questa sezione un nuovo modo di utilizzare l’arte per leggere la cronaca e la politica: con il ciclo Compagni compagni dove le bandiere rosse, la falce e il martello insieme alle grandi scritte riportano l’attenzione sul rosso garibaldino già incontrato in apertura di mostra. Il tutto è ricondotto a un contesto nuovo, giovane, in una scattante dicotomia che caratterizza gli anni Sessanta, l’humus fertile che unirà l’Italia: dalla Capitale, Roma, a Torino e Milano che si profilano all’orizzonte come nuove città delle avanguardie. È in questo contesto che si colloca la figura di Schifano, punto di riferimento della Pop Art italiana. A lui si affiancano le poetiche di altri autori che utilizzano l’arte per leggere la cronaca e la politica, dalle provocazioni di Franco Angeli su simboli ideologici e manifestazioni di piazza, fino alle opere specchianti di Michelangelo Pistoletto dedicate ai grandi cortei dei Sessantotto, alle bandiere del mondo in Averroè di Giulio Paolini, vessillo premonitore del futuro mondo globale.

7. GEOGRAFIE POSSIBILI
L’Italia, sul volgere della metà degli anni Sessanta, si rispecchia su sé stessa in un confronto serrato tra ciò che ormai è diventato metafora e oggetto simbolico di un iter creativo eminentemente concettuale. È il caso dell’immagine italiana che nasce in questo contesto e si mantiene tutt’ora nella contemporaneità e che continua ad emergere come riferimento. Sono queste le geografie possibili che declinano i lavori radicalmente sperimentali di Alighiero Boetti, o le Italia di Luciano Fabro. È la radice della nuova contestazione: il lavoro perde la sua “consistenza” di oggetto per la visione e diviene oggetto per il pensiero. Si incontrano le nuove ricerche processuali, declinate da un lato nel carattere insieme arcaico e futuro della Margherita di fuoco (S. T.) di Kounellis, dall’altro nel pensiero torinese di Mario Merz, che rappresentano l’idea di lavoro artistico al di là di ogni ortodossia: nella sperimentazione dei materiali e delle tecniche, nell’apertura alla riflessione attraverso il tempo della storia e dell’arte, nella ricerca di una dimensione primaria.

7.bis PROGETTARE-PARTECIPARE: ECO
Realizzato nel 1974 in occasione del primo decennale dalla dissoluzione del Gruppo N, una delle più precoci e avanzate compagini di ricerca ottico-cinetica attiva nel nostro paese dalla fine degli anni Cinquanta, l’ambiente Eco di Alberto Biasi esprime uno dei concetti più eminentemente legati alla cultura italiana degli anni Sessanta: quello della partecipazione. Si tratta infatti di una installazione interattiva: un ambiente costituito da pannelli fotosensibili che catturano l’ombra di chi vi si accosta. I visitatori sono invitati a imprimere la silhouette del proprio corpo accostandolo alla parete sensibilizzata, sulla quale la persistenza temporanea dell’immagine permette di riconoscersi, ed eventualmente sovrapporsi con altri gesti o figure.

8. IMMAGINAZIONE AL POTERE
La fine del percorso vede un “cortocircuito” tra Mappa (1971-1973) di Alighiero Boetti e Tentativo di volo di Gino De Dominicis, una delle azioni tratte da Identifications di Gerry Schum (1970), che diventano l’eco e l’introduzione a un’Italia che parla un linguaggio internazionale e che mira a divenire un punto di riferimento anche al di fuori dei confini nazionali. Nella presenza concettuale di Un quadro, opera riallestita secondo un progetto ripensato per l’occasione da Giulio Paolini, così come nel grande Senza titolo di Pier Paolo Calzolari, dove è presente una piccola locomotiva che porta una bandiera rossa, nella grande Mappa di Boetti così come nelle opere fotografiche legate al proprio corpo di Giuseppe Penone, il concetto di “identità italiana” trova così una propria ridefinizione nel contesto internazionale, avviandosi con l’Arte Povera ad assumere una ritrovata centralità nelle nuova koiné internazionale fondata sulla processualità e la sperimentazione materiale e concettuale, evidente anche nel monumentale schermo di Fabio Mauri. In un percorso che la riallaccia fortemente e attivamente alla propria storia e alle proprie radici proprio in quel contesto del secondo dopoguerra che la mostra ha cercato di delineare.

La Redazione

Per maggiori informazioni sulla mostra, gli orari e i biglietti, è possibile consultare il sito di “Nascita di una Nazione, dal Dopoguerra al Sessantotto” a Palazzo Strozzi, qui.

In fotografia: Piero Manzoni, Merda d’artista, maggio 1961.

 

La Redazione

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