Antropologia, Cultura, Teoria
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Orientamento e disorientamento, l’appartenenza e l’incertezza nelle società contemporanee

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Essere a casa”, “sentirsi a casa”; “fai come se fossi a casa tua”, ma anche “padroni a casa nostra”, o “giocare in casa” sono espressioni legate da una certa somiglianza di famiglia. Dotate di grande profondità culturale, esse affondano in un campo semantico denso. In termini antropologici, la dicotomia fra “casa” e “campo” segna lo scarto differenziale da cui nasce il sapere sulla diversità culturale: a casa dominano i concetti “vicini all’esperienza”; sul campo dominano invece quelli lontani dall’esperienza. Si pensi allo spaesamento, la perdita di punti di riferimento consueti, caratteristica sensazione di chi viaggia; chi viaggia non riconosce più luoghi e forme (mentali o fisici) consueti, è costretto a forzare al limite della rottura gli strumenti concettuali di cui dispone per comprendere e quelli linguistici per descrivere.

Per Claude Lévi-Strauss lo spaesamento è la matrice di quello “sguardo da lontano” che produce conoscenza antropologica. Si pensi anche al metodo del “doppio sguardo” che percorre tutta la riflessione di Ernesto De Martino: esplicitare i nodi irrisolti che ostruiscono la piena consapevolezza di sé e della propria storia richiede “l’intelligenza delle culture ‘altre’, il porre in relazione la dimensione del ‘culturalmente alieno’ con la civiltà d’appartenenza dell’etnologo.

Ma la stessa dicotomia è anche matrice dello “shock culturale”, definito come il non sentirsi più a casa in nessun posto e che Ulf Hannerz ha presentato come emblema della condizione globale contemporanea. Ancora, “casa” come il centro del mondo a partire dal quale si tracciano le direzioni dell’agire, nel presente, e verso il futuro. Le dimensioni dello spazio e del tempo – e in certi casi quelle dell’umano e del sovraumano – si intersecano nel fissare i confini di “casa” e non è un caso che in così tanti posti nel mondo si ripete il paradigma del villaggio come il centro dell’universo il luogo del presente in cui convergono la memoria delle generazioni passate, inscritta in vari modi nelle case, nell’articolazione dello spazio, nei luoghi entro i quali le azioni hanno un senso culturale forte, un’autorità e un prestigio speciali, proprio in virtù di quell’ancoraggio spazio-temporale che crea i luoghi della memoria, e che conferisce senso culturale – potremmo dire anche identità e riconoscimento – alle persone. Di ciò che è “casa” conosco in profondità ogni aspetto; in rapporto a “casa” percepisco un profondo senso di appartenenza, che contribuisce in modo determinante alla costruzione / percezione del sé e alla costruzione / percezione dell’altro. “Casa” è dove si realizza una compenetrazione di soggetto e luogo; la stessa materia attraversa il soggetto che incorpora il luogo che abita, che pensa, che percepisce; in un modo che appare “naturale” quando si è a “casa”, ma non così quando si è “fuori casa”.

Forse è per questo che negli spazi “nuovi”, per esempio nei villaggi recenti costruiti lontano dai centri storici a Sumba, le parole hanno meno densità semantica, il prestigio e l’autorità dei “capi” viene meno, le azioni rituali non hanno la stessa efficacia, insomma, la vita perde il centro. Lo stesso accade alle persone che a causa di una calamità naturale, un terremoto, si vedono costrette a reinsediarsi e a abbandonare i luoghi del centro storico dei paesi e delle città. Il caso de L’Aquila è emblematico di una dinamica frequente. Analoga deprivazione subiscono i migranti, persone che devono abbandonare “casa” per salvare la loro vita, alla ricerca di una possibile vita altrove.

Orientamento e disorientamento quindi si generano in rapporto allo spazio, alla capacità di leggere lo spazio, e al tempo, alla capacità di legare il presente all’indietro. Alla capacità di produrre e riprodurre la struttura connettiva che lega a una catena temporale e a una rete spaziale gli individui, e fa da collante sociale. Sono molte le modalità culturali mediante cui gli uomini alimentano tali collanti, alcune fugaci, come l’emozione che attraversa la massa di persone che ascoltano un concerto dal vivo in un grande stadio, o come la massa che inneggia alla propria squadra di calcio; altre più durature, come i movimenti sociali che si mobilitano per uno scopo collettivo, o come le grandi cerimonie commemorative che gli stati nazione producono con frequenza proporzionale alla loro debolezza. Da questo punto di vista, le società appaiono come “distributrici di senso di appartenenza” che, in relazione al tema qui affrontato, è strettamente collegato all’etnografia dell’incertezza, se pensiamo che l’attaccamento emotivo e razionale che una società crea è conseguenza della sua capacità di generare speranza, di alimentare la capacità di aspirare, quindi di guardare costruttivamente al futuro, dei propri cittadini.

Misurare il senso di appartenenza esula dagli intenti di questo scritto. Mi interessa articolare una riflessione di macro-antropologia, per così dire; i miei dati etnografici sono tre fatti attuali, che hanno avuto più o meno risonanza mediatica e che, sulla base del paradigma indiziario, considero degli indici, delle spie, tramite cui delineare un percorso che da tre microcontesti contemporanei porti verso cornici culturali globali più ampie.

I giovani terroristi che negli ultimissimi anni hanno attaccato loro concittadini in molte città europee, città che per molti di noi, per me, sono “casa”, costituiscono una di queste tracce. È un dato molto problematico. Persone che escono, vanno a cena o in un bar o a un concerto, vanno in giro per strade e luoghi familiari, secondo uno stile di vita ormai consueto, e vengono prese a fucilate o assalite con dei coltelli, oppure investite da un camion. Persone che vanno allo stadio, a vedere un incontro di calcio, e esplodono. Ragazzi, per lo più. Come sono ragazzi quelli che escono con un mitra nascosto da qualche parte addosso al loro corpo e, carichi di esplosivo, sapendo già che quella sarà la loro ultima camminata, raggiungono il loro obiettivo, e sparano. Con calma, hanno riferito i testimoni, senza panico. Puntano e sparano, ricaricano, puntano e sparano di nuovo. A caso. In tutte le direzioni. Per uccidere più persone possibile. Secondo un copione già scritto. Ripetendo lo slogan già noto che invoca una divinità e che dovrebbe dare un senso alla loro azione. Che dà, per loro, un senso a quell’azione, anzi, a quell’immolazione. Perché poi, come sempre è accaduto, quando non possono fare altro, uccidere ancora altre persone, si fanno esplodere. Tutti morti. Questo è l’epilogo.

I luoghi della socialità, dell’incontro, della convivialità, dell’interazione, della vita, vengono negati in modo totale, assoluto.

Quale significato c’è, se c’è, in tutto questo? Ci sono fiumi di inchiostro dedicati al terrorismo suicida, da parte di esperti, studiosi, e meno esperti, giornalisti e politici. È una punizione contro gli infedeli? È una vendetta per gli interventi militari? È la reazione di disperati senza nulla da perdere se non un’esistenza sbandata e senza valori? Non lo so. Il dato che mi interessa sottolineare è che per lo più i ragazzi che compiono queste immolazioni devastanti sono nati in Europa, sono dentro le città europee, hanno vissuto nelle nostre città, come Parigi, Londra, Manchester, Berlino, che per me sono “casa”, e che sono anche le loro, o che, meglio, noi pensiamo che dovrebbero essere anche le loro. Perché così non è, evidentemente. Evidentemente per loro Parigi non è casa. Anche se ci sono nati e cresciuti, non è diventata la loro casa, il loro luogo di vita, il luogo entro cui pensare un futuro.

È questa la prima spia da seguire. Domandarci perché quelle che per noi sono le nostre città, i luoghi della nostra vita, per tanti altri non lo sono, inspiegabilmente, insensatamente, sono i luoghi della morte, della nostra, e della loro. Constatare che, evidentemente, il meccanismo della distribuzione di senso di appartenenza si inceppa.

Vincenzo Matera

Questo capitolo è il primo di cinque capitoli dell’articolo completo che trovate qui: MATERA, Vincenzo. Etnografia dell’incertezza: l’incapacità di pensare il futuro come assenza (culturale). EtnoAntropologia, [S.l.], v. 5, n. 1, p. 7-20, lug. 2017. ISSN 2284-0176. Licenza: CC By.

Il primo capitolo “Orientamento e disorientamento, l’appartenenza e l’incertezza nelle società contemporanee” è disponibile qui.

Il secondo capitolo “Ordine, direzione e stabilità nell’Età dell’Incertezza” è disponibile qui.

Il terzo capitolo “Il paradigma dell’incertezza” è disponibile qui.

Il quarto capitolo “Vivere insieme nella diversità: il tunnel dal quale manca il progetto politico per uscire” è disponibile qui.

Il quinto capitolo “L’ospitalità, un valore che sta scomparendo” è disponibile qui.

In fotografia, Trieste Upside Down di Bernardo Ricci Armani, Trieste, 2016. Photographingaround.me

Vincenzo Matera