Pubblicato il 16 Apr 2018

Ordine, direzione e stabilità nell’Età dell’Incertezza

di Vincenzo Matera

Perdersi rispetto a “casa” rende stranieri, distratti, ostili; fuori luogo e spaesati. Ci si perde sapendo o sperando che sarà la premessa di un nuovo orientamento; ci si perde rispetto al luogo in cui si abita, e a condizione che quel luogo sia ben definito e che chi lo abita sia consapevole delle proprie pratiche dell’abitare; ma se a venir meno è la capacità stessa di abitare, la capacità culturale di “stare” nei luoghi, che significato assume il perdersi?

Due considerazioni ci possono guidare: i viaggi dell’umanità contemporanea (migrazioni, diaspore, turismo) sono premessa alla conoscenza dei luoghi di arrivo, come è o ritiene di essere il viaggio etnografico, o piuttosto strumentalizzazioni di un disorientamento che non prelude a alcunché?

E ancora: l’identità è possibile solo nel dialogo con l’altro; nell’attuale congiuntura, connotata dal contatto ravvicinato fra diversità culturali, quale spazio ha la dialettica del confronto? L’autocelebrazione dei propri valori, delle proprie libertà, della propria razionalità, tutti interni all’Occidente, da sola non basta più; appare come un momento effimero di “distribuzione di appartenenza”, sostenuto dalla spinta emotiva, destinato a esaurirsi fino alla tragedia successiva, privo di una finalità, privo di un orizzonte collettivo da realizzare, dentro una società ridotta a un grande mercato in cui ognuno negozia come meglio può e crede la propria via prevalentemente attraverso azioni di consumo. I processi di identificazione si riducono a questo: compro, o, meglio, consumo, dunque sono. Esistenze “puntinizzate” nel presente, frenetiche, senza memoria, senza progetto. Esistenze incerte.

Se pensiamo che gli uomini hanno bisogno di “ordine, direzione, stabilità”, l’etnografia dell’incertezza si realizza allora nel tentativo di cogliere le forme che tale dimensione assume nella vita quotidiana, e di collegarla a tratti più ampi del contesto storico.

L’idea dell’incertezza come chiave di lettura, come un apparato concettuale che consente di analizzare le abilità che le persone attivano per ridurre l’imprevedibilità e mettere ordine nella loro vita non è nuova per gli antropologi, specie nell’ambito dell’antropologia africanista; una quotidianità pervasa da senso di vulnerabilità, da ansia continua, da un’altalena di speranza (attesa) e delusione, a volte spinge all’arte del “navigare a vista”, dell’improvvisazione, dell’arrangiare o dell’arrangiarsi come modalità di tenere insieme faticosamente e senza eccessivi slanci in avanti una vita – la propria ma anche quella delle persone vicine.

Il paradigma dell’incertezza porta un articolato insieme di concetti ai quali ricondurre azioni, reazioni, logiche, comportamenti: insicurezza; indeterminatezza; rischio; ambiguità; ambivalenza; opacità; oscurità (brancolo nel buio); invisibilità; mistero; dubbio; scetticismo; occasione; possibilità; speranza; ipotesi.

Oggi le persone un po’ ovunque vivono profondi cambiamenti: di grande portata, come la fine del bipolarismo; la fine di tradizionali opposizioni (destra / sinistra) in grado di orientare la percezione del campo politico e ideologico; la perdita delle sovranità nazionali e la riorganizzazione delle politiche interne di protezione sociale, di assistenza e di welfare; le trasformazioni demografiche; la riorganizzazione del lavoro…

A questo si aggiungono gli effetti dei fenomeni di mobilità e di traffico culturale: i flussi culturali globali provocano disagio esistenziale e materiale, perdite cognitive e identitarie.

Dalla mia prospettiva, entro una cornice antropologica, ritengo che si possa legare la dimensione dell’incertezza invalsa da qualche tempo anche nelle società occidentali contemporanee, a un aumento dell’indeterminato come prodotto delle grandi e piccole trasformazioni che incidono nelle istituzioni, nelle strutture sociali; rovesciando i termini, individuo un venire meno dell’efficacia del processo sociale complessivo di progressiva contestualizzazione degli individui, mediante cui si realizza quella acquisizione delle risorse culturali e della competenza indispensabile per muoversi in modo culturalmente sensato nello spazio sociale, necessaria per percepire che la propria esistenza ha un ordine, una direzione, una stabilità. Penso questo processo in termini di progressiva riduzione dell’indeterminatezza. Il nucleo tematico della mia riflessione si estende quindi tra l’incertezza del futuro e l’indeterminatezza (l’espandersi sociale di un senso di indeterminato).

Vincenzo Matera

Questo capitolo è il secondo di cinque capitoli dell’articolo completo che trovate qui: MATERA, Vincenzo. Etnografia dell’incertezza: l’incapacità di pensare il futuro come assenza (culturale). EtnoAntropologia, [S.l.], v. 5, n. 1, p. 7-20, lug. 2017. ISSN 2284-0176. Licenza: CC By.

Il primo capitolo “Orientamento e disorientamento, l’appartenenza e l’incertezza nelle società contemporanee” è disponibile qui.

Il secondo capitolo “Ordine, direzione e stabilità nell’Età dell’Incertezza” è disponibile qui.

Il terzo capitolo “Il paradigma dell’incertezza” è disponibile qui.

Il quarto capitolo “Vivere insieme nella diversità: il tunnel dal quale manca il progetto politico per uscire” è disponibile qui.

Il quinto capitolo “L’ospitalità, un valore che sta scomparendo” è disponibile qui.

In fotografia My Next Destination di Bernardo Ricci Armani, Cape Town, 2009. Photographingaround.me.

By |2018-04-16T12:00:06+00:0016 Apr 2018|Antropologia, Cultura|

Un commento

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