Pubblicato il 18 Aprile 2018

Come districarsi nel mondo della troppa “informazione” ?

di Melissa Pignatelli

L’ambiente che ci circonda è sempre più costituito dalla comunicazione: fotografie, frasi, messaggi, post, articoli, link, cose da leggere, da riguardare, da verificare, informazioni sulle quali rimanere aggiornati da smartphone, tablet, telefoni, televisioni e computer sempre più portatili  compongono il nostro ecosistema quotidiano. La quantità di informazioni che compongono la sfera pubblica di oggi, diversamente articolata da social media, internet, televisione, radio nelle varie forme di streaming e on-demand affollano il nostro tempo.

Da questa massa d’informazioni dovremmo riuscire a formarci quelle opinioni, pensieri, giudizi che vanno a formare l’opinione pubblica del nostro paese ma che fatichiamo a mettere a fuoco sia per la quantità di testi da leggere, sia per le posizioni parziali e faziose che intercettano la nostra attenzione. Di tutto questo ci rendiamo conto quando, sulle informazioni specifiche, dobbiamo prendere decisioni importanti, ad esempio per esercitare il nostro diritto di voto. Questo saggio a cura di Gianluca Gardini e Pina Lalli, Per un’etica dell’informazione e della comunicazione. Giornalismo, radiotelevisione, new media, comunicazione pubblica, (FrancoAngeli Editore, 2009), è utile per prendere coscienza della complessità del mondo della comunicazione nel quale siamo completamente immersi.

I media veicolano informazioni, aiutano a interpretare le dinamiche della società contemporanea, e soprattutto, dettano l’agenda dei problemi e orientano le opinioni dei cittadini. Alla conoscenza diretta di ciò che ci circonda si aggiunge una conoscenza mediata di avvenimenti difficile da controllare e verificare di persona. Inoltre, i mezzi di comunicazione di massa assicurano maggiore visibilità alle procedure decisionali e alle figure pubbliche: ciò aumenta sia il loro potere sia la loro responsabilità nei confronti dei cittadini.

La “discussione pubblica”, nell’accezione ampia del termine, si è in gran parte trasferita dai luoghi tradizionali di incontro, come le piazze, i caffè e le assemblee e le arene mediatiche. Per svolgere eticamente la propria funzione, i mezzi di comunicazione di massa dovrebbero idealmente garantire informazioni complete, imparziali, varie, attendibili. Occorrerebbe quindi assicurare ai cittadini l’accesso a informazioni di diversa provenienza, al fine di permettere un vero dibattito tra fonti differenziate che, in modo aperto, si contendano le notizie da sottoporre al giudizio collettivo, e non il predominio o il monopolio del mercato dell’informazione.

Occorrerebbe offrire varietà di contenuti, in grado di soddisfare i multiformi interessi presenti nella società. Allo stesso tempo, occorrerebbe prevedere i meccanismi trasparenti che consentano di verificare l’indipendenza effettiva dei media o, comunque, di comprenderne gli eventuali condizionamenti. Autori critici come Pierre Bourdieu, per esempio, denunciano il rischio che “l’opinione pubblica non esista”, se non come artefatto costruito dalle classi dominanti, che tendono a giustificare la propria collocazione, servendosi appunto dei media come agenti di influenza diretta o indiretta.

Pur prendendo spunto dagli studi condotti in tale ambito, la finalità di questo volume non è riproporre il dibattito sui complessi effetti dei mezzi di comunicazione di massa nella formazione delle opinioni all’interno delle società democratiche. Le considerazioni della funzione sociale dei medi servono solo per introdurre la questione che qui sta a cuore: chi opera oggi nel campo dell’informazione e della comunicazione istituzionale ha una precisa responsabilità collettiva, che si collega direttamente all’etica pubblica.

Le attività di informazione e comunicazione rivestono ormai un ruolo tale da coinvolgere la dimensione etica in modo sempre più esplicito, agendo sul funzionamento stesso della sfera pubblica, ossia quello spazio di dibattito il più possibile libero da restrizioni e interessi privati, che collega gli uni agli altri mediante argomentazioni e progettualità comuni. La sfera pubblica è parte del regno “privato”, in quanto costituita da privati cittadini, e vive separatamente sia dall’autorità pubblica, sia dal mercato: si definisce “pubblica” non quanto imputabile alle istituzioni, ma perché resa tale da un ruolo attivo del pubblico e dalla sua accessibilità a tutti. Nella democrazia moderna la trasparenza istituzionale e dei processi politici, la genuinità del voto, il libero dibattito sui temi collettivi dipendono sempre di più dal livello di pluralismo, completezza e affidabilità che l’informazione e la comunicazione sono in grado di offrire al cittadino.

È irrealistico pensare che i mezzi di comunicazione, pubblici e privati, possano essere totalmente impermeabili all’influenza dei governi e dei poteri economici, ma altrettanto irrealistico credere che la sfera pubblica democratica possa funzionare senza il contributo dei media.

E’ dunque solo con una maggiore consapevolezza del mondo in cui siamo ormai immersi, e con una seria presa di coscienza dell’invasività dell’iper-comunicazione dei nostri giorni, che possiamo riuscire a formarci una “nostra” opinione.

Melissa Pignatelli

In fotografia: Paolo Icaro, Percorso neuronale, Question, 2014, piombo, sezione quadra cm.40x130x46, comparso su Rivista Segno.

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