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Le difficoltà del capo sovrano di assicurare la stabilità, secondo Thomas Hobbes

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Nel 1651, gli sconvolgimenti istituzionali che colpirono la monarchia inglese e la guerra civile che ne scaturì stimolarono il filosofo Thomas Hobbes a riflettere sul ruolo e sui fondamenti dello Stato, declinato sia come monarchia, che aristocrazia o democrazia. Nella sua opera più famosa, Il Leviatano (titolo completo Il Leviatano o la materia, la forma e il potere di uno Stato ecclesiastico e civile), il filosofo raffigura lo Stato come un “uomo artificiale” prodotto dall’uomo naturale al momento dell’accettazione del patto che sancisce l’uscita dello stato di natura, quella condizione di vita in cui l’uomo naturale è massimamente libero ma al contempo costantemente in pericolo di morte. Allo Stato viene conferita parte della libertà, e quindi del potere naturale dell’uomo, in modo tale che esso assicuri la stabilità, la sicurezza ma soprattutto la pace.

In quanto uomo, lo Stato si configura come un corpo politico diviso in numerose articolazioni e organi, ma con un unico capo. Proprio su di esso, sia che sia composto da un unico uomo o da un’assemblea, ricade il compito ultimo di assicurare la pace, unica condizione nella quale l’insieme dei sudditi o cittadini può effettivamente prosperare sia a livello sociale, culturale, intellettuale che, sopratutto, economico.

Sembra quindi utile rileggere il Capitolo XXX del trattato, nel quale il filosofo traccia implicitamente nell’enumerazione dei compiti del rappresentante sovrano le conseguenze e le difficoltà dell’indebolimento di quel patto che istituisce l’autorità dello Stato, o l’autorità di un organo politico-amministrativo su una moltitudine di soggetti fino a quel momento autonomi o indipendenti.

«Il compito del sovrano (sia egli un monarca o un’assemblea) consiste nel fine per cui gli è stato affidato il potere sovrano e cioè procurare la sicurezza del popolo, alla qual cosa è obbligato dalla legge di natura e di ciò deve rendere conto a Dio, autore della legge, e a nessun altro oltre a lui. Ma per sicurezza non si intende qui la mera conservazione della vita, bensì anche tutte le soddisfazioni che ognuno acquisirà nel corso di essa con attività legittime e senza pericolo o danno per lo stato.

Inoltre (per scendere nei particolari), bisogna per prima cosa insegnare al popolo che non deve amare le forme di governo che vede nelle nazioni più vicine più di quanto non ami la propria né deve desiderare di cambiarla (qualunque tipo di prosperità possa osservare in quel momento nelle nazioni governate in modo diverso dalla sua).

Infatti, la prosperità di un popolo governato da un’assemblea aristocratica o democratica, non viene né dall’aristocrazia né dalla democrazia, ma dall’obbedienza e dalla concordia  dei sudditi e neppure in una monarchia il popolo prospera perché un uomo ha il diritto di governarlo, ma perché esso gli obbedisce. Togli l’obbedienza (e di conseguenza la concordia del popolo) in ogni genere di stato  e non solo non prospererà, ma si dissolverà in breve tempo.

E quelli che si avvicinano alla disobbedienza esclusivamente per riformare lo stato, vedranno che in questo modo lo distruggono, come nella favola delle figlie sciocche di Peleo, che, desiderando rinnovare la giovinezza del loro padre decrepito, su consiglio di Medea, lo fecero a pezzi e lo bollirono insieme ad erbe strane, ma non fecero un uomo nuovo.

In secondo luogo, bisogna insegnare ai sudditi che non devono lasciarsi trasportare dall’ammirazione di qualche con-suddito – per quanto questi possa occupare un posizione elevata o possa spiccare molto all’interno dello stato – o di qualche assemblea (eccetto quella sovrana) fino al punto da riservare loro un’obbedienza e degli onori appropriati solo nei confronti di quel sovrano che essi rappresentano (nei loro settori particolari). E non devono neppure farsi influenzare da essi, a meno che, attraverso di essi, non agisca l’autorità sovrana.

Terzo in conseguenza di questo dovrebbero essere informati di che grave colpa sia parlare male del rappresentante sovrano (sia esso un uomo o un’assemblea di uomini) o metterne in discussione e contestarne il potere oppure fare un uso irriverente del suo nome, che possa portargli il disprezzo del popolo e ridurne l’obbedienza (nella quale consiste la sicurezza dello stato). »

Hobbes quindi, avendo capito le debolezze degli uomini, suggerisce di confidare nello Stato da essi legittimamente costituito per vegliare e proteggere, al bisogno, il loro stesso operato.

Barbara Palla

Fonte: Thomas Hobbes, Il Leviatano, testo inglese e testo latino a fronte, a cura di Raffaella Santi, Bompiani, 2004.

Barbara Palla

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