Antropologia, Cultura
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“I frutti puri impazziscono”: la metafora della purezza culturale (che non esiste)

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Secondo gli specialisti dello studio della cultura nel suo più ampio senso, gli antropologi culturali, parlare di “purezza” culturale non ha proprio senso. In parole semplici, il punto è che nel flusso della vita qualcosa si perde e qualcosa si crea sempre: chiudere le identità in recinti ermetici non potrà che soffocarle, o farle impazzire.

James Clifford scrive il saggio I frutti puri impazziscono nel 1988 con l’obiettivo di fondo “di mettere in dubbio ogni regime di autenticità” a sostegno della tesi che “l’identità, in senso etnografico, non possa essere che mista, relazionale e inventiva”.

Più avanti nell’introduzione al suo ormai celebre lavoro, Clifford ricorda che “qualsiasi perseguimento di una terra promessa, qualsiasi ritorno a sorgenti originarie o recupero di una tradizione genuina implica discutibili atti di purificazione. Tale pretese di purezza sono in ogni caso sempre minate dal bisogno di inscenare autenticità in contrapposizione ad alternative esterne. […] Se l’autenticità è relazionale, non può darsi essenza se non come una invenzione politica e culturale, una tattica locale”.

Clifford aveva preso spunto da una poesia del 1920 di un giovane medico, Williams Carlos Williams, che nel 1923 aveva pubblicato un saggio dada sull’immaginazione nel quale emergeva la sua perplessità davanti ad un mondo in costante cambiamento. Alle condizioni di sradicamento e d’instabilità che si generavano in un mondo sempre più interconnesso Elsie, simboleggiava a un tempo una disgregazione culturale e un futuro collettivo, ma da lei sola si intuiva la strada per andare avanti. Riportiamo qualche passaggio della poesia:

“I frutti puri d’America
impazziscono –
gente di montagna del Kentucky
o del frastagliato limite nord del Jersey

con i suoi laghi solitari e
le valli, i suoi sordomuti, i ladri
i nomi antichi
e la promiscuità tra uomini spavaldi, nomadi della
strada ferrata
per schietta brama di avventura –
e giovani sciatte, immerse
nel sudiciume
dal lunedì al sabato
per essere agghindate quella notte
con fronzoli
usciti da fantasie senza
tradizione contadina che dia loro
carattere”

[…]

Prosegue la lunga poesia con l’emergere di una figura femminile di matriarcale e paleolitica memoria ma sciatta e leggera, nata da un’unione con una goccia di sangue indiano, una Elsie dai grandi goffi fianchi e dal seno pesante, che, offrendosi a ricchi giovanotti dai begli occhi, fa scaturire la verità su di noi, sviliti prigionieri che inseguiamo idee come cervi in un campo di grano.

“E’ solo a frammenti isolati che
qualcosa
viene fuori

Nessuno
per testimoniare
e riparare, nessuno per guidare la macchina”.

Niente di puro, niente di fisso, niente di certo: tutto da creare e ricreare, generare e rigenerare nel flusso che dal paleolitico della Venere di Willendorf ci porta fino a Elsie.

Melissa Pignatelli

James Clifford, I frutti puri impazziscono, 1988, traduzione italiana Bollati Boringhieri, Torino, 1993.

Immagine: Venere di Willendorf conservata al Naturhistorisches Museum,  Vienna.

Melissa Pignatelli

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