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L’aiuto umanitario e l’integrazione dei migranti, l’analisi di Barbara Harrell-Bond

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Come si può aiutare efficacemente i rifugiati nel processo di integrazione nella società di accoglienza? Da questa complessa, e quantomai attuale, domanda si muove l’analisi dell’antropologa britannica, nonché fondatrice del Centro per gli Studi sui Rifugiati dell’Università di Oxford, Barbara Harrell-Bond raccolta e lungamente argomentata nel saggio Imposing Aid: Emergency Assistance to Refugees (“Imporre l’aiuto: Assistenza di Emergenza per i Rifugiati”, Oxford University Press, 1986).

Nella sua analisi, la Harrell-Bond prende in considerazione tre “soluzioni durevoli” alla questione dei rifugiati proposte dall’UNHCR (Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite), e le rilegge alla luce della sua esperienza di campo maturata negli anni ’80 in Sudan presso i campi dei profughi dell’Uganda. Tra le tre soluzioni, ovvero il rimpatrio volontario, il ricollocamento in uno Stato terzo e l’integrazione nello Stato di accoglienza del flusso migratorio, l’antropologa prende in esame l’ultima  e ne mette in luce le criticità e le complessità.

L’obiettivo dei programmi di aiuto, per come interpretato dalle agenzie umanitarie internazionali, è di portare i rifugiati ad essere autosufficienti, ovvero ad essere in quella condizione socio-economica per cui non si ha più bisogno di ricevere aiuto. Il percorso verso l’autosufficienza però, come tenta di dimostrare la Harrell-Bond, è reso più difficile dallo stesso sistema di accoglienza e di aiuto gestito dai governi e dalle organizzazioni umanitarie.

Le difficoltà si trovano, da un lato, nell’assenza di pratiche partcipative, ovvero i rifugiati non possono agire attivamente nel proprio processo di integrazione o provvedere a loro stessi, ma sono costretti ad assumere una posizione di subalternità rispetto ai donatori/distributori di aiuto. Dall’altro, le stesse agenzie internazionali, con le loro esigenze, nel rapporto che stabiliscono con il governo di accoglienza e attraverso le strutture che costruiscono per contenere i rifugiati pongono degli ostacoli all’integrazione.

“Un’ipotesi condivisa sia dai governi dei paesi di accoglienza sia dalle agenzie di aiuto umanitario è che i rifugiati costituiscono un problema, un peso, invece di un’opportunità economica. Coloro che stanno all’esterno vedono i rifugiati africani come persone indifese, persone che necessitano di un piano di aiuto proveniente dall’esterno. Questa ipotesi è la pietra angolare di tutte le richieste di finanziamenti.

Per attrarre questi finanziamenti, i rifugiati devono essere visibili. È difficile contare il numero dei rifugiati che si sono inseriti autonomamente nella società, e anche se fosse possibile identificarli le politiche della maggior parte delle agenzie umanitarie sono talmente inflessibili da impedire l’approvazione di un programma per assistere una popolazione mirata già mescolata, integrata con la comunità locale. Data la natura dell’aiuto internazionale, è impossibile per i governi dei paesi di accoglienza convincere altri governi donatori a spendere allocazoni stanziate per l’assistenza ai rifugiati nell’espansione delle infrastrutture sociale ed economica per far fronte al cambiamento demografico. […]

 Le agenzie umanitarie danno per scontato che i rifugiati richiedano aiuto e presuppongono che l’assistenza materiale debba venire dall’esterno del paese di accoglienza. Inoltre, esiste una convinzione generalizzata che lasciati a loro stessi, i rifugiati rimarranno dipendenti dall’aiuto, e che siano quindi gli stranieri (donatori di aiuto) a renderli self-supporting. Il miglior modo per fare ciò, si ritene, sia radunarli in campi dove possono essere gestiti.”

In breve, quindi, l’aiuto che viene imposto dall’esterno non solo rende inefficace il sistema di accoglienza, ma contribuisce a considerare i rifugiati solo come persone da assistere invece di trasformarli in risorse autosufficienti e utili per i paesi in cui risiedono.

Queste considerazioni sono ancora oggi utili da leggere, o rileggere, alla luce del cambiamento dei flussi migratori, della loro natura trans-continentale, dall’Africa verso l’Europa, e della necessità che ne deriva di integrare un numero crescente di persone.

Barbara Palla

In fotografia: i giocatori della squadra nazionale di calcio della Francia 2018 © Fédération Française de Football

Barbara Palla

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