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Il lato oscuro della globalizzazzione

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I testi del 2001-2002 di Arjun Appaduraj e pubblicati da Meltemi Editore nel 2017 dipingono ed interpretano con chiarezza dei fatti che oggi vibrano sotto gli occhi di tutti: democrazie cannibalizzate da violenza verbale, propaganda intrecciata con comunicazione quotidiana, debolezze di ognuno sfruttate a favore di discorsi totalitari, incertezze alimentate a fini politici con scopi finali invero poco trasparenti, grandi movimenti di popolazione strumentalizzati da interessi poco chiari, ritorno dell’assuefazione alla violenza fisica, ripristino dei reati tortura, perpetrazione quasi ludica della violenza fisica senza più distinzione tra uomini, donne, bambini, civili, militari, legittimazione dei discorsi xenofobi e razzisti; insomma un quadro generale d’intolleranza verso “piccole differenze” certamente non degno di paesi che si vogliono eredi “civilizzati” di un mondo forgiato dal sogno Illuminista.

Come siamo arrivati fin qui? Come siamo arrivati ad avere un così alto grado di violenza nell’epoca di quella globalizzazione che doveva rendere tutto più semplice, più rapido e più accessibile a tutti? Come siamo arrivati a questo lato così oscuro della globalizzazzione?

Sempre fedeli alla linea di questo giornale online  (che ritiene più utile riproporre pezzi di riflessione e saggi di chi ha studiato fenomeni a lungo piuttosto che aggiungere commenti) proseguiamo la lettura di Sicuri da Morire, un compendio di scritti antropologici sulla violenza come fenomeno principale ed inaspettato della globalizzazzione.

Rileggiamo dunque dei passaggi del testo di Appaduraj (testo integrale da leggere qui) :

“Perché un decennio caratterizzato dal sostegno generalizzato per l’apertura dei mercati, la libertà di movimento dei capitali finanziari e le idee liberali di regime costituzionale, buon governo e libera espansione dei diritti umani ha prodotto da un lato così tanti esempi di pulizia etnica e dall’altro forme così estreme di violenza politica contro le popolazioni civili (un buon modo per definire la tattica terrorista)?

Per riuscire a comprendere in modo più articolato come la globalizzazione si intersechi con la pulizia etnica e il terrore, ritengo utile partire da una serie di idee interrelate. Il primo passo consiste nel riconoscere che dietro l’idea stessa di Stato nazionale si nasconde un concetto essenziale e pericoloso: quello di ethnos nazionale. Nessuna nazione moderna, per quanto benevolo possa essere il suo sistema politico e per quanto nette siano le sue dichiarazioni pubbliche sui valori della tolleranza, del multiculturalismo e dell’inclusione, si sottrae completamente alla convinzione che la sua sovranità nazionale si basi su una qualche forma di genio etnico.

Diversi studi hanno posto in evidenza come l’idea di un ethos nazionale specifico, lungi dall’essere espressione naturale di questo o quel luogo, venga invece generata e naturalizzata con grande sforzo, grazie alla retorica della guerra e del sacrificio, attraverso discipline vessatorie di uniformazione educativa e linguistica, e attraverso la soppressione di una miriade di tradizioni locali e regionali, al fine di produrre indiani, francesi, bretoni o indonesiani (Anderson 1991; Scott 1998; Weber 1976). Alcuni dei nostri maggiori teorici della politica, in modo particolare Hannah Arendt (1951), hanno inoltre fatto notare che l’idea di popolo nazionale costituisce il tallone d’Achille delle moderne società liberali.

Nell’argomentazione che sviluppo in questo volume, prendo lo spunto dalle idee di Mary Douglas (e di molti altri antropologi) per suggerire che la strada che conduce dal genio etnico a una cosmologia totalizzante della sacralità nazionale, fino alla purezza e alla pulizia etnica, è sostanzialmente un percorso in linea retta. Alcuni sostengono che un simile rischio riguarderebbe solo quelle comunità moderne che, erroneamente, hanno posto il sangue al centro della loro ideologia nazionale, ma a ciò si può ribattere che nazione e sangue, in tutto il mondo, sembrano intrecciarsi in un abbraccio ben più saldo e generalizzato.

L’incertezza sociale può suscitare progetti di pulizia etnica che, nella prassi, sono assieme vivisezionisti e verificazionisti: vanno cioè alla caccia dell’incertezza smembrando il corpo ambiguo, il corpo del sospetto. Sostengo inoltre che questa specie di incertezza sia intimamente legata al dato di fatto che i gruppi etnici odierni si contano a centinaia di migliaia, e che i loro spostamenti, le commistioni, gli stili culturali e le rappresentazioni dei media suscitano profondi dubbi su chi esattamente possa essere conteggiato nel “noi” e chi invece nel “loro”. In questo quadro, alcuni principi e pratiche del moderno Stato nazionale – l’idea di un territorio sovrano e certo, di una popolazione contenibile e quantificabile, di un censimento attendibile, e il sogno di categorie di appartenenza stabili e trasparenti – vengono messi in discussione nei modi più svariati nell’epoca della globalizzazione, per ragioni che vengono esplorate nei prossimi capitoli. Soprattutto, la fluidità globale della ricchezza, degli armamenti, degli individui e delle immagini – fluidità che ho descritto nel mio libro precedente, Modernità in polvere (Appadurai 1996) – pone radicalmente in discussione la certezza che popoli distinti e riconoscibili si sviluppino su territori nazionali ben definiti da essi controllati.

Tutte le nazioni, in determinate condizioni, pretendono corpose trasfusioni, esigendo solitamente il versamento di una parte del loro stesso sangue. In parole semplici, anche se nel corso della storia umana la linea tra “noi” e “loro” è sempre stata sfumata lungo i confini e confusa in caso di vasti territori e grandi numeri, la globalizzazione esaspera queste incertezze e produce un nuovo impulso alla purificazione culturale, mano a mano che un numero crescente di nazioni perde l’illusione della sovranità economica nazionale o del benessere”.

Illusione perdute e sogni che diventano incubi: una realtà che la rilettura della storia e dei filosofi contemporanei dovrebbero averci messo in guardia dal ri-produrre. Ma proseguiremo comunque la settimana prossima con un altro approfondimento utile a capire la società che ci circonda ed i suoi cambiamenti.

Melissa Pignatelli 

Testo citato: Arjun Appaduraj, Sicuri da Morire, Meltemi Editore, 2017.

Fotografia: Bernardo Ricci- Armani, Giappone di notte, 2010, PhotographingAround.me. 

Melissa Pignatelli

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