Pubblicato il 21 Novembre 2018

Naufraghi senza volto. Restituire l’identità ai morti nel Mediterraneo

di Barbara Palla

L’analisi degli attraversamenti illegali in provenienza dal Nord Africa è spesso un resoconto asettico di numeri distinti tra vivi e morti, salvati e affogati. Il sistema di accoglienza nazionale e le organizzazioni internazionali si interessano dei vivi, mentre dei migranti morti non si occupa nessuno, o quasi. L’utile libro Naufraghi senza volto, dare un nome alle vittime del Mediterraneo (Raffaello Cortina editore, 2018, pp. 198) scritto da Cristina Cattaneo racconta il grande impegno scientifico e umano di antropologi, anatomopatologi e medici legali italiani del Laboratorio di Antropologia e Odontoiatria Forense dell’Università di Milano, impegnati dal 2013 nel restituire un’identità, e in qualche modo un’umanità, ai morti nel Mediterraneo.

Il percorso per arrivare a “dare un nome” alle vittime, come si legge nel libro, è stato molto lungo e articolato. È iniziato scontrandosi con un sentimento di indifferenza generale nei confronti di morti dalla pelle e dalla cultura diverse, di morti di altre realtà; ma in realtà la sensazione diffusa era più che quei morti non fossero di nessuno. I loro paesi di origine non li avrebbero cercati o identificati, mentre nei paesi di arrivo l’emergenza e la pressione dei migranti vivi era talmente forte che non c’erano risorse per dare dignità ai morti.

Con la tragedia di Lampedusa però questo sentimento è cambiato: di fronte alla morte per annegamento di 368 persone il 3 ottobre 2013,  si diffuse nell’opinione pubblica il sentimento che quei morti fossero da considerarsi come dei “nostri morti”. L’emozione suscitata da quella tragedia rese perciò imperativo tentare di restituire l’identità ai morti.

Identificare i morti è stata una sfida tanto dal punto di vista scientifico quanto da quello emotivo. Per raccogliere i dati è stato necessario creare nuove sinergie tra organi istituzionali e i ricercatori universitari, nuove categorie di catalogazione, nuovi database dove inserire le scarse informazioni derivanti dall’analisi dei corpi, le fotografie e gli effetti personali. Proprio a questi ultimi, l’antropologa dedica molta attenzione: nelle tasche, nelle borse e negli zaini dei morti sono conservate tracce della loro umanità. Dagli ultimi appunti presi sull’agenda, dai fogli e dai libri gelosamente conservati si riescono a ricostruire gli ultimi giorni di vita, si intuisce la lingua parlata, si arriva a scoprire il paese d’origine.

Un puzzle di pezzi di umanità che ridona un volto, uno spessore ed una dignità ai poveri resti umani naufragati nel mediterraneo.

Barbara Palla

Cristina Cattaneo, Naufraghi senza volto, Dare un nome alle vittime del Mediterraneo, Raffaello Cortina Editore, 2018, pp. 198, €14,00.

Cristina Cattaneo medico legale e antropologa, è la direttrice del Laboratorio di Antropologia e Odontoiatria Forense (LABANOF) dell’Università di Milano e Professore Ordinario di Medicina Legale. È promotrice del protocollo siglato tra l’Università di Milano, il Ministero dell’Interno e il Commissario straordinario delle persone scomparse per favorire l’identificazione dei migranti morti in particolare a Lampedusa, nei naufragi del 3 e 11 ottobre 2013 e del 18 aprile 2015.

In fotografia una montagna di salvagente sull’isola di Lebos in Grecia © AP per un servizio del Daily Mail, qui.

By |2018-11-27T14:21:07+00:0021 Novembre 2018|Cultura, globalizzazione|