Dennis Tedlock, professore di antropologia culturale all’Università di Boston, scomparso recentemente, ha legato il suo lavoro all’interpretazione del parlato: quel momento unico ed irripetibile nel quale avviene il dialogo. In “Verba Manent” spiega come sia attraverso di esso che nasce quel “qui e ora” durante il quale la nostra esistenza si lega a quella degli altri.

Nel suo importante saggio, Tedlock si interroga su come si fa a rendere per iscritto ciò che rimane solo orale, ciò che avviene in uno scambio verbale e che invero, non ha minor valore dello scritto.

Infatti, nonostante viviamo in un mondo globale ed iperconnesso è evidente che non tutto è traducibile, non tutto può essere riportato ad un processo linearmente descrivibile per iscritto: l’incontro tra culture diverse, tra esperienze differenti, tra persone con storie diverse, o quella conoscenza intima che avviene solo dopo un viaggio, un attraversamento, non può che avvenire all’ombra del mistero e del non detto, senza per questo avere minor peso o minore incidenza sulla nostra comprensione reciproca.

La consapevolezza di questo processo di conoscenza e di condivisione apre delle nuove vie alla comprensione delle differenze, un processo che sarebbe tanto utile da applicare nel complesso quotidiano che l’attualità ci pone di fronte.

Le inflessioni ed i gesti che accompagno le parole non si vedono e non hanno uno spazio nei testi, eppure ci sono, influenzano ed emozionano i partecipanti al dialogo.

“anche noi, come loro…”, “guarda bene e vedrai che anche noi, come loro” questo è l’insegnamento fondamentale di Tedlock che racconta cosa significa quello che ha imparato da altre popolazioni, altre culture.
Perché non c’è solo la necessità di dare spiegazioni, di orientarsi nel mondo. C’è anche quella che James Hillman chiama la base poetica della mente, l’arte di “guarire l’anima dalla sua condizione prosaica offrendo una nuova storia per le sue immagini”.

L’antropologia, per Dennis Tedlock, è interpretazione e dialogo. Non solo nel senso che deve avvalersi metodologicamente dell’ermeneutica e dei principi dialogici della conversazione, ma soprattutto perché deve abbandonare un’impostazione troppo viziata da alcune premesse culturali che ne hanno seriamente compromesso le capacità analitiche.

Se noi potessimo vedere, solo per una volta, il luogo in cui già ci troviamo…ci renderemmo conto che i fenomeni culturali non si possono mai afferrare totalmente e che la loro comprensione è necessariamente un processo continuo.

Il processo dialogico appunto: quel moto perpetuo di creazione e ricreazione di senso attraverso il vissuto ed il parlato, che va in scena in ogni momento unico della nostra vita, del nostro esistere con gli altri.

Melissa Pignatelli 

Ringrazio  Vincenzo Matera ed Angela Biscaldi per la reperibilità della loro introduzione a “Verba Manent” sulla base della quale è costruito questo articolo.

Link al libro: Dennis Tedlock, Verba Manent. L’interpretazione del parlato, a cura di Angela Biscaldi e Vincenzo Matera,  l’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2002.  Prima pubblicazione del testo in inglese 1983.

Fotografia di
Jorge Mendez Blake, El Castillo, Installazione per la 13a Biennale di Istanbul di Bernardo Ricci Armani,  link qui.