Quando in un isolato villaggio del Tamil Nadu scorgo, all’interno delle capanne di paglia (o di lamiera) in cui le persone vivono, un televisore a schermo piatto, acceso, affianco ad un fuoco fatto di arbusti con sopra una pentola traballante, io non penso che quel televisore sia un elemento di modernità incongruo rispetto a un modo di vita tradizionale, penso invece che si tratti di persone nostre contemporanee a tutti gli effetti, che condividono con noi orizzonti di senso, aspettative e desideri, anche immaginati tramite lo schermo, o tramite gli immancabili telefoni cellulari. La questione, prima che culturale, diventa politica.

A partire dall’affermazione di questo principio, il “siamo tutti contemporanei”, la ricerca antropologica diventa uno strumento centrale per costruire un campo discorsivo in cui collocare la diversità culturale, quale che sia la forma che assume e il posto o i posti in cui si manifesta, senza connotazioni in termini di esotismo, arretratezza, sottosviluppo, tradizionalismo, irrazionalismo, inefficienza, e altro, ma solo in termini politici, vale a dire evidenziando le gerarchie, le disuguaglianze, gli sfruttamenti, le violenze strutturali che ancora imperano in tutto il mondo, nonostante, anzi forse grazie alla globalizzazione, da questo punto di vista un proseguimento della conquista, del colonialismo, dell’imperialismo, e che l’antropologia inattuale spesso ha scambiato per scarti/differenze culturali.

Il paradigma della contemporaneità, in alternativa al paradigma dell’inattualità, è la base della produzio